Culture

Femminismi che furono. E che sono

Domani alla Filanda, incontro sulla seconda ondata nel Ticino degli anni Settanta. Ne parliamo con la storica Isabella Rossi

Il flash mob organizzato dal gruppo ioLotto (Ti-Press)
8 marzo 2020
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Il femminismo in Ticino negli anni Settanta. O meglio i femminismi, perché al centro dell'incontro di domani alle 20.30 alla Filanda di Mendrisio ci sarà la cosiddetta "seconda ondata". Relatrice, la storica e docente Isabella Rossi, le cui ricerche si inseriscono in un progetto dell’Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino che ha organizzato l'incontro e che l'anno prossimo, per i cinquant'anni del voto alle donne in Svizzera, raccoglierà questi e altri contributi in un volume.

Isabella Rossi, il tema dell'incontro sarà “Il femminismo della seconda ondata in Ticino”. Che cosa si intende con seconda ondata – e quale è stata la prima ondata?
Il femminismo della “prima ondata”, che si sviluppa a partire dalla metà dell’Ottocento, mira a raggiungere la parità con gli uomini. Al suo interno si distingue convenzionalmente una corrente liberale, che rivendica l’uguaglianza sul piano giuridico e politico, e una socialista, che pone l’accento sulla lotta per la parità salariale e i diritti delle lavoratrici.
L’obiettivo del suffragio domina comunque il campo femminista in tutta questa fase.

La seconda ondata, invece, che cosa chiede?
Le protagoniste del femminismo della “seconda ondata”, che emerge sull’onda del ’68, non lottano per la parità e per i diritti, ma per una liberazione dall’oppressione patriarcale, in ogni ambito dell’esistenza. Contestano quindi il modello di emancipazione fondato sulla parità, portato avanti anche dalla sinistra.
Elemento ricorrente nel discorso del nuovo femminismo è la valenza politica dell’esperienza privata (“il personale è politico”), insieme all’esigenza di una sessualità declinata al femminile e svincolata dalla procreazione. Più in generale, diventa decisiva la riflessione sul corpo della donna, che si vuole conoscere e liberare dal controllo indotto da saperi, dispositivi e istituzioni patriarcali. Dalla rivendicazione dell’uguaglianza, l’accento si sposta dunque sull’affermazione della differenza. Rispetto ai movimenti precedenti, si modificano anche le forme organizzative – molto meno strutturate, non gerarchiche, fluide – e le pratiche, tra le quali assume un ruolo fondamentale l’autocoscienza.

Un approccio molto diverso.
A dire il vero negli ultimi anni, che hanno visto la decostruzione di molte delle categorie usate dagli storici, sono state mosse delle critiche anche a questo concetto, che sembra irrigidire eccessivamente la realtà, contrapponendo le forme di femminismo tra loro in modo binario, simmetrico. Ciò nonostante, io continuo a privilegiare una narrazione fondata sulla discontinuità tra i due movimenti.

Movimenti che però in Svizzera si sovrappongono: il voto alle donne, obiettivo della prima ondata, è arrivato nel 1971 (a livello federale), quando già c'era la seconda ondata…
Sì, a causa del tardivo ottenimento dei diritti politici, in Svizzera si verifica una atipica simultaneità tra lo sviluppo del nuovo femminismo e il femminismo suffragista della prima ondata. Tale compresenza nel medesimo contesto spazio-temporale ha delle implicazioni sul modo in cui il nuovo femminismo definisce la sua identità: non tanto con la presa di distanza dalla Nuova Sinistra, come accade altrove, quanto piuttosto nella contrapposizione alle organizzazioni femminili tradizionali, ancora ben rappresentate.

In Ticino, tutto questo quando arriva? 
Il Movimento Femminista Ticinese (Mft), basato in realtà a Lugano, inizia a riunirsi già nel 1972. Più tardi, dalla fine del 1974, compaiono altri gruppi – il Movimento per la Liberazione della Donna di Locarno, il Gruppo donne Mendrisiotto e il Gruppo donne Bellinzona –, che hanno una genesi completamente differente. Nati per impulso del Psa, il Partito socialista autonomo, prendono però presto la strada dell’autonomia dal partito e si avvicinano sia ai temi che alle pratiche del nuovo femminismo, seppure in misura differente.

Ci sono legami con le altre realtà femministe?
Sono documentati legami stretti, all’inizio degli anni Settanta, tra le donne che compongono il primo nucleo del Mft e il gruppo milanese di Rivolta femminile, costituitosi attorno a Carla Lonzi.
Altre donne intrattengono contatti con il Movimento di liberazione della donna (Mld) italiano, legato al Partito Radicale, e con il Cisa, Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto. Ci sono infine dei legami con il femminismo marxista di Lotta Femminista e, poi, dei Comitati per il Salario al Lavoro Domestico. Più in generale, ho osservato una significativa circolazione di riflessioni e di pratiche tra l’Italia settentrionale e il Ticino.

Si è detto dei temi a cuore a questa seconda ondata. Per le realtà ticinesi, quali sono le battaglie principali?
La fase di grande mobilitazione e di crescita numerica del movimento coincide con la lotta per un aborto libero gratuito e assistito. La questione dell’aborto è anche il terreno sul quale si verifica un avvicinamento tra i vari gruppi, che nel 1976 culmina nella nascita del Movimento Donne Ticino. Non si tratta però di un nuovo gruppo femminista, nato dalla fusione di quelli preesistenti, ma piuttosto di un coordinamento. In particolare, l’obiettivo è dare vita a un’unica campagna in vista della votazione sull’iniziativa popolare “per la soluzione dei termini”, che vuole depenalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza se effettuata nelle prime 12 settimane da un medico.

Il Movimento Donne Ticino come ha portato avanti questo obiettivo?
Si è cercato di sensibilizzare in modo capillare l’opinione pubblica, in particolare attraverso una serie di serate pubbliche intitolate “maternità, contraccezione, aborto”. Organizzate con cadenza settimanale, si sono tenute in tutte le regioni del Cantone, inclusi piccoli centri delle valli come Olivone, Cevio o Cabbio. Sarebbe interessante poterne studiare la ricezione…

A proposito: quali sono le fonti della sua ricerca?
Mi sono basata sia su fonti d’archivio, conservate in particolare dall’Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino e dalla Fondazione Pellegrini Canevascini, sia su fonti orali. Alcune ex militanti mi hanno messo a disposizione i materiali – tra cui molte foto – che hanno conservato.
Sulla stampa, invece, gli accenni al movimento femminista degli anni ’70 sono solo sporadici e riguardano per lo più momenti di grande impatto. A questo proposito possono essere ricordati l’evento organizzato dal Movimento Femminista Ticinese l’8 marzo 1975 al Palazzo dei Congressi, oppure, nel marzo 1977, l’apertura del Consultorio a Lugano e l’irruzione di un gruppo di femministe durante una seduta del Gran Consiglio.

Poco impatto, quindi, sulla stampa. E nella società? Questi movimenti femministi quanto sono riusciti a cambiare le cose?
È difficile da quantificare. In termini politico-istituzionali, sia
l’iniziativa “per la soluzione dei termini” sia quella “per un’efficace protezione della maternità”, che hanno visto un forte investimento da parte dei gruppi del nuovo femminismo, sono andate incontro a una bocciatura. Ma se si considera che solo in minima misura gli sforzi delle militanti erano indirizzati a modificare il piano istituzionale, il discorso deve essere sfumato. Senz’altro, la militanza nel movimento ha inciso in modo radicale sulle traiettorie biografiche di molte partecipanti. Inoltre, come detto, la presenza di questi gruppi ha arricchito il dibattito pubblico nel cantone, contribuendo a “svecchiarlo”.

Cosa resta di quell’esperienza nel movimento femminista attuale?

Noto un forte elemento di continuità in particolare per quanto riguarda la riflessione sul corpo e sulla sessualità; rispetto agli anni Settanta, ha però assunto un peso maggiore il tema della violenza.
Il riorientamento riguarda anche il piano teorico, che ha visto l’ago della bussola riposizionarsi sulla parità.
Per quanto riguarda le modalità di intervento, se da un lato è diffuso il ricorso a strumenti legali, istituzionali, offerti dalla democrazia semidiretta svizzera, dall’altro si assiste a forme di mobilitazione – manifestazioni e flash-mob – che si riallacciano a quelle sperimentate negli anni Settanta.

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