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'Nonostante tutto, la band continua e, in un certo senso, porta con sé lo spirito di chi non c’è più' (foto: Danny Clinch)
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31.10.2020 - 22:000

'Letter to you', Bruce Springsteen and the E-Street 'Brand'

Bruce Springsteen, 'Letter to you' (Columbia) - ★★★★★ - A noi pare una meraviglia. E col certificato sonoro del Boss che preferiamo.

La prima rock band del teenager Bruce Springsteen nasce nella sala da pranzo di una casa adibita a stanza prove per bianchi e neri di Freehold e limitrofi, New Jersey. Bruce, con tutti i suoi sogni di gloria nella custodia della chitarra, viene reclutato da George Theiss, chitarrista già scafato e amico della sorella del futuro Boss. Theiss – ­“Che somigliava sia a Elvis sia a Paul McCartney”, scrive Springsteen in ‘Born to run’, autobiografia del 2016 – vedeva in Bruce un potenziale frontman; ma il frontman, dal 1965 al 1968, finirà per farlo George, in una band che prende il nome dal suo shampoo, Castiles. Perché Springsteen si sente ancora un chitarrista e basta, in un’epoca in cui ogni band vorrebbe presentarsi sul palco con un replicante di Mick Jagger come frontman, ma che anche senza l’animale da palcoscenico non smette di puntare in alto: “Noi eravamo bianchi con poca voce e poco senso del ritmo – scrive il Boss – ma lo erano anche gli Stones” (quanto agli Stones, non è che le cose siano cambiate di molto)

Caducità

Anticipato dall’omonimo singolo, a circa un anno e mezzo dall’ultimo album d’inediti ‘Western stars’, dallo scorso 23 ottobre ‘Letter to you’ è il nuovo disco di Bruce Springsteen, stavolta con la E-Street Band; “A nice place to be” come la chiama lui, un bel posto in cui stare. Un disco che proprio nel 68enne amico d’infanzia George, cui l’artista è stato accanto negli ultimi giorni di una malattia terminale, ha la sua causa scatenante. Che è una constatazione: quella di essere, il Boss, l’ultimo sopravvissuto dei Castiles. Constatazione che ha aperto a ‘Last man standing’, prima canzone scritta in funzione della ritrovata band e ancor prima in una più generale riflessione sulla caducità umana.

“L’invecchiare e il perdere chi ci sta vicino è una parte di questo lavoro, che comunque celebra il fatto che, nonostante tutto, la band continua e a suo modo porta con sé lo spirito di chi non c’è più”, dice il Boss, che nel 2008 ha detto addio al tastierista Danny Federici (ricordato l'anno dopo in ‘The last carnival’, su ‘Working on a dream’) e nel 2011 ha detto addio al sassofonista Clarence Clemons (“Se non sei Big Man non puoi diventare Big Man”, ha scritto di lui), sostituito dal nipote Jake. Tutta questa assenza è sfociata in un flusso di ricordi e sensazioni dai teenage years sino ai settantuno, aperto e sottinteso da un concetto assai semplice come “un momento sei qui e un altro non ci sei più” cantato in apertura di album in ‘One minute you’re here’, un ritratto della precarietà, l’essere certi di sapere chi si è per poi scoprire di essersi sbagliati (“I thought I knew just who I was and what I’d do but I was wrong”).

Flashback

Il guardarsi indietro di Springsteen ha qualcosa di tangibile. ‘Letter to you’ porta con se tre flashback intitolati ‘If I Was the Priest’, ‘Janey Needs a Shooter’ e ‘Song for Orphans’, dell’epoca pre ‘Greetings from Asbury Park, N.J.’. Per il resto, l’album è stato scritto in dieci giorni senza la minima preproduzione, voce e strumento dentro un iPhone, la canzone nuda e cruda messa in mano, su consiglio di Roy Bittan, alla E-Street Band perché ne uscisse quel che è uscito. Dieci giorni per scriverlo, quattro per registrare, uno per ascoltare. “Una delle più belle esperienze di studio che io abbia mai provato”, dice Springsteen, fortunato per l’aver inciso tutto prima del lockdown; lockdown che è servito a fare tutto il resto, senza sovraincisioni.

Chi è da sempre convinto che Bruce Springsteen senza il pianoforte di Roy Bittan sia un po’ meno Bruce Springsteen – e anche senza il glockenspiel, il sax e il resto del brand sonoro che è la E-Street Band – allora avrà conferma delle sue convinzioni in ‘The power of prayer’ e ‘Ghost’, nuovo singolo, il rock and roll tra l’oggi e l’aldilà, tra immagini sacre di Les Paul e Fender Twin, tra chitarre e amplificatori, tra chi suona ancora e chi non suona più, con un ‘La la la la’ in coda che fa rimpiangere gli stadi e i bagni di folla.

Ci vediamo nei miei sogni

‘Letter to you’, con film annesso, girato in bianco e nero da Thom Zimny, e con aneddoto annesso – tutte le canzoni sono nate alla chitarra regalata da un fan a margine di una delle repliche di ‘Springsteen on Broadway’, show autobiografico per voce e chitarra sempre in bella e imperdibile vista su Netflix – è album profondo e immediato, picchiato e melodico, spirituale e terra terra (la visita ginecologica di Janey in ‘Janey needs a shooter’), che inizia nel ricordo di chi non c’è più e ha il suo completamento in ‘See you in my dreams’, ultima traccia di un viaggio lungo poco meno di un’ora tra luoghi e suoni familiari: “Ci vediamo nei miei sogni, quando tutte le nostre estati saranno terminate. C’incontreremo ancora, vivremo e rideremo ancora lungo il fiume. Perché la morte non è la fine”.

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