L'INTERVISTA
25.08.2018 - 06:100
Aggiornamento 08:04

Conquistare la libertà

‘Nessuno si aspettava un’azione di forza’, racconta Bozana Kohler, fuggita nel 1965 dalle oppressioni della Praga comunista

“Quando sei chiuso in una dittatura, cresce in te una forza di scappare e di vedere incredibile, ti carica”. A cinquant’anni di distanza la signora Bozana Kohler non si scorda quel forte desiderio di libertà che l’ha portata a prendere la difficile decisione di lasciare la famiglia e il Paese. Grazie alla mediazione del console Riccardo Molinari, abbiamo potuto ascoltare la testimonianza di chi ha vissuto personalmente l’illusione del sogno cecoslovacco. L’incontro è avvenuto presso gli uffici del Consolato della Repubblica Ceca a Lugano. Nata a Praga nel 1941, la signora Kohler ha studiato arte folkloristica all’università prima di lasciare il Paese nel 1965 per recarsi in Italia. A Milano ha lavorato nella moda come disegnatrice e rappresentante, collaborando con importanti aziende d’abbigliamento, Elena Ricci su tutte.

I tanti viaggi lungo l’Italia l’hanno portata a conoscere Paolo Hotz, ingegnere scientifico che l’ha condotta in Svizzera e l’ha sposata a Lugano, dove vive tuttora. Gentile e disponibile, la signora Kohler ripercorre gli anni che precedono la Primavera di Praga, raccontando come si viveva in un Paese comunista e spiegando le ragioni per cui è riuscita a lasciare il Paese prima del ’68. «A Praga lavoravo in una bigiotteria e contemporaneamente studiavo arte all’università, sono specializzata nell’arte tradizionale, folkloristica. Mio padre in pensione s’impegnava a farmi studiare a casa, mi obbligava a lasciare in cantina tutti i libri che ricevevo a scuola e mi faceva studiare altri libri, moderni e spesso proibiti. Diceva: cosa sono queste robe, cosa ti fanno fare ’sti comunisti? Era una situazione un po’ particolare, i miei compagni non avevano quest’apertura mentale che mi ha trasmesso mio padre».

Come si viveva a Praga prima del ’68?

Ogni occasione era buona per lasciare la città e scappare qualche giorno in campagna. Una boccata d’aria che ci permetteva di vivere in modo più libero senza tutti i vincoli della città. La musica e l’arte si sviluppavano in questi luoghi, nelle case abbandonate che riuscivamo a ristrutturare. Invece in città si viveva più in casa, la religione e le tradizioni si tenevano nascoste.

Come reagiva alle restrizioni del regime?

In quei tempi sognavo la libertà, opposta a un’oppressione in cui non si poteva essere sé stessi. Lavoravo in un negozio di articoli folkloristici, un’attività in centro a Praga; dicevo ai clienti “ah siamo comunisti, allora ti do due metri in più di stoffa gratis…”, era un comportamento inaccettabile, loro impazzivano: “Compagna non puoi fare questo!” Poi c’erano le manifestazioni, tutti erano obbligati ad andare. Una volta mi hanno affidato la responsabilità di portare il cartello. Io ho piantato il cartello nel prato e ho detto “scusate, devo andare al gabinetto” e sono scappata via. Purtroppo i cartelli erano numerati, non ci hanno impiegato molto a capire che l’unico cartello abbandonato era il mio; mi hanno sgridato etichettandomi come un “elemento capitalista!”.

I suoi famigliari sono rimasti a Praga, cosa pensavano delle libertà concesse da Dubcek?

Erano vecchi pensionati e non si fidavano tanto di Dubcek, erano troppo anziani per lasciarsi coinvolgere e guardavano questo movimento con diffidenza. Non si può smembrare il popolo e poi ridargli la libertà. Il popolo ha avuto la testa lavata per anni, un lavaggio del cervello che non si può cambiare in pochi mesi. Io devo a mio padre quello che sono adesso, sono rimasta me stessa anche sotto il regime solo grazie a lui : “I libri di Marx e Engels li lasciamo in cantina” mi diceva, “tu non studi il russo perché tanto non ti serve”. Magari non avrò avuto bellissimi voti a scuola, ma ho avuto un’educazione eccellente.

Prima del ’68 un grande evento le ha cambiato la vita, l’incontro con Gino Bartali e la fuga in macchina per lasciare il Paese; ma come ha conosciuto Bartali?

Ho conosciuto Gino grazie ad alcuni amici di mio papà che frequentavano l’opera, in particolare il direttore dell’Alitalia che veniva spesso a Praga. Gino era gentilissimo, aveva architettato un piano surreale per farmi uscire dal Paese. Voleva farmi salire sull’aereo come hostess, dovevo fingere di sentirmi male e scappare una volta atterrati a Milano. Il piano era impossibile, allora mi hanno caricato sulla macchina e sono passata dalla dogana. Attraversare il confine era un privilegio per pochi, fu possibile soltanto grazie a Gino Bartali, non gli facevano domande e lo lasciavano passare sempre. Era già molto conosciuto malgrado io ignorassi completamente chi era.

Ci si poteva aspettare una reazione così forte dell’Unione Sovietica?

L’entusiasmo della Primavera è passato in fretta, si è persa la memoria troppo velocemente. Quando sono tornata ho osato chiedere a mia zia: “Ah ecco, allora vi siete dimenticati di tutto?”. Lei mi ha risposto: “Zitta tu, non si dice niente qua”. Il popolo si è adattato subito, è triste ma purtroppo è successo. La Cecoslovacchia è una nazione pacifica, non ha mai avuto colonie, non ha mai invaso nessun Paese, è sempre stata invece occupata e oppressa. L’impero austroungarico, Hitler e Stalin, tutte grandi potenze mondiali che hanno occupato il Paese per anni. La primavera era un sogno di libertà, un sogno pagato con il sangue di pochi coraggiosi, mentre la maggioranza si è presto dimenticata di tutto.

Per quali ragioni la popolazione non ha reagito con la violenza?

L’invasione armata sovietica ha scioccato gran parte della popolazione, nessuno si aspettava un’azione di forza. Invece la resistenza non violenta dei cittadini era più prevedibile, non scontata ma prevedibile. In aggiunta molti cecoslovacchi erano convinti che i russi fossero nostri fratelli, non hanno realizzato che eravamo occupati. Un’occupazione non armata, ma pur sempre un’occupazione; vedere i carri armati è stato un trauma. Pensavamo di creare un socialismo più umano ma, allo stesso tempo, mantenere buoni rapporti con Mosca, ma non avevamo capito che non era possibile. Eravamo convinti, al contrario, che il movimento di liberalizzazione avrebbe alimentato il sogno di libertà e avrebbe “acceso” altri Paesi, la Polonia, l’Ungheria, e tutto l’Est Europa.

Quali ripercussioni ha avuto il ’68 sulla sua vita in Italia?

La Primavera del ’68 mi ha dato un’eco che non avrei mai immaginato, ero l’unica cecoslovacca e tutti i miei amici volevano aiutarmi. Devo dire che ero politicamente appoggiata; non ero più bella o più intelligente delle altre, ma ero diventata qualcosa di speciale a causa proprio della Primavera.

Come ha ritrovato il Paese la prima volta che è ritornata in Cecoslovacchia?

La prima volta che sono tornata a Praga dopo il ’68 ho trovato una nazione un po’ più triste, non c’era più quell’euforia della Primavera. È importante capire che la Primavera di Praga non è stato un processo iniziato e finito nell’arco di un anno. La fine è stata brusca e drammatica, ma l’inizio graduale. Un lungo processo che mi ha permesso di lasciare il Paese prima dell’invasione, una cosa impossibile soltanto qualche anno prima. Un movimento che ha aperto orizzonti nuovi alla gente fino ad allora accecata solo da cose rosse.

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