Autore di hit come ‘The Road to Hell’, ‘Josephine’ e ‘Driving Home For Christmas’ è morto all'età di 74 anni

Il mondo ha avuto giusto il tempo di celebrare come ogni anno la sua ‘Driving Home For Christmas’ e, quest’anno in particolare, un album di Natale che raccoglie i suoi pezzi più invernali. Chris Rea è morto all’età di 74 anni e lascia in eredità ben più di una Christmas song. Con energia e grazia allo stesso tempo, ha segnato i palinsesti radiofonici degli anni Ottanta con brani come ‘I Can Hear Your Heartbeat’ (1983), ‘Josephine’ (1985), ‘On the Beach’ (1986), ‘The Road to Hell’ (1989) e altre pregevoli composizioni, un pop farcito di rock e blues e legato da una voce unica.
Nato nel 1951 a Middlesbrough da padre italiano e madre irlandese, scopre Christopher Anton Rea la chitarra a vent’anni e la suona da autodidatta, ispirandosi ai bluesmen Charlie Patton, Blind Willie Johnson e Muddy Waters. Con in testa il sogno di scrivere musica per film, nel 1973 entra nei Magdalene, poi fonda i Beautiful Loosers e infine ottiene un contratto come solista. Ironizzando sullo pseudonimo ‘all’italiana’ che la sua prima casa discografica tentò invano di imporgli, nel 1978 pubblica l’album di debutto ‘Whatever Happened to Benny Santini?’: tratto da quel disco, il singolo ‘Fool (If You Think It’s Over)’ sfonda negli Stati Uniti e gli vale l’unica nomination ai Grammy della sua carriera, quella come Best new artist.
Nel Regno Unito la canzone ha riscontri del tutto differenti e il fatto che Rea la suoni al pianoforte gli causa una catalogazione da piano man che distrae l’attenzione dal suo essere chitarrista. È solo a partire dal 1983 che la musica riflette il suo autore: l’album ‘Water Sign’, trainato da ‘I Can Hear Your Heartbeat’, è l’inizio di un crescendo di successo cui contribuiscono ‘Wired to The Moon’ (1984) e ‘Shamrock Diaries’, disco da un milione di copie con dentro ‘Josephine’, scritta per la moglie e la figlia. La fama si consolida nel 1986 con l’album ‘On the Beach’ e relativo omonimo singolo. Lanciato da ‘Let’s Dance’, nel 1987 esce ‘Dancing With Strangers’, secondo nelle charts britanniche soltanto a ‘Bad’ di Michael Jackson.
Del 1988 è il primo greatest hits, ‘Light Through Old Windows’, occasione per reincidere ‘Driving Home for Christmas’, fino a quel momento lato B di ‘Hello Friend’ (su ‘On the Beach’). Gli anni Novanta si chiudono con ‘The Road to Hell’ (1988), il suo primo n.1 nel Regno Unito, e la partecipazione al singolo benefico ‘Do They Know It’s Christmas?’. ‘Auberge’ (1991) è un altro trionfo e quando Rea è al culmine della fama, rifiuta un passaggio a MTV e un tour negli Stati Uniti, una scelta fatta per il bene della famiglia che più tardi rimpiangerà, almeno un poco: “Ogni volta che vedo passare un’auto che costa tanto provo qualche rimorso. Ma solo per cinque minuti”.
Sopravvissuto a fine anni Novanta a una peritonite, nel 2001 i medici gli diagnosticarono un cancro al pancreas, così Rea decise che se fosse sopravvissuto, avrebbe seguito la sua grande passione per il blues. E saranno tanti gli album blues pubblicati per la sua Jazee Blue, da ‘Dancing Down the Stony Road’ (2002) a ‘Road Songs for Lovers’ (2017). ‘One Fine Day’, uscito nel 2019 per la Rhino, è il suo ultimo disco. “Quando sei vicino alla morte, riconsideri ciò che è veramente importante per te”, spiegò al Mirror. Seguirono diverse operazioni, dalle quali non si riprese mai completamente, e l’asportazione di un rene, nel 2017 Chris Rea fu colpito da un ictus che gli impedì di parlare correttamente e suonare la chitarra per un anno intero. Tornò sul palco nel 2018 e alla fine del tour collassò durante un’esibizione a Oxford. I due concerti rimanenti dovettero essere cancellati.
Riservato, schivo, Chris Rea non è mai riuscito a dare importanza alla fama piombatagli addosso con merito e con la dovuta gavetta. “Potrei fare un triplo album con la migliore musica del mondo, migliore di Beethoven, e la gente vorrebbe comunque ascoltare ’On The Beach’”, disse un giorno, facendosi comunque una ragione della popolarità conquistata. Nelle interviste sottolineava di non essere né una pop star né una rock star: “Loro (le rock star, ndr) si preoccupano dei loro capelli, si fanno costantemente rifare il viso, ma è una cosa da narcisisti. Quello non sono io”. RED/ATS