L’intervista

‘Sono la regina dell’agrodolce’: Judith Owen al Teatro Sociale

Lunedì 30 marzo per il Jazz Cat Club in trasferta a Bellinzona, l'artista britannica porta ‘Suit Yourself’, un disco di libertà, gioia e autenticità

A Bellinzona, alle 20.45
(Pedrazzini)
29 marzo 2026
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Ironica, elegante, irresistibilmente swing. Ospite del Jazz Cat Club, lunedì 30 marzo Judith Owen porta al Teatro Sociale di Bellinzona (ore 20.45, biglietti disponibili alla cassa serale o su jazzcatclub.ch) il suo carisma travolgente e l’energia luminosa di ‘Suit Yourself’, un disco che parla di libertà, gioia e autenticità. Al suo fianco la cantante inglese avrà una super band con alcuni fra i migliori musicisti di New Orleans.

‘Suit Yourself’: Judith, potrebbe descrivere l’anima di questo nuovo album in poche parole? È più un disco di storie, atmosfere, personaggi?

È trovare la gioia di fronte alle avversità, ispirata da una città che ne sa qualcosa: New Orleans. Viviamo tempi molto preoccupanti, e il bisogno di musica — e della speranza che porta con sé — è più grande che mai. Dal primo all’ultimo brano, l’album celebra la vita, bella e dolorosa, con il cammino accidentato e prezioso dell’amore, e con le paure e le gioie che tutti condividiamo.

Il titolo, che in italiano suona come ‘Fai come ti pare’, è intrigante: cosa significa per lei? È un invito all’indipendenza, un motto di vita, una provocazione affettuosa?

Tutte e tre le cose, ma soprattutto è una dichiarazione sincera della fiducia in me stessa, conquistata con fatica: “questo è quello che faccio, questo sono io — se mi capisci, benissimo; se no, va bene lo stesso”. Come molte persone, ho passato tutta la vita a cercare di accontentare gli altri, a mie spese. Il paradosso è che quando ho mostrato al mondo il mio vero io — esuberante, senza filtri — il mondo ha risposto con un sorriso. Oggi mi sento libera di essere completamente me stessa, sul palco e nella vita. Mi ‘vesto’ come voglio: nella musica, nello stile, in tutto.

Lei ama riscoprire le ‘gemme dimenticate’ del jazz e del blues: come le trova, e come decide se una canzone merita una seconda vita oggi?

Anche qui: è un insieme di cose. Devo amare la canzone, e deve parlarmi dal punto di vista del testo, così posso insufflarle la mia vita. Per esempio, ‘Blue Skies’ è una classica canzone d’amore, vecchia di quasi cent’anni, che per me ha un significato diverso: parla delle nuvole metaforiche del nostro mondo in subbuglio, e ci ricorda che dietro ogni cielo grigio c’è un sole splendente. È un messaggio di speranza, il mio modo di dire a tutti — e a me stessa — “tieni duro”.

L’album è stato registrato a New Orleans: cosa le dà quella città, musicalmente e umanamente, che non trova altrove?

Gioia. Non c’è nessun posto come New Orleans. La sua scena musicale è unica al mondo, in continua crescita, e ti spinge a essere creativo, senza inibizioni e senza paura. La comunità musicale è speciale: solidale, entusiasta, capace di apprezzare il lavoro degli altri. No, non avrei potuto fare questo disco da nessun’altra parte. New Orleans è diventata la mia casa musicale, anche perché lì ho incontrato il mio co-produttore e caro amico John Fischbach, che ha registrato uno dei miei album preferiti di tutti i tempi: ‘Songs in the Key of Life’ di Stevie Wonder.

Arriva con una all stars band di New Orleans: come si è formata, e cosa cambia per lei cantare con musicisti di tale livello?

Guidare musicisti così straordinari mi regala una felicità e una serenità sul palco che non avevo mai provato prima. È come avere la rete di sicurezza più solida del mondo, che ti permette di camminare sul filo senza paura. È energia alle stelle, musicalità, virtuosismo, e una capacità di improvvisare insieme che ci fa pensare e muovere come un organismo unico. È una sensazione esaltante.

Come riesce a combinare sofisticazione musicale e leggerezza senza perdere profondità emotiva?

Sono la regina dell’agrodolce. Credo che la vita sia meravigliosa e terribile, bella e dolorosa, tutto nello stesso momento. Per questo passo con naturalezza dall’onestà emotiva all’umorismo, all’ironia. Insieme creano una poesia e un’umanità che ci ricordano che stiamo tutti lottando – e ridendo – insieme.

Torna al Jazz Cat Club dopo ‘Come On And Get It’: cosa è cambiato in lei, come artista e come persona, dal 2022 a oggi?

In quel disco rendevo omaggio alle donne straordinarie che mi avevano ispirata da giovane musicista. Oggi sono la donna che sognavo di diventare: a mio agio con me stessa, capace di mostrare tutte le mie sfaccettature — intrattenitrice, musicista, autrice, arrangiatrice, interprete, pianista — mescolando jazz, blues, gospel, pop, classica. Dobbiamo fare tutto nel poco tempo che abbiamo, e portare quanta più bellezza e gioia possibile nel mondo.

Per chi viene al concerto senza conoscerla ancora: che serata si aspetta?

Sul palco mi sento a casa, sono la versione migliore di me stessa. È un’esperienza condivisa – detesto gli artisti che ignorano il pubblico – è una conversazione, un momento unico e irripetibile. È qualcosa di molto intimo: faccio ridere le persone, le faccio commuovere un po’. Voglio che tornino a casa su di giri, con le canzoni in testa, carichi di energia, con un ricordo che non dimenticheranno. È il mio lavoro, e sono profondamente grata di averlo.