Kiliradio. Da sinistra, Max Frapolli, Tiziana Ghiringhelli, Reto Brogli, Oliver Frey
Culture
12.04.2018 - 05:000
Aggiornamento 08:57

Kiliradio, suono senza barriere tra Losanna e il Ticino

Tiziana Ghiringhelli ci parla della band, del singolo 'Call me rock'n'roll' e di un nome ispirato dai nativi americani

Mettendo uno spazio tra Kili e radio, si ottiene l’identità di quello che ha ispirato il nome a questa band ticinese. Si tratta di una stazione no-profit indipendente che trasmette dalla riserva indiana Pine Ridge, nel South Dakota. È la prima stazione radiofonica degli Stati Uniti gestita da nativi americani, fondata nel 1983. “Kili” sta per “cool”, e Tiziana Ghiringhelli, voce e percussioni dei quasi omonimi Kiliradio, quartetto rock-funk che opera alle nostre latitudini, racconta di averla scoperta «da una regista tedesca che negli anni 80 ci fece un reportage. Io ero già molto sensibilizzata sulla fede e sulla cultura degli indiani d’America. Rimasi affascinata da quel reportage e mi dissi che per un eventuale progetto musicale avrei voluto veicolare questo nome, come omaggio che viene dal cuore».

C’è molta America nelle immagini dei Kiliradio, che a marzo hanno lanciato ‘Call me rock’n’roll’, highway song a presa rapida con videoclip annesso. «Il brano parla del diritto di sentirsi liberi, di vivere sino in fondo la propria essenza. Un diritto da trasmettere» dice Tiziana. Nel video, due forestieri cambiano gli equilibri della quotidianità di un villaggio; fanno da tramite i bimbi del posto, i cavalli, il fuoco, svelando la positività in ognuno. Musicalmente parlando, i forestieri sono quattro: Tiziana (originaria di Bellinzona) e Oliver Frey (di Locarno), nucleo «indissolubile» dei Kiliradio, a Losanna «da almeno vent’anni» e i più stabilmente ticinesi Max Frapolli (basso) e Reto Brogli (batteria). ‘Call me rock’n’roll’ arriva a un anno di distanza da ‘Beautiful thing (I miss you)’, bel singolo funky masterizzato negli Sterling Sound di New York, tempio della musica nel quale sono stati ‘lavorati’ più di 16mila dischi dal 1970 ad oggi (partendo da Jimi Hendrix per arrivare a Sam Smith, citando a caso). «Per le piccole produzioni è un costo non indifferente – racconta Tiziana – ma essendo un solo singolo, non avendo in programma un album intero, ci siamo voluti togliere lo sfizio. Soprattutto per le sonorità del pezzo, che abbiamo pensato meritassero un mastering particolare».

Verso il nuovo album (senza fretta...)

Il presente di Kiliradio doveva essere un album completo. Tra il singolo e l’opera intera ci si è messo di traverso un incidente domestico che sta ritardando i piani. «Da gennaio – spiega Tiziana – sono bloccata da questo imprevisto, così abbiamo annullato i concerti fino a maggio. Mi sto dando da fare per tornare operativa. Fortunatamente ‘Call me rock’n’roll’ l’avevamo già suonata e cantata per intero. Ci siamo detti di lavorare sul singolo, di finalizzarlo, e poi di affidarci un po’ alla buona stella. I brani ci sono, la pre-produzione è stata fatta. Ora bisogna cantare e suonare. Per il canto, non è un problema, per le percussioni, invece, la cosa è diversa…».

Testi rigorosamente in lingua inglese («Dal 2002 al 2007, con i Tamuera, abbiamo cantato in italiano. Ma si tratta della preistoria…»), la strada di Kiliradio si è incrociata con quella di Jonas Macullo, che ha già messo le mani su cose sanguigne come il più recente Andrea Bignasca. Un Macullo così riassunto: «Un incontro incredibile per me. Jonas non è un mero esecutore, come può succedere. Noi registriamo prevalentemente homemade, nel nostro locale. Per la fase finale, mix e mastering, ci rivolgiamo a lui, che aggiunge il suo estro». Per quel disco pronto per essere inciso non si può che affidarsi alle sensazioni e alle anticipazioni di chi lo ha scritto, del quale parla con una certa controllata impazienza. «Sarà abbastanza eclettico nello stile» conclude Tiziana. «Non ci siamo mai rinchiusi in un genere solo, sotto un’unica etichetta. Componiamo in due, io e Oliver, di primo getto il lavoro è sempre individuale e va con l’estro del giorno. Ma alla fine, il marchio di una band viene dal suonare insieme».

 

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