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14.09.2022 - 07:17
Aggiornamento: 15:53

‘The Walk’, Robert Walser passeggia per le vie di Roma

Domani sera, 15 settembre, al Cinema Forum di Bellinzona la proiezione del film di Giovanni Maderna, ‘La passeggiata’ dello svizzero per il grande schermo

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Dalle 21, proiezione del film e incontro con il regista

"Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada". In un completo che pare davvero il suo, quel "vestito inglese giallo chiaro avuto in regalo", mise che tanto lo faceva sentire "un lord, un gran signore, un marchese", in ‘The Walk’ di Giovanni Maderna l’attore Lino Musella è il Robert Walser de ‘La passeggiata’, a spasso non nei dintorni di Biel, dove si suppone che l’escursione dello scrittore svizzero tanto amato da Franz Kafka sia ambientata, bensì per la Roma storica, in quell’Italia che fu tra i primi Paesi a proporre gli scritti di Walser in traduzione.

Nei circa sessanta minuti di camminata diretti da Maderna, insieme a Walser-Musella (all’occorrenza con mascherina) cammina anche Robbie Ryan, virtuoso della camera a mano e direttore della fotografia, lo stesso di ‘Io, Daniel Blake’ di Ken Loach e ‘La favorita’ di Yorgos Lanthimos, il secondo dei quali, tre anni fa, quasi gli valse l’Oscar. Smontiamo subito il collegamento spazio-temporale: «Il vestito non è ispirato a immagini di Walser, semmai a una di Robert Musil, che a Roma ha vissuto. Quasi stavamo per girare nel palazzo in cui abitò. Ma sono suggestioni, tutto è nato d’istinto, di pancia, non c’interessava essere filologici. Penso comunque che il film abbia un suo sapore atemporale. Forse ci ha aiutato il Covid, che ha trasformato le cose».

‘The Walk’ verrà proiettato domani sera alle 21 al Cinema Forum di Bellinzona, prima della conversazione tra Maderna e lo scrittore Matteo Terzaghi. È uno degli atti di Babel 2022 ‘Ekphrasis’, la scrittura che incontra le altre arti. Il cinema, per esempio.

Giovanni Maderna. Vista l’attualità ci consenta una divagazione iniziale: Jean-Luc Godard ha influito sul suo cinema?

Godard è stato un regista importantissimo per me, soprattutto agli inizi della mia avventura. Ho un ricordo molto forte legato a una proiezione. A 13-14 anni andai con un amico a Parigi, che a quell’età scoprii essere la capitale del cinema, nella quale si potevano vedere film a tutte le ore, anche a quelle del mattino. Film di ogni genere e di ogni epoca. Finii per vedere a Parigi, per la prima volta, ‘À bout de souffle’ e ricordo che fu una sensazione fortissima, nel senso che quel film in particolare, più di tutti gli altri, riesce a creare una strettissima connessione tra cinema e vita; si esce dalla sala travolti dalla sua energia, ma anche con l’impressione che quell’energia sia ovunque attorno a noi, nelle strade, e che si possa vivere come dentro quel film, cosa a mio parere bella e preziosa oggi in particolare.

Trovo che spesso il cinema contemporaneo, quello proposto ora nelle sale, ci faccia credere che la nostra vita sia noiosa e piatta rispetto alle grandi storie che scorrono sullo schermo, e invece Godard portava a pensare che l’avventura fosse per tutti dietro l’angolo, che ci stesse aspettando fuori dalla sala…

… e che quindi la nostra vita fosse sufficientemente ricca per essere raccontata e messa sullo schermo...

Sì, ed Ermanno Olmi, anni fa, mi diede conferma che non era più così. Avendo egli manifestato interesse per i miei primi lavori, gli chiesi di poter andare sul set de ‘Il mestiere delle armi’; chiacchierando tra un ciak e l’altro mi disse: "Giovanni, quando io ho iniziato a fare cinema parlavi della tua vita, o di quella delle persone attorno a te, e la gente andava a vedere il film". Adesso non è più così: adesso se parli della tua vita ti ritrovi la sala vuota" (ride, ndr). Forse non è questa la sede per analizzare le ragioni storiche, sociali, politiche che stanno dietro a tutto questo, ma certo, è qualcosa che è cambiato profondamente.

Ha citato le strade e il passo dalla strada a ‘La passeggiata’ di Walser è breve: quando e perché Robert Walser? Quando e perché, nello specifico, ‘La passeggiata’?

Lessi per la prima volta ‘La passeggiata’ tanti anni fa. Poi, in un momento romano, una volta arenatomi in un progetto produttivamente più grosso, che ci stava mettendo alcuni anni per riuscire a realizzarsi, mi capitò di rileggerlo. Quella lettura – e mi riallaccio a quanto detto poco fa sul film di Godard – mi diede grandissima energia. ‘La passeggiata’, frutto di sapienza letteraria, pare acqua fresca, sembra di viverla davvero quella camminata. È un libro che fa venir voglia di uscire e camminare, e che ti dice che tutto può succedere, citando Walser. Tutto questo mi ha fatto pensare che forse quel racconto sarebbe potuto essere un film da farsi in pochissimo tempo, mettendo insieme persone con uno spirito più agile, più fresco di quello delle produzioni complesse, e mi ci sono buttato. E così come Walser, io credo, fa dialogare l’atto del camminare con quello dello scrivere, così ho cercato di far dialogare l’atto del camminare con quello del filmare.

Camminare e filmare, senza interruzioni. ‘The Walk’ è girato in 16 mm, vi siete fermati solo per cambiare il rullo…

Ogni 11 minuti circa, il cambio rullo è visibile, e poi quel che succedeva succedeva, in un percorso ovviamente provato, ma aperto all’imprevisto, con la collaborazione di un grande attore come Musella che ha capito e ha saputo godere dell’opportunità di non avere interruzioni, esattamente come in teatro, lavorando in tempo reale, e grazie anche a uno straordinario operatore e direttore della fotografia come Robbie Ryan.

Di tutta l’umanità varia che l’autore incontra nel libro, nel suo film sono rimasti un sarto e un cameriere, ma centrale è pure una lettera…

Sarti, ma soprattutto camerieri che, si sa, sono figure che in Walser assurgono a dimensioni anche misteriose, magiche o inquietanti, che possono essere formidabili avversari, ostili e spietati, o angeli salvifici. Sono per me le figure più completamente e intrinsecamente walseriane, che creano quell’atmosfera. C’è molta ironia in Walser e, spero, anche nel film. Anche la lettera, per quel rapporto anacronistico con lo scrivere e l’imbucare, cosa che ancora oggi si può fare e per la quale la cassetta della posta può trasformarsi in un terribile ordigno, vista l’impossibilità di recuperarla una volta imbucata.

Per finire. In ‘The Walk’ la "semplice e simpatica strada mezzo di campagna e mezzo di periferia" in cui passeggia Walser nel libro è diventata una metropoli: perché proprio Roma?

Perché tra le cose che amo di Robert Walser ci sono la sua idiosincrasia e la sua imprevedibilità; ho pensato che questo suo aspetto di lui mi autorizzasse a fare altrettanto, senza dover ricreare per filo e per segno l’originale. Le difficoltà produttive di cui dicevo e insieme la rilettura de ‘La passeggiata’ accaddero mentre mi trovavo a Roma, che per altro non è la mia città. E in quel periodo per Roma ci passeggiavo, perché passeggiare è cosa che faccio quasi quotidianamente. L’insieme degli elementi mi ha spinto a girare qui. Credo che del suo ci abbia messo il Covid, che Roma l’ha svuotata, e per quanto sia rimasta magnificente, non dico che la città fosse diventata un villaggio, ma di certo la fisionomia era cambiata. Non c’erano i turisti, e già senza turisti Roma è un’altra città.

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