Andrea Fazioli (foto Ti-Press)
Culture
06.07.2018 - 06:200
Aggiornamento : 07:12

Andrea Fazioli, l'esplorazione della scrittura

Il libro di racconti dell'autore ticinese: dalle foreste del Tennessee a una piazzetta di Bellinzona, con fiducia nella realtà e in una scrittura potente quanto fragile...

Mi sono sempre trovato d’accordo con chi sostiene che il modo migliore per conoscere uno scrittore non sia setacciare le sue interviste o assistere ai suoi incontri pubblici, ma leggere i suoi libri. La verità, se ce n’è una, sta lì dentro. Eppure, coltivo il dubbio che gli autori non si rivelano sempre allo stesso modo o nella stessa misura. Me lo conferma Andrea Fazioli, che in questa raccolta di racconti conduce il lettore nel suo “retrobottega” creativo e umano, fatto di letture quanto mai eterogenee, ascolti musicali, osservazioni minute, riflessioni subitanee, associazioni d’idee imprevedibili, tristezze e stupori quotidiani. Come suggerisce il titolo, questo libro dà voce ad una fiducia incondizionata nella realtà – nel potenziale di meraviglia sprigionato dai dettagli, celato nei fatti minori che costellano le nostre giornate – e di riflesso alla fiducia riposta nell’esercizio della scrittura, mezzo privilegiato, se non di comprensione, almeno di osservazione consapevole di ogni cosa che succede sotto i nostri occhi.

Nessuno si aspetti però la classica raccolta di racconti polizieschi. Come confessa lo stesso autore, in questi testi il suo genere d’elezione compare solo per accenni ironici. Ci sono sì dei racconti di finzione, in cui Fazioli si diverte a giocare con i generi (fino al bel western di ‘Spring River’), ma anche reportage, divagazioni, incursioni nella propria storia famigliare, osservazioni di realtà marginali come quelle che abitano una piazzetta senza nome alle Semine, visitata (e raccontata) ogni mese per un anno; un po’ come il biologo David Haskell, ispiratore del primo testo, che per un anno ha osservato ogni giorno un cerchio di un metro quadrato nelle foreste del Tennessee.

Una mattina come tante altre, all’ingresso degli studi radiofonici, mentre il canto degli uccelli annuncia l’alba, Fazioli si dice che “se sono qui e ora è per un motivo: non devo smettere di cercare una voce che rappresenti nello stesso tempo le mie domande, le mie risposte, la mia tristezza o la mia meraviglia davanti alla realtà”. La scrittura, mezzo di esplorazione, si presenta come sorta di atto di resistenza all’incedere delle stagioni. Un po’ come il protagonista di un altro racconto che, con una piccola menzogna, si sottrae per una sera alla realtà e osservando la luna dimentica tutto, “nell’attesa che il tempo, prima o poi, si accorga della distrazione e ricominci a correre”. Lungo il crinale incerto dell’accostamento dei dati sui suicidi con le sofferte profondità identitarie di slogan come “Prima i nostri”, l’autore trova la sua via entrando nell’animo di chi, in una notte qualunque, accarezza l’idea della fine. Ma, a un passo dall’abisso, si disarma, accettando con la forza anche i limiti della scrittura: “Non so andare oltre”.

Ne parliamo con l'autore.

 
Associando delle pagine diaristiche  a dei veri e propri racconti, forse  il Fazioli autore voleva confondersi fra i suoi personaggi?

Mi piaceva soprattutto l’idea di sperimentare, per me il racconto è proprio un genere sperimentale. Non volevo una raccolta di racconti che si assomigliassero, mi sembrava limitante; volevo piuttosto mettere alla prova la forma. Quello che accomuna tutti i testi credo sia il forte risalto dato alla narrazione, anche nei reportage o nelle divagazioni a partire da me. Ci sono dei racconti puri, con un io narrante diverso da me, e altri in cui io divento un personaggio. Quindi sì, l’idea era di creare una sorta di straniamento rispetto all’Andrea autore e all’Andrea personaggio.

Questo libro rivela qualcosa di più sul retroterra culturale, letterario e musicale di cui si nutre il Fazioli autore: c’era la necessità di un dialogo diverso, più scoperto, con il lettore?

È una parte del me stesso autore molto importante per me, nel senso che forse è apparsa poco ai lettori: tenevo a mettermi in gioco con questo, mostrare dal vivo ciò che di solito sta dietro. Nello stesso tempo c’è da dire che non potrei scrivere con efficacia dei polizieschi se non sperimentassi a livello di scrittura, e questo mi permette di non essere schiavo del genere ma di usarlo volontariamente come mezzo per dire qualcosa. Ad esempio c’è uno dei testi, quello sulla piazzetta in agosto, dove si parla di atmosfere che saranno molto presenti nel mio prossimo romanzo: questi racconti sono stati quindi anche un laboratorio.

Fazioli fra le altre cose si rivela anche come lettore eclettico e curioso, dalla biologia all’etologia, dalla poesia all’attualità, fino al poliziesco... Un universo ricco che non emerge nella sua letteratura abituale: in che misura entra nei suoi romanzi?

Me lo sono chiesto anch’io. Da un lato è giusto che non vi entri troppo, perché un romanzo mette in scena un’unità di stile e di voce, per cui certe libertà potrebbero apparire leziose; dall’altro è vero che nei primi romanzi ero più cauto, mentre negli ultimi ci sono più tracce di mie aree di interesse, come il jazz nell’‘Arte del fallimento’. Secondo me per far uscire questo mondo più variato, con le sue letture e sfaccettature, bisogna essere più padroni della narrazione. Può darsi che questo libro di racconti e il mio blog siano un aiuto.

Secondo una vecchia e forse discutibile consuetudine, gli autori iniziano con i racconti per poi passare alla narrativa lunga. Per Fazioli, invece, dopo tanti romanzi, questa è la prima raccolta di racconti, nonostante li abbia sempre scritti. È una conferma di una certa chiusura dell’editoria verso la narrativa breve?

Certo, è abbastanza difficile far passare l’idea dei racconti. Io però non avevo mai affrontato con decisione un progetto di questo tipo, che di fatto è nato anche su stimolo dell’editore. Di certo ci vuole un editore che abbia voglia di rischiare, perché a quanto pare i lettori ne sono meno attratti. In genere nei paesi in cui si legge di più è più facile che si leggano anche i racconti, perché forse appassionano di più chi è un buon lettore, non il lettore occasionale. Forse, come la poesia, i racconti sono un po’ più difficili da leggere, eppure questo mi stupisce: in un’epoca rapida, in cui uno non ha tempo per fare vaste letture, il racconto sembrerebbe un genere ideale.

(Presentazioni del libro oggi alle 18.30 al Park & Read-Ciani a Lugano; domani, sabato, alle 11.30 alla libreria Taborelli a Bellinzona; giovedì 12 luglio alle 18 a Bellinzona durante il festival di teatro Territori).

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