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04.07.2020 - 14:400

Il lungo volo di Biriki

Incontriamo Bruna Ferrazzini e l’uccellino da lei creato: leggero, curioso, contagioso. E libero

Gli uccelli cantano all’albeggiare, un coro che si propaga di casa in casa destinato a ogni abitante. Il giorno inizia così, ci si gira nel letto, si prende coscienza delle voci del mondo dopo che per tanto tempo il silenzio occupava strade e autostrade, uffici, negozi. Gli uccelli hanno sempre cantato, ma per la prima volta sembrava di vederne tanti come non mai, stupiti dal cielo terso, da un’aria insolitamente respirabile. Gli uccelli, spiriti veloci e inesauribili, fino a quando avvicinandosi all’albero di casa potevano vedere i nostri momenti di tristezza e solitudine, fermandosi su un ramo. Cos’è in fondo un fiume, il cielo pieno di nuvole, la foglia e le sue linee, se non la stessa, infinita mappa che tiene uniti piccolo e grande? Al mattino cantano gli uccelli e tra loro eccone uno con un fiore giallo in bocca, il becco rosso, il corpo bianco e verde. Di finissime proporzioni; leggero, curioso, contagioso. Il nome? Biriki.

Bruna e Biriki

Conosco da anni Bruna Ferrazzini, ogni volta che ci siamo trovati per strada è stata l’occasione per scambiarci qualche impressione. Negli ultimi mesi siamo andati a passeggiare sui sentieri di Corteglia e nei suoi occhi coglievo lo stupore per quello che intorno si muoveva. Anche Biriki, protagonista del suo progetto educativo, ha questo stupore. Sorvola tetti e strade, ascolta i discorsi dei piccoli, porta loro un cuore. Dopo il liceo, Bruna si forma come fotografa allo Ied, l’Istituto Europeo di Design di Milano, seguendo poi una formazione come educatrice specializzata presso l’Università di Friborgo. Ha lavorato per diversi anni alla Rsi in qualità di cameraman. La incontro nel palazzo di famiglia in stile Liberty, a Mendrisio. Qui, iniziamo a parlare del suo mondo. Di Celerina, luogo vissuto nella prima infanzia con gioia, insieme ad altri bambini; delle prime ricerche con la china; dell’importanza di andare con la mente a ritroso. Del diario dei ricordi e del quaderno dei disegni. E del presente, che porta Biriki in diversi paesi del mondo, ultimo l’India, con la sua anima birichina. Avventurosa. Cosa vuoi raccontare di tutto questo? “Un giorno viene una mia compagna di scuola mostrandomi il quaderno dei disegni. Dice: ’Guarda, questo l’hai disegnato tu’. Un fungo con le stelle, i fiori e un cuoricino. La cosa che mi ha colpito è stato vedere che il fiore somigliava a quello di Biriki; dal tempo delle elementari l’ho rivisto solo quattro, cinque anni fa. In qualche misura i soggetti sono rimasti invariati. Lo stesso tratto, la stessa forma”. Quasi tutto fosse là, vuoi dire. “Sì. Mancava solo Biriki. A metà anni ’90 ho ripreso a disegnare facendo delle macchie, un periodo di sperimentazione. Una cosa interessante perché sentivo che usciva il mio stato emotivo. Però volevo fare un salto in più e visto che a otto anni ho smesso di disegnare in modo piacevole, ho pensato di recuperare quel momento comprando un libro per bambini”. Come l’hai utilizzato? “Facendo gli esercizi del libretto e la cosa divertente è che parlava a me come fossi una bambina. Fino ad allora non riuscivo a trovare il mio modo di disegnare. Non ho mai appreso una tecnica o fatto una scuola definitiva. Tutto passava da una sperimentazione personale”.

Le macchie

Parlavi delle macchie. “Mi piacciono ancora adesso, ma il desiderio era di andare avanti per scoprire nuove cose; il mondo della grafica, dell’illustrazione. Da bambina ho passato molto tempo a disegnare e a disegnare in gruppo con altri bambini. Qualcosa che avevo cancellato a livello razionale, non interiore. Un’impronta che resta. Quando faccio i laboratori sento di provare questa emozione, usare il disegno come strumento di comunicazione, provare gioia, conoscere l’altro. Confrontarsi”. Cosa accade quando lavori con i bambini? “Nel tempo a disposizione cerco di vedere i loro talenti, i semi, li immagino da grandi. Guardo il seme ancora prima che si sviluppi, una cosa molto bella. In che modo si muove il mondo implica molte domande; è importante capire che domande sta facendo un bambino. Perché ti chiede”. Le domande sono anche gioco? “Alcune sì. Altre sono profonde, legate a una visione della realtà; vogliono essere sicuri che corrisponda al loro sentire. A volte provano dei dubbi. Dicono: ‘non ho capito, qual è la cosa giusta?’. I bambini vanno per tentativi, provano”. Sono grandi osservatori. “Guardano quello che fai. Non quello che dici, ma come lo dici”.

Ancora Biriki

Quando arriva a noi, l’uccellino? “Nel 2001. Ero andata negli Stati Uniti per seguire un seminario di autostima tenuto da Bob Mandel. Con me un diario personale su quanto succedeva. Su un piano diverso, degli appunti sul metodo formativo. Ho continuato a disegnare Biriki e lì è maturato. A un’amica illustratrice, Fiorenza Casanova, avevo chiesto cosa potevo fare per la crescita di un personaggio. Mi ha risposto di disegnarlo e di fargli fare quello che facevo io. Ho accettato la sfida”. Adesso che mi passi quel quaderno vedo altri personaggi. “Tra i diversi, ho scelto Biriki. Per la verità, ancora oggi mi chiedo il perché”. Forse perché lui vola nel cielo e scende a terra. “È libero. Viaggia tra mondi e può andare lontano. Ecco una cosa divertente. Tengo la scheda dei miei disegni e tra questi mi è capitato di trovare un uccellino con tre ali che somiglia a Biriki, fatto nel ’91-’92. Vuoi dire che c’era già?”. Quando diventa protagonista di una storia rivolta al pubblico? “Riguarda un altro seminario, a Bellinzona. Bob Mandel che da quarant’anni tiene corsi di crescita personale mi ha proposto di fare un libro con le sue frasi. Ho detto di sì. Poi guardo la finestra, eravamo al Castello e vedo l’arcobaleno. Aveva appena finito di piovere. Un segno. Quel libro ha generato altre situazioni. Faccio laboratori nei musei, nelle scuole, nei festival, partendo da un gruppo genitori di Coldrerio che mi ha proposto un’attività. L’autostima attraverso il disegno. Il corso ha avuto successo ed è nato il libro, ‘Giochiamo a giocare senza giochi?’. Parliamo del 2005 e adesso sono quindici anni che i laboratori continuano. Biriki nasce per una mia ricerca, ma lo sviluppo è avvenuto in buona parte perché altre persone mi chiedono un progetto. Alla base di questo lavoro volevo che la crescita personale fosse letta in modo gioioso, un alleggerimento dei pesi che ti porti dentro”. Bruna ha viaggiato molto, ha cambiato tante volte vita. Parla con entusiasmo di Barcellona, città sul mare e a lei piace molto l’acqua. E del festival ‘Animac’, dov’è stata invitata.

Cut-Out

In letteratura ricordiamo il ‘Cut-Up’ di William Burroughs, comporre e ricomporre, tagliare frasi senza cercare subito un senso. Bruna Ferrazzini parla del ‘Cut-Out’. E di sorpresa. “Non immaginavo che Biriki sarebbe cresciuto così. Capita che le persone conoscono lui prima di me. A me piace giocare con le forme e i colori, lasciarsi sorprendere da come con pochi tratti su un foglio puoi esprimere un concetto, passare a un’atmosfera”. In cosa consiste la pratica del ‘Cut - Out’? “È il ritaglio. Prendo dei pezzetti di carta e li taglio a caso senza sapere cosa compare. Da un rimasuglio può nascere un personaggio. Mi affascina vedere i bambini quando scoprono questo. Quando faccio un laboratorio con i pennarelli neri, per costruire un personaggio dico di fare cinque cerchi, di mettere un corpo, poi gli occhi. Restano stupiti”. Si muovono con autonomia. “Se fai dei passaggi semplici, gli accompagni a fare la cosa complessa. Gli insegni un metodo e con questo possono continuare a giocare. Mi piace la sorpresa data dal disegno libero, senza restrizioni. Ogni bambino fa la sua storia, un mondo di creatività che partendo a volte dalle stesse forme si sviluppa in modo diverso”. Stimoli la conoscenza della loro creatività. “Si rendono conto delle competenze che hanno, di un loro tratto; quel mondo che esce sulla carta è in loro. Possono decidere di metterlo nella realtà o tenerlo dentro”.

Gli incontri

Molti sono gli incontri che Biriki ha fatto in questi anni. La sua libertà, curiosità, è la stessa di Bruna che per sua struttura interna dice di essere “molto curiosa di quello che gli altri pensano”. Due sono stati i risvolti importanti nello sviluppo del progetto educativo. Il contatto con Amnesty International Ticino e con il Decs. Un progetto incrociato sul tema dei diritti. Scorrendo una brochure riassuntiva, molti gli orizzonti aperti: da Siena a Parigi, presso il ‘Centre Georges Pompidou’. Il ‘Museo in Erba’, Bellinzona; il ‘Museo dei bambini’, Milano; ‘Castellinaria’; il Centro giovani di Mendrisio e tanti altri ancora. Recente, poco prima del Covid 19, l’esperienza vissuta in India, stato del Rajasthan, nella Bal Prakash School Ajmer, continuata a distanza. Del 2016, la visita al ‘Children Brooklyn Museum’, il primo museo nel mondo dedicato ai bambini. L’uccellino, che pensiamo fosse già in volo nei boschi di Celerina, ha varcato paesi, visto, conosciuto. Dato gioia. Un lungo viaggio perché ricordando Pessoa, “il viaggio non finisce mai”. Bruna lo sapeva, ma ha dovuto aspettare il momento cangiante, quello che arriva se ognuno di noi sa attendere con pazienza, seguendo le sue intuizioni fino a sorprendersi. A me è capitato di farlo a Gorduno, nell’atelier artistico di Simona Viviani, quando tutto d’un tratto lo sguardo si è posato su un piccolo libro, celeste. Titolo: “Biriki, nel mondo poetico di Zunzilla’, illustrato proprio da Bruna e Simona, i testi di Bob Mandel. Chissà se Biriki sapeva che prima o poi sarei arrivato lì?

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