Lunedì 26 gennaio alle 20.30 al Teatro del Gatto un duo di artisti slovacchi nato a Praga, una voce unica che parla jazz, soul e pop

Lash & Grey sono due giovani artisti slovacchi. Lei, Kristin Lash, cantante dalla forte sensibilità espressiva; lui, Jakob Grey, chitarrista capace di muoversi con naturalezza tra jazz, soul e pop. Al centro della loro musica c’è l’idea di connessione: tra voce e strumento, tra scrittura e improvvisazione, tra palco e pubblico. Lunedì 26 gennaio alle 20.30, per il sesto concerto della stagione del Jazz Cat Club, il duo sarà protagonista al Teatro del Gatto di Ascona (biglietti su jazzcatclub.ch o alla cassa serale). In programma un concerto che alternerà composizioni originali e riletture di standard jazz, lasciando ampio spazio alla spontaneità e all’ascolto reciproco. Li abbiamo incontrati, per un’intervista a una sola voce, quella di Kristin e Jakob insieme.
Vi siete conosciuti al Conservatorio di Praga: quando avete capito che poteva nascere un vero progetto artistico?
La sensazione è arrivata quasi senza accorgercene. Fin dalle prime esibizioni nei club della città, intorno al 2017, spesso legate ai progetti di studio, suonare insieme davanti al pubblico risultava naturale e istintivo, come se reagissimo l’uno all’altra senza bisogno di spiegazioni. Pur collaborando con molti musicisti diversi, tra noi si è creata subito una sensazione di equilibrio e di direzione comune. Da lì è nato spontaneamente il desiderio di scrivere canzoni insieme e di costruire una visione artistica condivisa.
La vostra musica viene spesso definita ‘intima’: è una scelta consapevole o nasce naturalmente dal vostro dialogo come duo voce e chitarra? Vi esibite sempre in duo?
All’inizio il termine ‘intimo’ è arrivato quasi da solo, soprattutto perché il progetto era percepito come un duo voce e chitarra. Non avevamo ancora pubblicato lavori con una band completa né suonato spesso in formazioni più ampie, e questo ha sicuramente influenzato il modo in cui il pubblico ci ascoltava. Come duo abbiamo anche avuto l’occasione di aprire concerti per artisti come Dianne Reeves, Stanley Clarke e Avishai Cohen in importanti festival slovacchi, contesti che hanno rafforzato questa percezione. Con il tempo la musica si è ampliata grazie a collaborazioni con band, ensemble d’archi e progetti più estesi. Il duo, però, resta centrale per noi: abbiamo capito che la forza emotiva non dipende dal numero di musicisti sul palco, ma dalla connessione e dall’onestà con cui la musica viene condivisa.
Jazz, soul e pop convivono nelle vostre canzoni: come nascono i vostri brani?
Il nostro legame con il jazz nasce dall’ammirazione per i suoi musicisti, per la loro dedizione e per la ricerca di una voce personale. La libertà e l’apertura tipiche di questo linguaggio continuano a ispirarci, soprattutto quando incontrano una scrittura solida: è lì che jazz, soul e pop riescono a dialogare in modo naturale. Non esiste una formula precisa per la nascita dei brani. A volte tutto parte dal pianoforte, da una prova o da un soundcheck; altre volte da momenti quotidiani e silenziosi. Ci sono periodi in cui una nuova canzone prende completamente il sopravvento e, per qualche giorno, ridefinisce tutto il resto.
Avete suonato su palcoscenici leggendari come la Carnegie Hall: cosa resta, a livello umano, dopo esperienze così importanti?
È stata un’esperienza intensissima, resa ancora più significativa dal condividere il palco con musicisti straordinari come Keyon Harrold, Harish Raghavan e Martin Valihora. Il loro totale coinvolgimento nella nostra musica ha trasformato quel concerto in uno dei momenti più gratificanti del nostro percorso. A livello umano ci ha ricordato quanto sia importante condividere la musica in modo sincero, attraverso la nostra prospettiva personale. Poco dopo Kristin ha raggiunto la finale del Sarah Vaughan International Jazz Vocal Competition, e l’intero viaggio negli Stati Uniti ci ha lasciato nuova energia e una forte ispirazione.
Con i vostri primi album avete vinto numerosi premi. Dove immaginate il progetto tra cinque o dieci anni?
Siamo molto grati per l’attenzione riservata alle nostre canzoni originali e allo stesso tempo continuiamo a dare grande valore alla tradizione degli standard jazz. Tornare a questi brani ci permette di restare in contatto con le radici, portando però il nostro punto di vista. Più che immaginare una meta precisa, preferiamo pensare al progetto come a un processo in continua evoluzione. Ci piace lavorare in formati diversi e lasciare che la musica cambi forma in modo naturale. Tra cinque o dieci anni speriamo semplicemente di essere ancora su questo percorso, di crescere e di condividere la nostra musica con un pubblico sempre più ampio.
Venite dalla Slovacchia: che rapporto avete con le vostre origini, anche quando suonate lontano da casa?
Venire dalla Slovacchia, un Paese piccolo con una scena jazz e alternativa limitata, ci ha insegnato a restare curiosi e ad aprirci verso l’esterno. Oggi Bratislava è il nostro punto di partenza creativo, anche se suoniamo regolarmente in tutta Europa. Le nostre origini ci accompagnano ovunque, senza bisogno di definire la nostra musica in modo esplicito: influenzano in modo spontaneo il nostro ascolto, il nostro modo di suonare e di relazionarci. Alla fine, ciò che per noi conta davvero è che la musica riesca a parlare al pubblico con sincerità.