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05.11.2020 - 06:00
Aggiornamento: 12:04

'Non silent protest', quando il coro alza la voce

Una protesta educata per attirare l'attenzione sulle corali svizzere in pericolo. A nome del 'Calicantus', Mario Fontana. Risponde Manuele Bertoli (Decs)

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Il Coro Calicantus, in uno dei tanti viaggi nel mondo

I cori non hanno smesso di cantare. Nemmeno se l’ordinanza del Consiglio federale dello scorso 28 ottobre vieta le attività corali nei settori professionali e non professionali. Per la precisione: i cori svizzeri seguono l’ordinanza (i professionisti sono autorizzati a provare, senza però dare concerti), ma a mezzogiorno di ogni giorno, da qualche giorno, cantano. Non tutti insieme, ognuno per sé e con invito a postare in rete il proprio ‘canto delle dodici’. Annunciata nelle tre lingue ufficiali, la protesta è pacifica. Si chiama ‘Non silent protest’ ed è riassunta in sette punti. Aperti da un “tacere non va bene”.

Anche il Coro Calicantus si fa sentire. La voce ce la mette il maestro Mario Fontana, che il coro lo dirige, a margine di un più corposo comunicato della Federazione Svizzera Europa Cantat che fa il punto su una minaccia che interessa più di 4mila cori e gruppi appartenenti ad associazioni, per un totale di 120mila cantanti e più di 600 direttori di coro. Con un punto fermo: “Negli ultimi mesi – recita il comunicato – la scena corale ha dimostrato che il canto di gruppo può essere praticato in modo sicuro in base a rigorosi piani di protezione". Grazie ai quali – mascherina inclusa – non sono stati identificati focolai d'infezione. Di conseguenza, “non vi è alcuna giustificazione statistica a sostegno dell’attuale divieto del canto corale". Si chiede che l’ordinanza sia "adattata in modo che i cori e gli ensemble, così come i cori di bambini e i cori giovanili che sono la base del futuro, possano presto riprendere le loro attività nei limiti di un numero massimo di 15 cantanti e nel rispetto dei più rigorosi piani di protezione”.

Mario Fontana. Si è fatto tramite della ‘Non silent protest’. Ce la spiega?

È la prima risposta 'gandhiana' che la comunità corale svizzera ha proposto dopo le normative del 28 ottobre che vietano il canto nei cori. Chiunque lo voglia, alle 12 di ogni giorno d’ora in poi, canterà qualsiasi cosa. Invitiamo tutti a cantare anche solo un “Laaa”. È anche un modo per combattere la stigmatizzazione del canto, per il quale non esistono studi concreti che dimostrino che è più pericoloso del parlare.

Qual è al momento la situazione che vive il coro Calicantus?

Con il Team stiamo lavorando assiduamente per offrire continuità ai bambini. Dal 9 novembre le lezioni si svolgeranno secondo le regole, in gruppi di 15 allievi senza cantare. Saranno offerte didattiche finalizzate alla crescita culturale, a mantenere la motivazione e in vista della futura normalità. I nostri piani di protezione hanno dimostrato sin qui di essere molto efficaci e continueranno a essere rispettati.

E qual è la situazione delle corali a livello ticinese, e svizzero?

La coralità svizzera ha messo in atto tutte le misure necessarie per collaborare alla crisi sanitaria, cantando anche con mascherine, distanze ecc. I contagi avvenuti nei cori sono infimi e non paragonabili ad altri campi. Ma i casi di cori che potrebbero chiudere, di cantori che potrebbero smettere, sono purtroppo numerosi! Un’intera tradizione svizzera a rischio.

Contestate l’aver dovuto prendere misure necessarie per collaborare alla crisi sanitaria. Vi sentite traditi dalle ultime disposizioni sanitarie?

La comunità corale collabora e propone. Le misure necessarie, per questa comunità, sarebbero anche altre, vedi chiusura dei centri erotici, dei quali contestiamo la continuità. L’Oms chiede che le conseguenze psicologiche della pandemia non siano sottovalutate nella definizione delle misure. Il canto ha un’influenza positiva sulla vita sociale e sulla salute, soprattutto in tempi di crisi.

Per i bambini, aver lasciato loro il permesso di cantare almeno fino ai 12 anni (sono ca. 30mila in Svizzera), avrebbe dimostrato sensibilità verso una generazione già colpita da scompensi psicologici di varia natura. Secondo alcuni studi di sociologi, psicologi e pediatri, tra le altre conseguenze sulla salute, vengono riscontrati accresciuti stati d’ansia, stress, insonnia, stanchezza, fragilità e disorientamento. Cantare nei cori di bambini sin qui non ha prodotto danni alla comunità; ora il danno lo ricevono loro.

Il problema che lei solleva va oltre la musica. La preoccupa il disagio provato dai bambini nel dire loro che è proibito cantare...

Desidero citare il Maestro Abbado: “In un coro ogni persona è concentrata sulla relazione della propria voce con le altre. Il coro come l’orchestra è l’espressione più valida di ciò che sta alla base della società: la conoscenza e il rispetto del prossimo attraverso l’ascolto reciproco e la generosità nel mettere le proprie risorse migliori al servizio degli altri”.

Immaginiamoci di essere un bambino che in un coro ha sempre trovato un luogo di riferimento e di crescita, e sentir dire che non può cantare perché è pericoloso. Sarebbe un atto di reale tutela della comunità anche quello di incoraggiare un riequilibrio dell’immagine del canto.

È preoccupato anche del generalizzare, dell'idea che 'cantare può contagiare'...

I giovani, spesso descritti come irrispettosi delle regole attuali, stanno portando nella loro vita il peso di non esser spontanei coi propri coetanei. Portano il peso dell’incertezza più assoluta sul proprio futuro, alla loro età, nella quale la vita e il mondo si apre loro, in primo luogo nella loro esperienza personale. Cercano di rispettare le regole ma incontrano contraddizioni, portano la mascherina tutto il giorno, a scuola e nei mezzi di trasporto pubblici, dove si ritrovano stipati.

Soffrono infine, di svariati sintomi nuovi. Se a ciò aggiungiamo che ora debbono dubitare se essi stessi possono essere veicolo d'infezione cantando, anche con le misure di protezione già implementate, io sì, sono preoccupato. È necessario affermare con forza che il problema non sta qui.

Il coro, per definizione, presuppone vicinanza fisica. Open air a parte: un coro all'interno, numeroso di suo, pur con un pubblico entro le 50 unità, non è un rischio?

Come detto, i cori svizzeri hanno adottato misure molto severe e sin qui hanno fornito un’ esemplare collaborazione, senza alcun focolaio, solo qualche quarantena, va precisato. Ora, l’attuale norma all’art. 6f dell’ordinanza COVID-19, dice che sono ammesse le prove senza canto di gruppi fino a 15 persone. È il momento di esser creativi e fare un altro tipo di lavoro. Aiutiamo i nostri coristi adulti, i nostri ragazzi e le loro famiglie ad aver fiducia nella vita!

C’è una soluzione?

Oltre a firmare la petizione lanciata dalle più importanti associazioni svizzere “Canto dunque sono” (sorride, ndr), credo che oggi più che mai sia necessario che il mondo degli adulti e della Cultura diano il proprio segnale, forte e deciso, cercando d'indicare un percorso anche audace di fiducia, essendo propositivi nei confronti delle giovani generazioni. Loro sono il bene più prezioso della società.

Manuele Bertoli, Decs

’Pronto a sostenere il percorso di fiducia’

Abbiamo inoltrato le preoccupazioni di Fontana e delle corali, ticinesi e svizzere, a Manuele Bertoli, direttore del Decs.

Manuele Bertoli. L’ultimo grido d’allarme del mondo della musica ticinese arriva dal Coro Calicantus, che si fa tramite ticinese di una doppia protesta: la messa a rischio dell’esistenza stessa delle corali, ma anche il disagio che lo stop provoca nei bimbi...

Capisco questo grido d’allarme, ma le norme vengono da Berna e noi non possiamo che farle applicare. Nella consultazione sulle modifiche dell’ordinanza i bambini membri dei cori non erano toccati dalle restrizioni, ma la versione ufficiale è poi cambiata.

Le corali svizzere, certe delle misure di sicurezza messe in atto e dell’assenza di contagi riscontrati al loro interno, sostengono che il blocco non abbia alcuna giustificazione statistica.

Prendo atto di questa presa di posizione, che però va girata al Consiglio federale.

Il concetto è estendibile ai grandi teatri. È quanto si dice anche al Lac, ampia struttura all’interno della quale il distanziamento sarebbe garantito. In sintesi: perché i ristoranti sì e i teatri no, perché le scuole sì e le corali no?

Anche qui, è una posizione che posso capire dal profilo della ricerca di una coerenza stretta tra le misure, ma se ragioniamo in questo modo, per analogie, l’unica ‘soluzione’ perfettamente coerente sarebbe chiudere tutto, con i problemi immensi che conosciamo. Per i teatri credo che si tratterà di resistere qualche settimana senza spettacoli.

Le corali chiedono al mondo degli adulti e della Cultura “un percorso di fiducia nei confronti delle giovani generazioni”. Cosa si sente di poter dire in questo senso?

Credo che sui bambini abbiano delle ragioni e sarebbe bene che venissero consegnate in un documento sottoscritto da questi importanti attori del mondo formativo/culturale nei diversi Cantoni. Per quel che mi riguarda sarei pronto a sostenerne le ragioni verso il Consiglio federale.

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