Come ritrovarsi artisticamente integri a ottant’anni e festeggiare i cinquanta di ‘Margherita’ con un racconto autobiografico di oltre due ore

Sotto una mezza pioggia di aghi di pino portati dal vento, fa la sua comparsa vestito di bianco, come sulla copertina di ‘Io canto’, il 45 giri del 1979, un inno alla musica e alla vita sempre bello da ascoltare, meglio se nella sua versione originale perché in quella pausiniana è orfano della modulazione (è un termine tecnico, niente di fondamentale, ma un po’ sì).
Di ‘Io canto’ quest’anno non c’è nulla da celebrare, semmai è l’estate per celebrare ‘Margherita’, splendida 50enne, e il suo autore, Riccardo Cocciante, splendido 80enne. Tra le frasche del Lake Sound Park di Cernobbio, nel parco di Villa Erba, è appena transitata Fiorella Mannoia, doveva transitarvi Claudio Baglioni (vi tornerà tra un anno, causa polmonite interstiziale), presto transiteranno pure Morrissey e Charlie Puth. Nel lanciare il suo di concerto, Cocciante ha dichiarato alla Provincia di Como (nel senso di quotidiano e non di ente): “Non ho mai scritto brani per moda”. Nemmeno ha mai compilato scalette ‘solo grandi successi’, dichiariamo noi, perché nemmeno d’estate il suo concerto sarà mai una cosa da infradito e birra fredda. ‘io… Riccardo Cocciante nel 2026’ è un tour per band da nove elementi che ha già toccato Piazza San Marco a Venezia, il Teatro Greco di Siracusa, l’Anfiteatro degli scavi di Pompei e il Circo Massimo di Roma, ed è l’autobiografia di un non ossessionato dal tempo che canta per due ore e mezza senza pausa. E senza artifici (leggasi ‘no Auto-Tune’).
Recensire un concerto di Riccardo Cocciante, ammesso che la recensione abbia ancora un senso (ce l’ha, ma non ditelo in giro), non è semplice: che gli vuoi dire a uno che ha scritto la storia della musica? E fra le trenta canzoni in scaletta, di quali scrivi? Ormai disabituati ai concerti veri, trenta canzoni sono un’emozione antica. Sia chiaro, i grandi successi a Cernobbio c’erano tutti, ma dosati, lasciati cadere qua e là come macigni che non fanno male, dai presentimenti sentimentali di ‘Era già tutto previsto’ e il suo tipico crescendo che è anche quello di ‘Quando finisce un amore’, la sua canzone più sottovalutata (così la pensa il suo autore), a ‘Poesia’, il Cocciante autore puro cantato prima da Patty Pravo e Ornella Vanoni. Altro crescendo è ‘A mano a mano’, occasione per ricordare Rino Gaetano: “Se qualcuno prende una tua canzone, non deve mai restare la stessa”, dice Cocciante, riproponendo il brano così com’era nato, non meno dolente della versione del collega.
È un crescendo anche ‘Margherita’, che il suo arrangiatore, Vangelis, si mise in testa di togliere da un concept album chiamato ‘Concerto per Margherita’, che sarebbe come togliere ‘Una donna per amico’ dall’album di Battisti. Era il 1976, e oggi Cocciante ricorda quella circostanza con pacatezza, ma Dio solo sa cosa si deve provare quando qualcuno vuol cestinare la canzone alla quale tieni di più nella vita.
Prima dei fuochi d’artificio anticipati, venuti a giocare col metronomo di ‘Bella senz’anima’, al Lake Sound Park era iniziato tutto alle 21.30 con ‘La grande avventura’, dall’omonimo album del 1987 coi testi di Mogol, Ruggeri e Dalla, e la copertina di Milo Manara da appendere in salotto. Insieme erano arrivate ‘Ora che io sono luce’ e ‘Uomo’, il Cocciante prog del 1972, un trittico per dirci a che punto siamo come esseri umani, sempre ‘Ammassati e distanti’ come nel 1993, al tempo dell’album ‘Eventi e mutamenti’. Se proprio non fosse stato chiaro, che il concerto era autobiografico lo si poteva intuire da ‘Indocina’, la terra natia, o da ‘Il mio nome è Riccardo’: “Non ero certo lo stereotipo del bel cantante”, ricorda Cocciante dei suoi tentativi di sfondare (“Sei un figo!”, grida una voce femminile dal parco) e di quando gli vollero trovare per forza un nome d’arte, anzi due. E invece.
Tra un racconto di vita e un altro, la scaletta è andata e venuta spesso dal ‘Cocciante’ del 1982, l’album di ‘Celeste nostalgia’, ‘Un nuovo amico’, ‘Un buco nel cuore’, ‘Uniti no, divisi sì’, tutte arrangiate dal fu Paul Buckmaster (Elton John, Stones, Bowie), che arrangiò anche ‘In bicicletta’, l’ultimo brano in scaletta. I fan dei cartoon hanno avuto in dono ‘Hai un amico in me’, versione italiana di ‘You’ve Got a Friend in Me’ di Randy Newman, un altro che non ha mai seguito le mode e ha preso l’Oscar per ‘Toy Story’ e non per ‘Ragtime’. I fan di Notre-Dame de Paris sono stati ricompensati da ‘Il tempo delle cattedrali’ per pianoforte e voci, Cocciante e Marco Vito, ovvero il Romeo del ‘Romeo e Giulietta’ del 2007, oggi suo vocalist e direttore musicale. E i fan della Storia d’Italia si sono riconciliati con ‘La nostra lingua italiana’, poesia più bella di quanto ce la ricordassimo.
Altra autoironia (“Quando ero piccolo, ma dovrei dire ‘quando ero giovane’, perché piccolo lo sono ancora...”) ha introdotto un discorso sulla musica che rende liberi, e in ‘Jimi suona’, omaggio a Hendrix dal ‘Cocciante’ del 1991, Riccardo ha giocato con la sua band: “Sono tutti professori, hanno unito l’istinto con il sapere”, ed è chiaro come sul palco, alla stregua delle canzoni, ci sia una storia d’amore in corso. Se proprio non fosse amore, di certo è ‘Questione di feeling’, dilatata e lasciata ad assoli e vocalizzi di Vito, Claudia D’Ulisse e Stefania Martin (chapeau).
Introducendo ‘Cervo a primavera’, a inizio concerto, Cocciante aveva parlato di rinnovamento, dote richiesta a un artista. Recuperiamo sue parole al Rolling Stone: “Le mie canzoni non sono nate per essere dei successi, ma per il bisogno di scriverle. Forse hanno più probabilità di esistere nel tempo perché non sono state bruciate dal momento”. Forse sta qui la spiegazione del fatto che ascolti Cocciante e non dici mai “mi ricorda quello” o “mi ricorda quell’altro”, forse è l’onestà di fondo di chi è artisticamente coerente, la stessa onestà che (torniamo a Cernobbio) lo porta a ringraziare pubblicamente i parolieri che hanno lavorato per lui, cosa vista fare a pochi: “Io consegno la musica – dice –, loro cercano di capire cosa contiene e me la restituiscono sotto forma di parola”. Quel che esce, poi Cocciante lo regala al pubblico, e il pubblico glielo restituisce in forma di applausi (tantissimi).