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laR
 
01.12.2022 - 08:31
Aggiornamento: 20:01

‘La strada’, un padre e un figlio dopo l’Apocalisse

Storia d’amore paterno nelle peggiori condizioni che si possano immaginare, Premio Pulitzer 2007 a Cormac McCarthy

di Marco Stracquadaini
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depositphotos
Due esseri umani bastano a rendere umano un mondo morto, disumano negli altri sopravvissuti?

Mi aggiro nei dintorni de ‘La strada’. Rigiro il volume Einaudi tra le mani. La traduzione è di Martina Testa. Cerco una prefazione, una postfazione, che non ci sono. Cercando la postfazione scorgo senza volere l’ultima parola della storia. L’immagine della copertina è così pertinente da risultare scontata. Non va in cerca di attinenze indirette. Trenta metri di bosco su cui è passato un incendio. Il fumo basso di una brace che tarda a spegnersi. In fondo, il bianco di altro fumo che sembra una nebbia. (Nel resto del bosco forse l’incendio continua). Due alberi colpiti si appoggiano ad alberi vicini. A guardare distrattamente, vedevi la desolazione – può essere un’alba nebbiosa? –, quindi i due fusti divelti, poi quel bianco sul terreno... Non consideravi il solo aspetto decisivo: nemmeno una foglia sui rami. E quell’alberello sulla sinistra, piccolo e dritto, è l’immagine di ciò che è successo più di tutto il resto.

Come sarà arrivato a Cormac McCarthy il germe dell’idea? Probabilmente non cercato, oppure da un appunto ritrovato su un vecchio quaderno? Una grande catastrofe; i superstiti continuano a eliminarsi per sopravvivere; seguire un padre e un figlio che si muovono in questo panorama. Così fa Richard Ford quando l’idea di un romanzo tarda ad arrivare: sfogliare vecchi quaderni di appunti. Solo un’ipotesi, naturalmente. Perché è sempre magico il momento in cui arriva lo spunto di una storia. Non insegna nulla, ogni volta devi cominciare da capo, ma la scintilla anche questa volta forse basterà. Pensare che un racconto tanto elementare e fatto col nulla possa essere costruito a tavolino – qui succederà questo che produrrà quest’altro; lì un nuovo ostacolo, poco dopo uno scioglimento... – non pare vero.

Cenere

McCarthy si impone o quel germe gli impone di fare letteratura con la sola cenere. Un mondo incenerito con una strada che si immagina unica – detta sempre: "la strada" – percorsa da un uomo e un bambino. Cenere e poco altro. Prima appare una torcia, poi un binocolo. Si nomina una mascherina, e la pistola appare e sparisce continuamente perché non sai chi si troverà nella città distrutta che stai per sfiorare. Chi troverai in quella casa o stazione di servizio. Andare è necessario, ispezionare il camion rovesciato... Uno strumento utile o un po’ di cibo, due coperte, si possono trovare, per proseguire la strada. Si custodiranno nel carrello del supermercato che ci si trascina dietro, col telo blu che serve a difenderle dalla pioggia o a improvvisare una tenda. E a reggere quella pistola quando un pericolo umano diventa possibile. I pericoli maggiori sono tre: il freddo, la fame e altri uomini affamati. Sopra la cenere fra poco inizierà a cadere la neve. Sopra la neve, veli di nuova cenere.

Il primo essere vivo che incontrano provoca il pianto del bambino. In tanta distruzione, soli e senza la sua mamma, nelle prime trentotto pagine non ha mai pianto. Fa delle domande calme, aspetta la risposta. Piange quando saprà che quell’uomo che hanno seguito per un tratto, loro non potranno aiutarlo. Quello che hanno non servirà a salvarlo e se se ne privano moriranno anche loro. Ma il bambino non smette di guardarsi indietro. Un uomo seduto sul bordo di una strada – colpito da un fulmine, dice il padre –, quasi non più uomo, che aspetta di morire.

La morte presto comincia a non fare troppa impressione nelle pagine de ‘La strada’. (In quel camion, per esempio, non ci sono che corpi). Altrimenti come potremmo andare avanti, anche noi? Ci auguriamo insieme al padre che il bambino non la veda mai, sapendo che non è possibile.

Scommessa

Due esseri umani bastano a rendere umano un mondo morto, disumano negli altri sopravvissuti? Questa sembra essere stata la scommessa di McCarthy, cominciando la sua storia. "Vuol dire" qualcosa, McCarthy, con La strada? Che gli esseri umani non sono capaci, quando devono salvare se stessi, che a sbranarsi l’un l’altro? Che il male è più forte del bene e alla fine, forse, si dimostrerà? O che la vera umanità, fosse solo in un individuo, in due, è più forte del male? Più probabilmente "voleva dire" la storia che ha raccontato. Che ha cominciato – "Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto" – e ha continuato fino all’ultima parola: "mistero".

La strada è la storia dell’amore di un padre e un figlio, che si manifesta nelle peggiori condizioni che si possano immaginare. Che tutti abbiamo concepito, per pochi istanti, rabbrividendo, in un giorno della nostra vita, e McCarthy ha avuto l’animo di starci dentro continuamente per una certa quantità di mesi. La storia dell’umano che scava un solco, un cammino nel pieno del disumano. Ha potuto immaginarle, quelle condizioni, rendendo invisibili tutte le qualità di uno scrittore autentico, che qui sembrano accessorie – il vero stile è lo stile che distrae da sé stesso – per non far restare che il coraggio.

E ora, visto che l’articolo è pronto, la forte tentazione di fermarmi prima della fine del romanzo e che possa bastare così. Oppure continuare, facendosi coraggio con quelle scintille di tenerezza che fanno la forza dell’uomo e sciolgono il gelo intorno: "... e gli si sedette accanto abbracciandolo e scompigliandogli i capelli davanti al fuoco perché asciugassero (...) Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra".


Keystone
Cormac McCarthy

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