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Culture
13.01.2020 - 09:160

Ricordando Marco Zucchi, storie di passione e vicinanza

I primi passi a Rete Tre. Bertoglio: ‘La guida che non ho più. Canetta: ‘Che fossero gli Oscar o una produzione locale, Marco aveva lo stesso approccio'.

“È scomparso oggi il nostro collega Marco Zucchi, la voce e il volto che per anni ci hanno accompagnato alla scoperta del mondo del cinema”. È domenica, e la notizia della morte del giornalista campeggia sul sito dell’azienda per la quale lavorava; poco più tardi, la sua voce è al Notiziario della stessa Rsi, mentre ricorda gli incontri con le stelle del cinema e sceglie ‘Manhattan’ come il film che ti cambia la vita: “Lo vidi che era una sera d’estate, al mare, avevo 10-11 anni. Rimasi stregato. E poi quel finale struggente...”. Nel comporre il suo ricordo più fedele, la Rsi piange il collega che si divideva tra Venezia, Berlino, Cannes. E Locarno, naturalmente, con occhio attento ai set ticinesi; la Rsi piange l’uomo e il professionista, passando rasente a quella “subdola” malattia per la quale la notizia, a suo modo, non è un fulmine a ciel sereno. È sempre così, quando a portarsi via gli esseri umani sono i mali che un giorno sono spariti, il giorno dopo si ripresentano, il giorno dopo ancora sono incurabili.

‘Una vicinanza che segna’

Usa ancora il tempo presente, Maurizio Canetta, quando inizia il suo personale ricordo per ‘laRegione’. «Marco è un collega con il quale abbiamo avuto diverse occasioni d’incontro dentro e fuori il lavoro», racconta il direttore della Rsi. «Abbiamo giocato a basket insieme per un certo periodo. Dal punto di vista strettamente lavorativo, io ero a capo della Cultura quando creammo quella che noi chiamiamo la ‘cellula di cinema’. E il Locarno Festival è sempre stato un’occasione d’incontro. La comunanza di percorso professionale ti crea anche una vicinanza umana, e questa è una cosa che segna ogni persona».
Sullo Zucchi coordinatore del centro di competenze cinema della Rsi, Canetta ha altro da dire: «In ognuna delle occasioni professionali in cui ci siamo visti, l’ultimo tema erano i problemi, quelli che sempre ci sono, organizzativi, finanziari. Prima venivano il progetto, l’idea, la voglia di fare. E poi la soluzione ai problemi arrivava, sempre».

Una voglia di fare che, nella memoria affidata a Facebook, il direttore definisce “la fiammella del piacere di fare quel che stava facendo”. Perché «quello di fare della propria passione un lavoro – aggiunge – credo sia stata una delle grandi gioie della sua vita professionale. Che fossero gli Oscar o una produzione locale, Marco aveva lo stesso approccio». A complemento: «Quest’estate Marco era in difficoltà, ma nessuno ha notato segnali allarmanti. Probabilmente, quando il lavoro è passione diventa anche terapeutico». L’ultimo pensiero di Canetta è rivolto agli  affetti: «Rendono tutti sgomenti la sua età, il fatto che lasci una bimba così piccola e una collega come sua moglie. È un colpo multiplo per tutti noi». Parole che su Facebook sono tradotte in: “Sarà difficile per Enrica spiegare alla piccola Margherita che il suo papà non è partito soltanto per un festival all’estero”. 

‘Ci vediamo là, amico mio’

È stata forse la passione a permettere a Marco Zucchi di completare, l’estate scorsa, il proprio lavoro per l’ultimo Locarno Festival. Manifestazione che ieri, sui social, lo ricorda così: “Marco era un’immagine tanto bella quanto sincera del cinema al di qua dello schermo. Di chi il cinema lo guarda, lo assorbe e poi lo condivide lasciando dettare il racconto alle emozioni. Marco era l’emozione del cinema. Quella che fa brillare gli occhi e poi, nel suo caso, muove la voce”. A chiudere, un “Buon viaggio”.

Zucchi aveva mosso i primi passi vent’anni fa nelle file di una giovane Rete Tre in  ‘Metropolis’. “Tu sai...”, scrive nel primo pomeriggio Alessandro Bertoglio su Facebook, con un arrivederci. In serata, la storica voce di Rete Tre ancor prima che di Rete Uno, completa per ‘laRegione’ quell’incipit: “Potrei riempire pagine di ricordi condivisi con te, Marco. Dai primi giorni di radio alle prime trasferte insieme. Dalle centinaia di film visti in sala, alle serate in famiglia. Dalle pacche sulle spalle ai litigi, anche pesanti. Dai giorni al Festival di Locarno alle serate di calcio (ecco, lì non andavamo di certo d’accordo). Nel mazzo scelgo due giorni folli: da Lugano a Roma e ritorno per vedere la Nba con una macchina che puzzava di motore gremato (la mia) per arrivare in tempo all’Eur dopo la sosta per il pranzo in Toscana. Ci siamo arrivati perfettamente solo perché guidavi tu. Ed è quella guida, non solo in auto, che adesso non ho più. Ci vediamo di là amico mio”.

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