DISTRUZIONI PER L'USO
25.08.2018 - 17:150

Praga è sola

Sotto i cingoli dei carri armati sovietici finì non solo il ‘socialismo dal volto umano’, ma anche l’innocenza del Sessantotto e una certa idea d’Europa

Morirono diverse speranze in quell’estate di cinquant’anni fa, non appena i carri armati sovietici comparvero sui viali di Praga. Morì, certo, la speranza di riformare il regime imposto dall’Urss, di costruire col pragmatismo delle riforme e con la contestazione pacifica il “socialismo dal volto umano”.

Ma morì anche il Sessantotto dell’Europa occidentale, che con la sua indifferenza si rese complice della repressione: si vagheggiavano Cuba e il Vietnam, alle nostre latitudini, o peggio ancora la guerra fratricida che Mao spacciò per rivoluzione culturale. Ma i giovani cecoslovacchi erano ignorati, o addirittura accusati d’essere vittime di esecrabili miraggi borghesi (“una sopravvalutazione della libertà in Occidente”, tagliò corto il drammaturgo tedesco Peter Weiss). Come se i monaci che si erano dati fuoco a Saigon fossero infinitamente più importanti di un qualsiasi Jan Palach, che presto avrebbe fatto lo stesso in piazza San Venceslao. Una storia triste che accomuna i campus britannici e i boulevard parigini, il movimento italiano e quello tedesco. Come ricorda l’immenso Tony Judt: “Ai nostri occhi eravamo dei rivoluzionari. Peccato che ce la siamo persa, la rivoluzione”.

Certo, ci furono eccezioni. ‘Praga è sola’ titolò coraggiosamente il ‘Manifesto’, i cui redattori sarebbero stati rapidamente cacciati dal Pci. Il futuro Nobel Günter Grass fu tra i pochi nomi illustri a rispondere all’appello degli intellettuali cecoslovacchi, che già nel 1967 denunciavano “una caccia alle streghe di carattere spiccatamente fascista” e chiedevano “una solidarietà di portata spirituale”. Intanto Gianni Rodari coglieva l’inquietante parallelo fra i reazionari occidentali che vedevano nei sessantottini “figli di papà che non vogliono studiare” e l’analoga demonizzazione degli studenti dell’Est ad opera della propaganda sovietica. “Son come falchi quei carri appostati / corron parole sui visi arrossati, / corre il dolore bruciando ogni strada / e lancia grida ogni muro di Praga” si apprestava a cantare Francesco Guccini. Una bellissima canzone purtroppo mai entrata “nei repertori delle università occupate”, come nota argutamente Guido Crainz introducendo il prezioso ‘Il Sessantotto sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni’ (Donzelli 2018). In generale, però, Parigi non vide Praga. Sarà che a Est ci si voleva liberare da quello stesso regime cui a Ovest, non avendolo sperimentato sulla propria pelle, ancora in un modo o nell’altro si anelava. E mentre i sogni rivoluzionari coloravano i muri delle città europee, Vaclav Havel metteva in guardia contro “quel germe di totalitarismo che si annida in ogni speranza utopica, il momento in cui il progetto di un mondo migliore cessa di essere manifestazione di un’identità responsabile dell’uomo e comincia invece a espropriare l’uomo della sua identità e responsabilità”.

Morì anche, o quanto meno sprofondò in un coma profondo che sarebbe durato decenni, la speranza di riunire tutta l’Europa sotto l’ombrello della libertà. Perché quell’indifferenza dell’Ovest verso l’Est non segnò solo un divorzio fra chi il socialismo reale lo voleva e chi invece, in forme assai meno trasognate, era costretto a viverlo: costituì anche, forse soprattutto, l’involontaria accettazione della divisione europea. Lo notò lo scrittore ceco Milan Kundera, che soffermandosi anni dopo su quegli eventi parlò di “Occidente sequestrato”: “L’Europa sta perdendo il senso della sua identità culturale”, disse, e nelle popolazioni d’oltrecortina vede solo “una parte dell’impero sovietico”.

Temo che questo abbandono abbia segnato profondamente l’inconscio collettivo dell’Europa centrale (non solo la Cecoslovacchia: ignorammo ancor più facilmente il Sessantotto polacco, vittima di una repressione dal sinistro retrogusto antisemita). Dopo tutto era un’Europa ancora giovane, dal punto di vista demografico, e molti avrebbero conservato quelle memorie – e quelle dimenticanze – nei decenni a venire. Alcuni, dopo il crollo dell’Unione sovietica, le portarono con sé nelle stanze del potere. Cosicché ancora oggi, dopo l’allargamento a Est dell’Unione europea, la Mitteleuropa è scossa da pericolose pulsioni centrifughe. Lo dimostra bene proprio la Repubblica Ceca, ostaggio del populismo filorusso del presidente Zeman – un ex dissidente – e del premier-oligarca Andrej Babis. Lo stesso si vede in Polonia, Ungheria, perfino in Austria e nella ‘sinistrorsa’ Slovacchia. Se da una parte il benessere è arrivato coi capitali tedeschi ed europei, dall’altra si flirta con idee quali l’uscita dall’Ue e dalla Nato, unite a un montante nazionalismo. Forse nella consapevolezza di essere, per Bruxelles come per Mosca, fratelli minori, pronti ad essere svenduti e smembrati non appena se ne presentasse la necessità: prima del ’68 la Cecoslovacchia ci passò nel ’38 – mutatis mutandis – quando le potenze occidentali decisero di lasciare i Sudeti in pasto a Hitler. E l’evanescente memoria dei cingoli sovietici potrebbe non bastare più a fare da contrappeso. Difficile imputare queste tendenze solo alle tare storiche e politiche di democrazie ancora giovani. Noi occidentali – e soprattutto, sia chiaro, noi occidentali di sinistra – ci abbiamo messo del nostro.

Il potere ceco si defila dalle commemorazioni

Un assente si è fatto notare più dei tanti presenti, alle commemorazioni per i cinquant’anni della Primavera di Praga: il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman. In un clima di forti contestazioni al governo – capeggiato dal miliardario Andrej Babis, presidente del movimento populista ‘Azione dei cittadini insoddisfatti’ (Ano) – martedì Zeman ha preferito non mettere il naso fuori dalle stanze del Castello. Non ha neanche tenuto un discorso in televisione, come da tradizione: tanto che i cechi si sono dovuti accontentare di quello del suo omologo slovacco Andrej Kiska. A prendersi bordate di fischi al posto del presidente è stato Babis. “Vergogna!” gli hanno urlato centinaia di manifestanti.

Il motivo di tanta indignazione, ancora una volta, è la Russia. Quella vecchia, ma soprattutto quella nuova. Babis governa col supporto del Partito comunista, che in molti risveglia memorie dell’antica oppressione ed è visto dalle opposizioni come un cavallo di Troia del Cremlino (lo stesso Babis, cresciuto nella nomenklatura comunista, è accusato di essere stato una spia al suo servizio). Analoga preoccupazione suscita lo sfrontato putinismo di Zeman. In carica dal 2013 e convertitosi rapidamente da posizioni socialdemocratiche al populismo di destra – con tanto di sparate xenofobe, nonostante il bassissimo tasso di immigrati – il presidente corteggia da tempo Vladimir Putin: chiedendo un referendum sulla permanenza ceca nella Nato, ad esempio, e criticando a più riprese l’Ue. “Parla e si comporta come un agente russo”, ha fatto notare il ‘Washington Post’. Il tutto a braccetto con Babis, che da imprenditore non disdegna la compagnia di svariati oligarchi russi, e si oppone strenuamente alle sanzioni Ue imposte alla Russia dopo l’invasione di Crimea e Ucraina orientale.

Ora, siccome la plumbea cappa sovietica ha lasciato ampie tracce di sentimenti antirussi nella popolazione, Zeman ha pensato bene di defilarsi dalle celebrazioni. Pur con le sue credenziali di ex dissidente che perse il lavoro dopo il ’68, stavolta “sapeva di non poter accontentare né Mosca né Praga”, secondo il rettore della New York University di Praga Jiri Pehe. Un silenzio assordante.

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