Simbolo di emancipazione femminile e autoironia, l’hanno amata tanto l’America spaccata in due quanto tutti coloro per i quali il country è Satana

Ci sono figure che nella musica trascendono il genere di appartenenza. E lo fanno in epoche in cui le collaborazioni tra artisti – oggi ‘featuring’ o anche ‘feat’, o più arcaicamente ‘duetti’ – venivano centellinate. Certo, il duetto stampato su vinile era l’atto definitivo di più passaggi intermedi fatti di accordi editoriali, gettoni presenza, royalties da spartirsi e dimensione del nome sulla copertina da concordare. È vero anche che a volte i duettanti nemmeno si conoscevano di persona, o comunque registravano in tempi diversi in studi diversi, per ritrovarsi insieme in videoclip girati in teatri di posa diversi, a volte con l’Atlantico a separarli. Eppure, questa cosa che oggi tutti duettano con tutti è un accomodamento recente, forse perché adesso conquistarsi nuove fette di pubblico è un atto estremo di sopravvivenza, così come l’impresa di andare d’accordo con tutti, da vedersi nell’accezione empatica o ruffiana del termine.
Nel 1986, quando Peter Gabriel disse al produttore di ‘So’, album manifesto della world music (quarant’anni lo scorso maggio), che per il duetto di ‘Don’t Give Up’ avrebbe voluto Dolly Parton, Daniel Lanois – uno che comunque le mani nel country le aveva messe producendo per Emmylou Harris l’album ‘Wrecking Ball’, un Grammy nel 1996 – si chiese cosa mai c’entrasse la regina del country nel disco di uno sperimentatore fino al midollo. E invece l’ex Genesis voleva proprio lei, per rispondere “non arrenderti” (don’t give up, appunto) al composto grido di dolore di un disoccupato che stringe tra le sue braccia la donna che ama, una donna che mai abbandonerà uno squattrinato di tale sensibilità. Nel dietro le quinte di ‘So’, contenuto in un ‘Classic Albums’ del 2012 che del disco dice tutto, Gabriel riferisce che alla fine chiamò Dolly Parton al telefono, ma lei declinò l’invito per impegni improrogabili. In quello stesso film, malgrado le risposte diplomatiche, lo sguardo di Lanois è quello di chi al tempo tirò un respiro di sollievo. Come sarebbe stato quel duetto con l’esuberante Dolly Parton al posto della più minimalista Kate Bush non è dato sapere, ma si dà il caso che nella sua vita Peter Gabriel ha sbagliato poche mosse e forse nessuno, oggi, rimpiangerebbe quella scelta.
KeystoneMartedì 25 agosto, per le strade di Hollywood (1)Quando Moon and Stars, nel 2014, mise insieme Laura Pausini, i Backstreet Boys e Dolly Parton, la sensazione di smarrimento fu la stessa che doveva aver provato Lanois. Eppure, tornando con la mente a quel 14 luglio, la sensazione è ancora che la stella del country in Piazza Grande fu la cosa migliore di quell’edizione. Sempre bionda e cotonatissima, 68enne al tempo, Dolly si presentò al pubblico di Locarno sulle note di ‘Baby I’m Burnin’, sobriamente vestita color oro zecchino tempestato di pietre preziose, per raccontarsi sin da subito figlia dei monti Appalachi e di una famiglia tutt’altro che agiata, di padre analfabeta e madre di salute cagionevole che un giorno cucì per lei la rivincita, un cappotto messo insieme con i ritagli di stoffa usati, che Dolly sfoggiò con orgoglio a scuola, indifferente alle risate di scherno dei compagnetti ricchi e stronzi.
‘Coat of Many Colors’, il racconto di quel gesto d’amore materno scritto sulla ricevuta di una lavanderia, cantata in Piazza Grande come ogni volta in ogni altra parte del mondo, nacque nel 1971 durante un tour con l’allora collega di lavoro Porter Wagoner, colui che nel 1967 aveva portato l’ex bimba prodigio che si faceva chiamare Norma Jean davanti alle telecamere e aveva convinto la Rca Victor a metterla sotto contratto. Il duo Parton-Wagoner è storia del country almeno quanto ‘Jolene’, tra le canzoni più rappresentative di un intero genere musicale, sicuramente una di quelle che cambiano la vita all’autrice e all’interprete, che nel caso di una singer-songwriter come Parton corrispondono alla stessa persona. ‘Jolene’, dice la storia, nacque dalle avance di un’impiegata di banca mosse verso il marito di Dolly, Carl Dean, titolare di una ditta che asfaltava strade, uomo fuori dal cono dei riflettori per tutta una vita ma al centro di quella della moglie, con lui dall’età di diciotto anni, e al centro delle piccole cose, piccole e segrete, alcune delle quali rese note lo scorso anno, con la morte di lui.
A ‘Jolene’, uscita nel 1973 e titolo dell’album che la contiene, farà seguito ‘I Will Always Love You’, anno 1974, e qui altra storia dice che Elvis, l’idolo di Dolly, voleva quella canzone, ma il colonnello Parker chiese all’autrice la metà della torta. “Piansi tutta la notte – raccontò Dolly –, mi diedero della pazza, ma dentro di me c’era qualcosa che mi diceva che non avrei dovuto farlo e non lo feci. Poi, quando uscì la versione di Whitney Houston, guadagnai tanti soldi che mi sarei potuta comperare Graceland”.
Tra un tributo a Joan Baez (il traditional ‘Bank of the Ohio’), un altro a Bob Dylan (‘Don’t Think Twice, It’s Alright’) e un altro ancora ai Bon Jovi (‘Lay Your Hands on Me’), nel 2014 Locarno si accese su ‘9 to 5’, brano country-pop tratto dall’omonimo film che in italiano è ‘Dalle 9 alle 5 orario continuato’, una diversificazione artistica, la recitazione, che nel 1980 valse alla neo-attrice una candidatura al Golden Globe e almeno un’altra buona parte in ‘Fiori d’acciaio’, storia strappalacrime con Julia Roberts in piena e incantevole ascesa.
Ti-PressLocarno, 14 luglio 2014Tanto buon umore ci mise quel concerto e tanto ce ne mette ancora che non abbiamo ancora scritto che Dolly Parton è morta ieri all’età di ottant’anni, attirandosi un cordoglio trasversale che va dall’America divisa a tutti coloro per i quali il country è Satana. Cosa, in fondo, è più trasversale della Dollywood Foundation, del parco divertimenti che porta il suo nome, una fondazione che si occupa dell’alfabetizzazione dei bambini e invia gratuitamente un libro a tutti quelli sotto i 6 anni residenti nelle aree coperte dal parco, per stimolare l’interesse per la lettura. Donald Trump ordina bandiere a mezz’asta in tutti gli Stati Uniti per una settimana intera, e questo anche se l’artista non si è mai schierata né da una parte né dall’altra, anche se ha rifiutato per ben due volte la Medaglia della Libertà offertale dal presidente, adducendo motivi di salute, anche se ha supportato in toto la causa LGBTQ+, diritto al matrimonio incluso, anche se ha finanziato i vaccini contro la pandemia da Covid-19, anche se in pieno Black Lives Matters la sua posizione fu la seguente: “Pensiamo forse che i nostri culi bianchi siano gli unici che contano?”.
Sulla prosperosa Dolly Parton cui si deve il nome della pecora clonata in quanto la cellula usata per la clonazione fu una cellula mammaria diciamo in queste quattro righe. Per dire dei cento milioni di dischi venduti ci mettiamo anche meno. Chiudiamo con un paio di ‘quotes’, frasi da lei pronunciate e passate alla storia che hanno spesso, autoironicamente, riguardato l’aspetto fisico. Cose come “non sono offesa da tutte le battute sulle bionde sceme perché so di non essere scema, e so anche di non essere bionda”. A Locarno, in risposta a chi dopo la data di Glastonbury aveva insinuato il sospetto che per molte delle canzoni in scaletta la sua voce fosse preregistrata (era più che un sospetto), Dolly Rebecca Parton, l’emancipazione femminile fatta cantante, rispose: “Le mie tette sono false, i miei capelli sono falsi, ma quello che è reale è la mia voce e il mio cuore”. Mettiamola così: al cuor, a volte molto più che alla voce, non si comanda (pausa, colpo di timpani: “And I will always love you”).
KeystoneMartedì 25 agosto, per le strade di Hollywood (2)