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15.08.2021 - 09:15
Aggiornamento: 10:15

La Piazza si è chiusa con Aretha Franklin

‘Respect’ di Liesl Tommy è solo in apparenza un biopic: la regista non racconta solo la storia di una cantante, ma di tutti gli ultimi di questa società

di Ugo Brusaporco
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Ci sono film che raccontano storie, magari di un personaggio famoso e allora vengono nominati ‘biopic’ e così classificati. Ma a chiudere il Festival di Locarno è stato un film che sembra a uno sguardo poco attento un biopic: in realtà si tratta di un esercizio di scrittura, potente anche se ancora da levigare, da parte di una straordinaria regista teatrale che con questo film non chiude il sipario ma abbassa uno schermo sul boccascena, per proiettare la sua idea di spettacolo. Stiamo scrivendo di ‘Respect’ e di Liesl Tommy che lo ha diretto. Interessante la sua filosofia di regia: “Il mio lavoro come regista è trascinare quella storia e trascinare quel pubblico per un giro che non dimenticheranno mai. Non mi interessa avere una firma. Mi interessa solo come realizzare la storia il più rock and roll possibile e il più elettrizzante possibile. Ho un punto di vista forte e ci sono alcune cose che esploro più e più volte nei miei spettacoli, perché ci sono cose su cui sto lavorando come artista”. E sul catalogo del festival scrive a proposito di questo film che è la sua opera prima: “Come cineasta non c'è dono più grande che poter dare sostanza visiva alla storia eccezionale di questa donna, in lotta per realizzare sé stessa”.

‘Respect’, titolo ispirato alla più conosciuta canzone di Aretha Franklin, diventata nel 1967 un inno dei movimenti femministi e per l'abolizione dell’apartheid a danno della minoranza afroamericana, è un bel titolo per introdurre il racconto della vita della Regina del Soul. Un tema che Liesl Tommy sente nelle sue corde, lei diventata la prima donna di colore a essere nominata per il Tony Award per la migliore regia di un'opera teatrale, lei che nella sua produzione del 2012 di ‘Amleto’ al California Shakespeare Theatre ha voluto la partecipazione di numerosi attori afroamericani, inclusi i ruoli principali di Amleto e Ofelia, lei regista nata nel Sud Africa dell’apartheid, solo lei poteva capire e mostrare con solenne pudore il dramma di Aretha bambina, quelle due maternità precoci, il primo figlio avuto a dodici anni e il secondo a quattordici. Solo lei poteva mostrale la mitica voce del soul mentre affoga i dolori di una vita affettiva tradita nell’alcool, quante volte lo aveva visto fare agli adulti nel mondo in cui è cresciuta, sembra che la regista si sia specchiata nel profondo del personaggio a cui da vita. Ma il problema non è che non porta sullo schermo un personaggio ma se stessa e comprende quante afroamericane hanno sofferto quelle storie: certo non sono diventate Aretha Franklin, ma Aretha sapeva che c'erano e che erano vive e quando al funerale di Martin Luther King lei canta un disperante e speranzoso spiritual sa che è l'unica maniera per dire a tutte quelle donne: non morite con lui, vivete. E nell’interpretazione della premio Oscar Jennifer Hudson, eccezionale nel dare corpo e voce sd Aretha Franklin, si sente il peso di una regia che le regala sicurezza, abituata com'è a chiedere alle sue attrici e ai suoi attori di tradurre la sua estetica fisica e viscerale interessata a ritrarre la violenza dell'essere umano, e quanta violenza c'è nel costruirsi di Aretha Franklin. Certo ci sono le canzoni, belle, importanti, ma sono il contorno, i fiori sul grande schermo, dove l'umanità si illumina.

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