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Locarno 74
13.08.2021 - 10:460
Aggiornamento : 19:00

Lattuada, Gogol e lo strappo nel cappotto

La retrospettiva del Locarno film festival invita a riflettere su cinema e letteratura che spesso s’incontrano, forse addirittura si cercano

Un cappotto strappato, un omino mingherlo, disarmato, che cerca di essere almeno considerato se non apprezzato da una società che segue delle leggi non scritte, corrotte e rigorose; il cappotto nuovo, che proietta quest’omino nel mondo dei visibili, lo illude, lo emancipa, salvo poi rovinarlo quando il furto del mantello lo ricaccerà là dove sembra essere destinato, tra gli ultimi, i non vivi, quelli che obbediscono, perché la libertà dell’altro inizia molto prima di quel che ci si immagina, quando dalla teoria si va alla vita vera.

La letteratura e il cinema, si sa, spesso s’incontrano, forse addirittura si cercano. Alcuni autori letterari, mi pare, scrivono con la speranza di risultare visivi, dunque appetibili per qualche casa di produzione o regista di talento e successo. Il cinema invece, in quanto assemblaggio di arti (se si accetta la lettura che qualche anno fa proprio qui a Locarno ne diede il regista russo Sokurov), è chiamato a guardare alla letteratura come a una fonte di storie da cui attingere. Non sempre lo fa, ma soprattutto non sempre i film più riusciti provengono dai capolavori della letteratura. È un enigma intrigante, annoso eppure ancora ammantato di mistero. A volte è bene che un regista eviti i racconti o i romanzi più belli, perché il doppio capolavoro è raro, forse perché la tentazione di restare letterale, quasi filologico, s’insinua con forza, compromettendo la necessaria libertà, il doveroso tradimento che diventa obbligatorio già nella traduzione di un’opera da una lingua a un’altra, figuriamoci quando a cambiare è il linguaggio stesso. Lo dimostra il fatto che spesso il cinema riesce a tradurre in grandi film delle opere di narrativa passate sotto semi-silenzio. Mi viene in mente, altro film visto per la prima volta a Locarno, Il conformista di Rossellini, tratto da uno dei romanzi meno riusciti di Moravia, oppure, per andare sullo spettacoloso, Forrest Gump, che è trasposto da un romanzo di scarsissima presa e che sullo schermo è riuscito a produrre emozioni in un numero impressionante di persone.

Poi ti capita di recuperare ‘Il cappotto’ di Lattuada al GranRex (sarà ancora proiettato sabato 14 agosto alle 20), e tutte le tue teorie, le tue convinzioni, si rimettono in circolo, creano matassa. Il grande racconto di Nikolaj Vasil'evič Gogol, che si muove tra realismo e magia, tra grottesco e critica è infatti stato tradito alla perfezione; il regista e i suoi numerosi sceneggiatori (tra cui vanno citati almeno Sinisgalli, Manganelli e Zavattini) non hanno avuto paura di intervenire anche radicalmente sul testo originale, pur di rafforzare l’impatto profondo del senso del testo di Gogol. Ne nasce un film lieve, delicato, rispettosissimo dello spirito del racconto, quindi potente nella critica a una burocrazia che, così si espresse lo stesso regista nel 1952, rischia sempre di diventare crudele nei confronti dei più deboli.

Carmine De Carmine (nel racconto originale descritto come «bassino di statura, un po’ butteratino, un po’ rossiccio, dall’aria perfino un po’ miope, piuttosto stempiato, con rughe ai due lati delle guance e quel colorito del viso che suol dirsi emorroidale…») deve infatti morire per poter diventare un ingenuo eroe post-mortem, un fantasma capace di avvicinare gli uomini che possono. Il sentimento della giustizia diventa il suo solo motore, il cappotto rubato il simbolo di tutte le angherie che ogni sistema autocertificato e certo di sé inevitabilmente perpetra nei confronti di chi resta fuori o non si adegua. E allora solo un piccolo, mal sbarbato, spettro surreale può riuscire a scalfire quel sistema burocratico che sembra pensato per ostacolare ogni tentativo dei modesti di toccare le corde dell’umanità di chi possiede la verità e il comando? Gogol e Lattuada sembrano suggerirlo o almeno infondere il dubbio. E il dubbio è come lo strappo nel cappotto, cambia le cose, mette in circolo le idee, forse, addirittura, di certi tempi, fa bene come il vaccino.

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