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Walter Angonese (foto Ti-Press)
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17.09.2021 - 17:360
Aggiornamento : 18:04

L’Accademia di architettura secondo Walter Angonese

Il nuovo direttore, entrato in carica al posto di Riccardo Blumer, ha incontrato la stampa per parlare delle sfide che attendono l’istituzione

I 25 anni dell’Accademia di architettura, la presentazione del nuovo direttore Walter Angonese, le mostre, gli eventi pubblici, le attività dell’associazione Ama (Accademia Mendrisio Alumni) e altro ancora: mattinata ricca di annunci, al Teatro dell’Architettura di Mendrisio. L’Accademia è del resto in continuo movimento, come ha sottolineato il “direttore emerito” Riccardo Blumer, alla scadenza del suo mandato di quattro anni: «Cambiare è necessario, ed è la cosa più interessante che si può fare». Ecco che ai livelli superiori del Teatro abbiamo quindi una mostra che ripercorre i cambiamenti dei primi 25 anni – ‘Architettura che fa Scuola’, un percorso attraverso immagini, testi, video, pubblicazioni e modellini della storia dell’Accademia – e una che invece guarda al futuro: ‘Progetto e profezia’, dove a vari architetti e docenti è stato chiesto di presentare un progetto che secondo loro rappresenta la loro idea di futuro. Su un tema simile si è mossa anche l’associazione Ama con il progetto ‘Postcards from the Immediate Future’, che sarà inaugurata il prossimo 23 ottobre.
Ma l’incontro con la stampa era soprattutto per conoscere Walter Angonese. Nato nel 1961 in Sudtirolo – il che spiega il suo buon italiano venato di tedesco –, si è laureato allo Iuav di Venezia e ha insegnato, oltre che all’Accademia dov’è diventato professore ordinario nel 2011, all’Università di Innsbruck più un lungo elenco di istituzioni in cui è stato visiting professor.

Professor Angonese, quali sono le sfide per l’Accademia di architettura?

Sono tante. Stiamo vivendo tutti i grandi cambiamenti del mondo: se negli ultimi venti-trent’anni abbiamo avuto una fase di relativa tranquillità, adesso ci troviamo ad affrontare il cambiamento climatico i cui effetti sono sempre più importanti, le migrazioni, il Covid. Sono problemi che bisogna affrontare sia sapendo reagire molto velocemente, sia decidendo di opporre una resistenza a questi cambiamenti. La mia sfida come direttore è appunto capire come reagire con la responsabilità che una scuola come questa richiede. L’Accademia è una scuola molto eterogenea, a livello di “teste” che ci sono dentro, e ovviamente non possiamo costringere tutti quanti ad andare in una direzione e non sarebbe neanche giusto perché si perderebbe la sperimentazione che è un fattore importantissimo.
Come Accademia dobbiamo essere consci dei problemi del mondo, dobbiamo reagire in modo adeguato ma mantenendo il “lusso” di percorrere delle strade alternative.

Mi sembra di capire che bisogna guardare sia al futuro, sia al passato.

Sì. È una cosa che cerco sempre di insegnare ai miei studenti: perché la storia è importante? Non certo per romanticismo o per nostalgia. Un comico bavarese, Karl Valentin, diceva che “die Zukunft war früher auch besser”… com’è in italiano? Una volta anche il futuro era meglio?
La storia è importante per arrivare a quella consapevolezza – che non è il sapere – che ci porta a non essere arbitrari, a non seguire le mode. Gli studenti in genere non hanno molta sensibilità verso la storia, anche se negli ultimi anni ho notato un certo interesse, hanno capito che la storia è un appiglio. Adolf Loos la chiamava “la storia collettiva”.

In un mondo che si specializza sempre più, l’Accademia forma architetti generalisti. Come mai?

Sono stato recentemente alla Alumni & Alumnae Reunion dell’Usi e Alippi e Gambardella hanno parlato dell’intelligenza artificiale. E mi sono reso conto che l’intelligenza artificiale colpirà in primo luogo la specializzazione. È il sapere che ci fa diventare, o che ci fa credere di essere diventati, specialisti, ma se noi teniamo lo sguardo più aperto abbiamo quella che in tedesco si chiama Halbwissen, il “mezzo sapere” che non è semplicemente sapere un po’ di tutto, ma saper mettere in relazione, trovare soluzioni originali che non sono determinate da quell’inquadramento che dà la specializzazione. Per me il futuro è in questo Halbwissen, il che ovviamente non deve diventare una scusa per imparare, o insegnare, solo la metà: per noi è una sfida ancora più difficile, perché significa portare in Accademia discipline che a prima vista non c’entrano con l’architettura. L’Halbwissen è un sapere che deve mutare in consapevolezza.

È questo approccio che l’ha portata all’Accademia di Mendrisio come docente e adesso direttore?

Sì. Ero arrivato vicino all’obiettivo alla Technische Universität di Monaco, chiamato per la selezione finale… grazie al cielo non mi hanno preso e sono finito qui!
Ho appena finito di seguire il dottorato con uno studente brasiliano che voleva lavorare su Peter Zumthor. All’inizio gli avevo detto che no, non mi interessava, perché su Zumthor era già stato scritto tanto… ma gli ho proposto di fare qualcosa sull’insegnamento di Peter Zumthor, sull’influsso che l’insegnamento ha avuto sulla sua architettura ed è venuto fuori un dottorato stupendo che ha subito vinto il premio svizzero degli storici d’arte. Perché la realtà è questa: noi insegniamo, diamo del nostro agli studenti, ma poi prendiamo anche dagli studenti e dai colleghi. Il modello dell’Accademia è un successo e infatti un sacco di amici italiani, austriaci, svizzeri mi chiamano e mi scrivono per chiedermi di venire qui… e non è per il mio contributo, che è stato minuscolo in questi anni, ma per lo spirito dei fondatori.

Quale rapporto con il territorio?

È una domanda che mi fate tutti!
Ci sono stati diversi atelier e diplomi, il che significa 150 progetti ogni anno che affrontano i problemi del territorio. Il lavoro fatto su Chiasso, questo luogo-non luogo, è stato fantastico, il sindaco era molto interessato. Poi bisognerà vedere quali idee avranno un seguito, perché poi la decisione spetta alla politica, noi facciamo ricerca, siamo un laboratorio, abbiamo un buonissimo rapporto con le istituzioni ma non possiamo e non vogliamo diventare il “centro di progettazione” del cantone.

Questo a livello istituzionale: a livello culturale?

Abbiamo questo incubatore qui (guarda il Teatro dell’Architettura, ndr). Abbiamo avuto Daniele Finzi Pasca, la coreografa Tiziana Arnaboldi ha appena fatto uno stupendo spettacolo, ci sono le giornate aperte, stiamo pensando a una piccola festa aperta alla popolazione… quasi ogni settimana succede qualcosa. Come Accademia di livello internazionale, dobbiamo ovviamente mantenere alta la qualità delle proposte.

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