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laR
 
20.01.2022 - 07:57

Usi, una storia lunga tre secoli

Intervista a Pietro Montorfani, autore con Mauro Baranzini di un libro sulla storia dell’Università della Svizzera italiana

di Ivo Silvestro
usi-una-storia-lunga-tre-secoli

L’Università della Svizzera italiana è una delle istituzioni che caratterizza il cantone, e bastano alcune cifre per rendersene conto: oltre tremila studenti, cinque facoltà e una ventina d’istituti presenti in tutto il territorio, duecento progetti di ricerca in corso e un centinaio di eventi pubblici l’anno. Numeri che fotografano il presente ma, come spesso capita, la comprensione arriva anche dalla conoscenza del passato. Tanto più che nel caso dell’Usi il discorso non si limita ai venticinque anni di attività dell’università, come mostra la voluminosa opera dello storico Pietro Montorfani e dell’economista – e tra gli iniziatori delle due facoltà luganesi – Mauro Baranzini, ‘L’Università della Svizzera italiana’, seicento pagine pubblicate da Dadò che ripercorrono non solo la nascita dell’ateneo con le inevitabili tensioni locali e nazionali e i compromessi ai quali si è arrivati, ma anche le ambizioni che da ben prima hanno animato il Ticino sulla necessità di avere un’istituzione universitaria. Tutti aspetti che hanno lasciato tracce nel presente.

Il libro è diviso in quattro parti, più una ricca appendice con alcune testimonianze (di Mauro dell’Ambrogio, Mauro Martinoni e Giorgio Noseda), una bibliografia e una rassegna stampa. Le prime due parti – opera di Pietro Montorfani – sono più storiche e ripercorrono i vari tentativi di realizzare un’università nella Svizzera italiana e lo sviluppo del progetto universitario cantonale, vale a dire l’Accademia di architettura di Mario Botta. Le ultime due parti, le più sostanziose, ripercorrono invece la nascita delle due facoltà luganesi ricostruite non da uno storico, ma da un protagonista: come accennato, Baranzini è stato membro del Comitato ordinatore per le Facoltà di Lugano e successivamente decano della Facoltà di scienze economiche ed è adesso professore emerito dell’Usi.

Il libro stesso nasce dalla fusione di due progetti distinti: da una parte Baranzini che da tempo, approfittando non solo della sua memoria di testimone diretto ma anche dei tanti documenti conservati, stava ampliando una ricerca presentata nel 2017 all’Istituto lombardo, Accademia di scienze e lettere; dall’altra una storia dell’Usi che il rettore Boas Erez aveva chiesto a Montorfani, direttore dell’Archivio storico della Città di Lugano, di realizzare in occasione dei venticinque anni dell’ateneo. «Doveva essere un libretto perlopiù celebrativo – ci ha spiegato Montorfani – ma ho trovato molto materiale interessante, non solo sulla nascita dell’Usi, ma anche sui vari tentativi che erano stati fatti dall’epoca di Franscini in avanti, tentativi che mi sembrava interessante raccontare perché sono uno specchio del Ticino che cambia». Da qui la necessità di pensare a una pubblicazione più ampia e “sapendo che Baranzini aveva questo progetto avviato e un accordo con Dadò per la pubblicazione, gli ho proposto di unire le forze e di fare un unico libro».

Si è nominato Stefano Franscini: il suo progetto di una “accademia”, votato dal parlamento cantonale a metà dell’Ottocento ma mai realizzato per problemi economici, è spesso citato come antenato dell’Università della Svizzera italiana. Il libro tuttavia inizia ancora prima, con un documento della fine del Seicento in cui si evoca la possibilità di una università. «Tuttavia dobbiamo fare attenzione perché nel corso dei secoli il concetto di università è cambiato molto» ha precisato Montorfani. Nel Seicento quello al quale si pensava era di fatto un “grosso liceo”, e anche quando Franscini progetta la già citata accademia «ancora non esisteva il liceo cantonale di Lugano e l’esigenza era appunto quella di assicurare la formazione per dei ragazzi che avessero dai 16 ai 20 anni». Il Ticino all’epoca aveva solo il Collegio dei Padri somaschi a Lugano e il Papio ad Ascona, per cui per molti era necessario andare a studiare in Lombardia oppure nella Svizzera tedesca.

L’accademia di Franscini non venne mai realizzata, ma di lì a poco venne fondato il liceo di Lugano che di fatto rispondeva a quella esigenza.

Da lì si sono susseguiti diversi progetti, anche se bisogna di nuovo intendersi sul significato delle parole: «Ci fu chi si limitò ad avanzare proposte accademiche sui giornali, restando quindi a livello del mero dibattito culturale; altre volte invece si trattò di commissioni politiche che preparavano dei dossier veri e propri su richiesta degli esecutivi». Ma di una università che unisca insegnamento e ricerca quando si inizia a parlare? «La mia impressione è che la dimensione della ricerca arrivi molto tardi e ancora nell’Ottocento la preoccupazione fosse quella di avere una istituzione in cui i giovani ticinesi potessero studiare. Divenuto da poco Cantone, il Ticino voleva porsi allo stesso livello degli altri, dotandosi di un liceo e persino di un’università». A inizio Novecento il tema accademico è dominato dalle relazioni con la realtà italiana. «Era un momento di forti tensioni lungo il confine e il dibattito ne risente: avere una istituzione per la difesa dell’italianità al di fuori dell’Italia fascista poteva garantire indipendenza ma essere anche una testa di ponte per il regime». E da lì inizia il progetto di una università non solo per il Ticino ma per la “terza Svizzera”, cercando anche collaborazioni con i Grigioni.

Già in quel periodo, ha ricordato Montorfani, c’era anche chi sosteneva che il cantone non avesse bisogno di un’università dal momento che per i ticinesi era più utile studiare all’estero o Oltralpe.

Arriviamo così a un altro progetto universitario naufragato: il Cusi, Centro universitario della Svizzera italiana, che nel 1986 viene respinto in votazione popolare da una netta maggioranza. «Si trattava di un progetto elitario, post-universitario, un centro di ricerca in studi regionali basato su uno sviluppo dell’Ufficio cantonale di ricerche economiche che non permetteva neanche di ottenere una laurea. Al contrario dell’USI, che è nata invece come università di base aperta a tutti gli studenti con maturità, cosa che ha determinato il successo di questa iniziativa rispetto alle altre» ha ricordato Montorfani. Quali gli altri punti di forza del progetto Usi? «Sicuramente la figura di Mario Botta che a livello comunicativo e politico ha dato delle garanzie: era il nome che permetteva di presentare il progetto molto facilmente in vari ambienti diversi, non a caso il consigliere di Stato Giuseppe Buffi lo chiamava “la nostra locomotiva”». E poi il fatto che Cantone e Città di Lugano si sono divisi i rischi dell’impresa, il primo con l’Accademia di architettura, la seconda con le due facoltà luganesi. «Una alchimia difficile da realizzare: ai tempi i rapporti tra Lugano e Bellinzona erano tesi e a fare da mediatore fu soprattutto Giuseppe Buffi».

Abbiamo parlato delle due facoltà luganesi: da una parte Scienze economiche, dall’altra Scienze della comunicazione, una scelta quest’ultima che aveva fatto discutere. «Una decisione innovativa, perché in Svizzera non c’era un’offerta di quel tipo. Il primo a lanciare l’idea è stato il consigliere di Stato socialista Rossano Bervini, ma viene subito ripresa, con l’entrata della Lega in Municipio, dalla Città di Lugano e in particolare da Giorgio Salvadè. Un’idea che nasce a sinistra e finisce per essere fatta propria dall’area cattolica della politica luganese».

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