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13.08.2021 - 19:31

Di fantasmi e di sgomento

Abbiamo visto ‘Bu yao zain kian a, Yu hua tang’ (Virgin Blue) della giovanissima Niu Xiaoyu e il documentario ‘The bad man’ di Lee Yong-Chao

di Valentina Grignoli
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La solitudine di una persona di fronte ai fantasmi del proprio passato è disarmante. Ci sono due giovani protagonisti che mi sono rimasti appiccicati al cuore, in queste giornate di festival, perché seppure in film assolutamente distanti tra loro – non geograficamente perché uno è prodotto in Cina e l’altro a Taiwan – mostrano lo sguardo smarrito e sorpreso di chi non sa bene in che luogo della propria vita si trova. Due esistenze completamente opposte, che devono fare i conti con ciò che son state per andare avanti e stare bene con gli affetti più cari. E se nel primo caso siamo in una situazione di irrealtà nella quale i fantasmi sono apparizioni in carne e ossa, non veicolano tragedie ma riempiono una casa che si sta svuotando, nel secondo sono ricordi che fanno male, terrificanti e quanto mai reali.

I due film di cui sto parlando sono ‘Bu yao zain kian a, Yu hua tang’ (Virgin Blue) di una giovanissima Niu Xiaoyu, per la sezione Cineasti del presente, e il documentario ‘The bad man’, di Lee Yong-Chao, che per la seconda volta presenta un suo film alla Semaine de la Critique (forse qualcuno ricorderà ‘Blood Amber’ nel 2017, la cui tematica è peraltro peculiarmente affine).

Nel primo la giovane Yezi torna a casa della nonna per l’estate, dopo la laurea. Si ritrova in una casa abitata anche da molte altre presenze, che hanno fatto parte della storia di famiglia. La nipotina condivide così con l’anziana signora affetta da demenza senile storie, voci e musica, in una vacanza senza tempo – gli orologi si rompono continuamente – dove lei immobile riflette nello sguardo i riverberi luminosi, i cambi climatici, e le danze all’aria aperta. Un lungometraggio molto lento, a tratti perturbante, che sembra accompagnarci in quel luogo dove le emozioni di chi si è amato saranno per sempre unite, e che ci insegna, nella sua ingenuità, a non avere paura dei fantasmi.

Di tutt’altro tenore ‘The bad man’ dove assistiamo al racconto della caduta negli inferi di un ragazzo che da piccolo viene catturato e arruolato contro la sua volontà nel braccio armato dell’Organizzazione per l’indipendenza Kachin, nella provincia birmana a sud del Tibet. Al fronte non ha perso solo una gamba, ma anche l’anima. Lo incontriamo in questo documentario – che ce lo mostra senza filtri nella sua lucida e agghiacciante testimonianza – all’interno di una comunità di recupero dalle dipendenze. Il protagonista ha compiuto gesti di inaudita violenza, e ce li racconta mentre tiene in braccio dei cuccioli. Sembra volersi redimere, cercando un nuovo modo per affrontare il futuro, aiutato forse anche dalla fede. Il suo sguardo è costantemente perso in un passato che non si può cambiare perché, come dice lui “la morte è la morte, e la vita è la vita”. Lee Yong-Chao conferma il suo talento nel disegnare un ritratto immerso nel suo ambiente e nel restituire immagini emozionalmente così forti nella loro cruda semplicità.

I due sguardi di questi protagonisti sono difficili da dimenticare, così come la loro semi immobilità (entrambi hanno problemi a camminare e la parte inferiore della gamba bloccata, per protesi o frattura), vivono in un tempo molto lontano da noi, al quale però grazie al cinema possiamo avvicinarci.

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