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23.05.2020 - 06:000

Tatto, vista, olfatto: bentornate librerie

A quasi due settimane dalla riapertura, tastiamo il posto ai librai, concordi su due punti: la clientela che non li ha mai traditi e il bestseller della quarantena

Di chi è, insomma, la colpa del coronavirus? Gli ultracattolici puntano il dito contro Papa Francesco (“È la punizione divina per le unioni sacrileghe concesse a divorziati e risposati”), ma un predicatore che si rispetti tuonerebbe contro tutti i poveri di spirito (letterario) che non frequentano le librerie: “Se solo aveste letto ‘Spillover’ di David Quammen, peccatori che non siete altro, vi sareste risparmiati l’Apocalisse! E adesso pentitevi e andate in libreria”. Il virgolettato è di fantasia, è palesemente sciocco e serve solo a introdurre il bestseller non ticinese più richiesto durante il lockdown; quel titolo che, in mezzo a maghetti che non passano mai di moda, tanta letteratura per bambini e romanzi non-mattoni per evadere al meglio, le librerie di questo Cantone hanno venduto. Chi più chi meno, chi online e chi alla vecchia (tecniche non telematiche sono elencate poco oltre). Bene primario un po’ meno primario degli altri – i supermercati sì e le librerie no, il Maurizio de Giovanni dell’ispettore Ricciardi l’aveva presa male, per una certa sacralità, o rispetto delle priorità – il Ticino ha tolto i sigilli ai libri in carta ed ossa lo scorso 11 maggio. Siamo andati a capire che aria tira in libreria. A partire da chi in questo momento rappresenta l’intera categoria.

'Io li chiamo clienti a amici'

«È un po’ presto per disporre di dati complessivi» ci dice Mauro Paolocci, presidente di Alesi (Associazione librai ed editori della Svizzera italiana) e titolare di Dal Libraio a Mendrisio. Le librerie si incontreranno presto, giusto il tempo di «riattivare ognuno il proprio punto vendita». È arrivato il momento, «e lo stesso varrà anche per gli editori». Preso atto di un circuito che si è fermato, coinvolgendo l’intera filiera, e preso atto che «quel minimo che si è potuto fare nei mesi di lockdown, ognuno nelle modalità che ha ritenuto più corrette, non compenserà mai l’entità dell’essere rimasti chiusi», c’è un segno molto forte però dal quale ripartire: «La clientela ha manifestato segni di solidarietà. Per fortuna, alle nostre latitudini il concetto di fedeltà resta forte. Abbiamo un debito nei confronti di quei signori, io li chiamo clienti e amici, che frequentano le strutture di vendita da una vita e che si sono subito fatti vivi. E che sono per noi sono un prezioso balsamo». Un attestato di stima, il segno di un’importanza relazionale reciprocamente dimostrata, «un legame che per fortuna resiste anche di fronte all’invadenza dei siti internazionali online». 

La rete, a proposito. Spingerà ancor più le librerie alla mutazione? L’online è il grande megastore virtuale al quale tutti i librai, presto o tardi, pagheranno l’affitto? «A me l’online sta bene – replica Paolocci – ma come utile corollario di una presenza fisica sul territorio. Non mi sta bene invece e se non in casi di urgenza quando il supporto si trova a mille chilometri di distanza, impoverendo il tessuto economico e sociale della nostra regione. Quella dell’online, mi lasci dire, è più un’ossessione mediatica. Io non parlerei di boom. Si è venduto molto telematicamente per necessità. Più in generale, non sono così pessimista da pensare che ci attenda un domani fatto di distacco sociale, di telelavoro, perché la società vive anche e soprattutto di relazioni interpersonali sulle quali si è costruita la nostra cultura e non di meno l’attività commerciale. Penso all’agorà greca che ospitava allo stesso tempo il mercato, gli incontri e la discussione politica». Una dimensione sociale che è anche quella della libreria, dove «uno ti racconta un pezzo della sua vita e tu gli racconti un pezzo della tua. Non c’è solo il servizio, specialmente in una struttura nella quale si vende un prodotto che contiene cultura».

'A San Valentino o in altre occasioni emozionalmente intense si può mai regalare un e-book? E la dedica come la si scrive? Col tipex?'

E per approfondire il concetto, dobbiamo scendere nel personale: «In questi due mesi ho sofferto. Sono abituato a vivere in una casa grande, idealmente con stanze ariose, piene di gente che discute. Mi seccherebbe molto dover essere confinato in una cabina telefonica, dico adattando il periodo finale del racconto ‘Il busto dell’imperatore’ di Joseph Roth». Più in generale: «Sono convinto, spero e ci voglio credere, che il fatto di essere rimasti fuori da tutto per due mesi abbia fatto ragionare tutti quanti sulla necessità di tornare a valori più fondamentali, per ridimensionare quest’illusione che la tecnologia è onnipotente e che tutto si farà nella maniera che la tecnologia deciderà. Per trovare davvero quella dimensione slow di cui si parla tanto e che è davvero la misura corretta del vivere consociato. Slow non significa procedere a rilento, o tornare al Medioevo. Significa qualità nei servizi di prossimità, unita ai contatti, allo scambio e alla condivisione. Un rapporto privilegiato con gli altri e fondato su valori essenziali come la relazione». Contatto inteso anche come libri fisici? «Non escludo gli altri supporti, ma il libro resta per me prioritariamente cartaceo. La fisicità, il contatto, la manualità, l’odore. A San Valentino o in altre occasioni emozionalmente intense si può mai regalare un e-book? E la dedica come la si scrive? Col tipex?».


Quasi quasi gli regalo un libro (enter)

Mendrisio-Lugano-Bellinzona

Restiamo a Mendrisio, con Stefania Pelli della Libreria dei Ragazzi, con bar annesso e confrontata quindi con una duplice restrizione. Se un piccolo vantaggio in chiave di sicurezza esiste – «Non siamo un bar da aperitivi, la nostra clientela è quella della libreria, quindi senza l’imminente esigenza di catapultarsi all’aperto» – dall’altra parte la chiusura dell’Accademia di Architettura e le scuole a intermittenza non aiutano: «Il movimento abituale di tutte queste persone non c’è, e si nota». Ma anche qui, come sopra, «la clientela fedele non ci ha abbandonati durante la chiusura». Tra le richieste: «‘Il colibrì’ di Veronesi, l’ultimo Rocco Schiavone di Manzini, ‘Cambiare l’acqua ai fiori’ di Valérie Perrin». E, ci giochiamo la mascherina e pure il disinfettante, qualche ‘Spillover’: «Naturalmente. L’avesse letto prima qualcuno di quelli che contano…». Per finire, gli strascichi dell’emergenza, che continuano a lasciare tutti un po’ «straniti, ma ci abitueremo».

Da Mendrisio a Lugano, al Segnalibro di Priska Wirz: «Durante la chiusura abbiamo potuto contare sul nostro shop online già attivo da un paio d’anni. Il contatto con i clienti non si è mai interrotto completamente. La situazione ci ha portato una clientela nuova, ma quando abbiamo riaperto c’è stato un calo netto dell’online, potrei dire dal giorno alla notte, per attestarsi sui numeri precedenti al contagio». Quindi «nessun bisogno di investire ulteriormente nella rete». E se Camus fosse stato disponibile, forse la peste algerina avrebbe avuto la meglio sui cacciatori di virus di Quammen. Ma hanno vinto senza dubbio i «tantissimi libri per bambini e tanta letteratura d’intrattenimento».

'La gente preferisce sostenere le piccole imprese'

Ci spostiamo a Bellinzona. «Sono ripresi i ritmi normali. Ci stiamo riadattando» risponde Giovanna Taborelli dell’omonima libreria. «Viviamo una situazione diversa dai bar, per esempio, che immagino soffrano maggiormente le misure di sicurezza». Se anche «qualcosa si è perso, è ovvio», Taborelli non la vede affatto tragica: «I rappresentanti mi riferiscono di molte piccole librerie indipendenti italiane che hanno incrementato il lavoro, vista la chiusura delle grandi catene. C’entrerà anche la ricerca di esperienze alternative alla televisione. In questo senso, è qualcosa di confortante». Previa consulenza telefonica, qualche consegna in città tramite bucalettera come si faceva un tempo ed ecco che «tra i ragazzi è tornato Harry Potter» e qualche buon romanzo per evadere ha fatto il resto (è o non è, l’evasione, uno degli scopi della lettura?).

Restando nella Capitale. A confermare il solido rapporto negozio-lettore è Cinzia Titocci della Libreria Casagrande: «Al di fuori dell’ambito commerciale abbiamo ricevuto tanti messaggi dei clienti più affezionati che si sono preoccupati per la situazione che stavamo vivendo». Registrato che il caso letterario è attualmente Christian Paglia che in ‘Felici basta esserlo’ racconta la storia della figlia Monica, scomparsa a soli 15 anni, Titocci è fermamente convinta che al momento la gente preferisca «rivolgersi ai negozi locali, sostenere le piccole imprese. Me ne accorgo e mi auguro davvero non si tratti solo di una sensazione».

Capitale e dintorni

Un salto a Grono da Francesca Russomanno dell’omonima libreria, dal legame non virtuale con le presentazioni (non virtuali): «Sono saltati l’incontro di marzo e il 23 aprile, Giornata mondiale del libro in occasione della quale avremmo riunito Andrea Fazioli, Patrick Mancini e Luca Brunoni. Sempre in quel giorno, ogni anno, si va con le biblioteche della valle nelle aule scolastiche a leggere. Questa volta, con gli stessi lettori, abbiamo riproposto la medesima esperienza in video». Attendendosi una ripresa a pieno regime tra settembre e ottobre, «ci piacerebbe recuperare la serata a tre della Giornata mondiale del libro in quel periodo», commenta Russomanno, certa che la clientela sappia aspettare (a proposito: a Grono, insieme a Paglia, si vende assai bene ‘La fetta di mela secca’ di Begoña Feijoo Fariña).

I più fragili rischiano veramente grosso, e una ricaduta sarebbe disastrosa

Marcia indietro. In viaggio sulla cantonale (virtualmente, ma sempre con pazienza) per incontrare la Libreria Locarnese nella persona di Nicola Romerio. «I clienti sono contenti di poterci tornare. La libreria è un riferimento per tanti e questo fa piacere. C’è sempre il bisogno di un luogo in cui concretamente testare un’opera, il formato, l’impaginazione. Entrare in una libreria oggi è una di quelle attività che uno si dà come possibili, fosse anche solo un posto dove rifugiarsi quando piove». Anche in Piazza Grande si fa il titolo di ‘Spillover’, «a ricordarci forse quel che già sapevamo, ovvero l’estrema facilità di diffusione di un virus. E forse la constatazione che, tutto sommato, da noi ne siamo usciti non proprio con le ossa rotte, o ne stiamo uscendo. Solo i numeri diranno se i comportamenti della popolazione in questi giorni sono quelli corretti. Perché, lavorativamente parlando, i più fragili rischiano veramente grosso, e una ricaduta sarebbe disastrosa. Già ora gli approvvigionamenti sono diventati molto costosi». 

Per concludere: «Contenere le distanze e tutto il resto a giugno è possibile. Il difficile arriverà con l’estate, per diventare preoccupante con Natale, momento in cui si spera che l'emergenza sarà finita». Per far sì che tutto non torni nuovamente, magari definitivamente, online: «Se l’online un tempo era l’alternativa alla libreria, oggi la libreria è l’alternativa all’online, con tutti gli annessi e connessi di sopravvivenza che sono i medesimi del rapporto mercato-supermercato». Come andrà a finire? E chi può saperlo. Forse solo David Quammen.


Se me lo dicevi prima...

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