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laR
 
21.02.2022 - 08:10
Aggiornamento: 16:31

Mustafa Sabbagh, volto e ‘pelle’ di un fotografo onesto

L’artista, giunto in Ticino per omaggiare la villa stile liberty in via al Lido 9, si racconta attraverso le sue parole oltre che le sue opere

Sigilli alla ricerca di un’identità. Polvere sulla memoria. L’ossimoro fra due realtà in transito. È ciò che il fotografo Mustafa Sabbagh ha voluto presentare a Lugano, in tre scene distinte che però dialogano costantemente fra loro. Tre i locali a lui dedicati nella mostra. La zona giorno, spoglia di tutto ma ricca di elementi lasciati volutamente dall’artista: il nastro adesivo sul pavimento come segno per il posizionamento dei mobili e due teste di manichino nere che sbucano dai muri. E poi due stanze più piccole: una più luminosa, dove alcuni scatti del fotografo si fondono con la polvere, tanta polvere; e l’altra buia, unica fonte di luce, diversi schermi che mostrano il fluire di due scene contrapposte: dei giovani ragazzi che ballano in discoteca e il soccorso di uomini in mare.

Un omaggio alla normalità

Ma cosa spinge un artista come Sabbagh ad arrivare fino in Ticino?

«La voglia di tornare alla normalità attraverso questo progetto. Dopo due anni passati in sospensione per via del Covid, essere qua e rivedere così tanta gente e volti mi fa stare bene. Respirare di nuovo – anche rischiando – poiché la pandemia non è ancora finita, è bello», ci confida il fotografo italiano, che continua: «Come lo è pure tornare a intendere l’arte come un evento, non solo una cosa istituzionale da rinchiudere negli spazi museali. È fondamentale cominciare a ripensare agli spazi dell’arte. Riappropriarsi dei luoghi reali, abitativi, urbani. Ma anche rivedere l’arte come atto performativo. L’arte è un’esperienza da vivere, da visitare, un dialogo fra due persone o più».

Alla base del progetto, c’è il desiderio di voler omaggiare la villa proprio nel momento in cui si appresta a essere ristrutturata. Una forma di trasformazione che, in un certo senso, si potrebbe definire come un vero e proprio cambio di pelle.

«La casa è un pretesto, una figura retorica della società, e il mio vuole essere un omaggio allo stato nuovo di una società. Dobbiamo iniziare a riflettere a come vivere il mondo dopo due anni di confinamento, in cui il nostro spazio fisico è rimasto chiuso fra le quattro mura domestiche. E questo ci ha cambiato, ci ha fatto ripensare ai concetti di società, umanità, collettività, rimettendoli in discussione, mostrando i punti di forza ma anche di debolezza. Dialogare con lo spazio significa questo per me. Dialogare con questa esperienza».

L’epidermide, il nostro vestito migliore

"Pelle". Un termine non utilizzato a caso, perché la pelle e il nudo umano sono soggetti che si ritrovano spesso nelle opere di Sabbagh che, munendosi della macchina fotografica, riesce a catturarne le sfumature, gli umori, i particolari più nascosti.

«C’è chi dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Io dico invece che sia la pelle a essere lo specchio dell’anima ­– ride, per poi riprendere il discorso –. Tradizionalismi a parte, di base sono un fotografo, e pure un feticista. Ma il mio feticismo non è da intendere come un qualcosa di erotico, no, è più profondo. La mia vuole essere una lettura e studio della vitalità della nostra pelle. Perché è molto più viva di quanto possa sembrare: è pigmentata, quindi può essere o assumere colorazioni diverse, riflette la luce in modo diverso, registra il passaggio del tempo in modo diverso. L’epidermide sono le ferite, le cicatrici che guariscono, i solchi delle rughe. La pelle è ciò che gli altri vedono di noi nel quotidiano, ma anche e soprattutto nell’intimità. La pelle è un po’ la nostra opera visiva, dove tutta la nostra storia viene trascritta. L’epidermide, in medicina, è vista come un organo di protezione, mentre io la considero un elemento di connessione: ci si tocca attraverso la pelle, ci si annusa, ci si riconosce attraverso la pelle».

Onore all’ombra e alla sua pace

Un altro elemento che torna spesso osservando le fotografie dell’artista è la forte – e delle volte pure totale – presenza del colore nero. Tonalità che ricopre i soggetti ritratti, ma anche gli sfondi stessi.

«Sì, "Onore al nero" è uno dei miei lavori più conosciuti, ed è sempre in costante aggiornamento. Vuole essere una riflessione su cosa rappresenta il nero per la società contemporanea, specialmente quella occidentale», conferma Sabbagh.

In effetti l’accezione è quasi sempre negativa. Basti pensare a termini come buco nero, settembre nero, umore nero, uomo nero.

«Io ho voluto andare oltre, scardinare questa credenza. Ho pensato quindi al buio della caverna di Platone dove, se tu non sei immerso nell’oscurità non potrai mai vedere la luce. Ma il nero è anche sicurezza e pace. Ad esempio, quando non mi sento in forma, tendo a chiudermi in stanza, spengo le luci e abbasso le tapparelle, alla ricerca dell’ombra. Il nero è anche il grembo materno. La protezione totale, il non sentirsi minacciati».

Un cambio di punto di vista

L’arte diventa quindi uno strumento, usato da Sabbagh per cercare di portare lo spettatore a riflettere su sé stesso e le sue convinzioni, a volerle mettere in discussione o, più semplicemente, a considerare altri punti di vista differenti.

«Punto a questo: vestire la mia etica, ovvero il messaggio che porto, di molta estetica. Il bello è una parte etica fondamentale, ma deve esserci sempre dietro un concetto».

Ma, come più volte detto dallo stesso fotografo, la bellezza può anche ferire. «L’ho detto, lo dico e continuo a pensarlo. Davanti alla bellezza – che non è solo visiva, ma è anche un sentimento e pensiero – siamo sempre fragili, indifesi. Ferisce perché ci fa sentire niente in confronto a lei».

L’arte di essere fragili (e non vergognarsene)

Fragilità e debolezza sono concetti che tornano spesso nell’arte figurativa di Mustafa Sabbagh. Forse l’artista non la celebra, ma nemmeno la ripudia. La rappresenta e ne parla apertamente, come anche fatto poc’anzi, citando il grembo materno, inteso come luogo dove trovare rifugio, perché ci si sente protetti, al sicuro. L’essere umano contemporaneo si sente forse più insicuro rispetto al passato?

«Anche qui. La mamma non è solo un individuo, può avere più significati. La mamma è la società, i nostri simili, il calore. È una certezza mentale, è quel luogo sognato dove non devi chiedere ma le cose accadono. È una cosa metafisica. Ritornando alla domanda iniziale, credo che la sicurezza sia come la perfezione: sono due prodotti ipocriti. Non esistono. Sono un’utopia. Prodotti del mercato che ci rendono più mansueti. Certo, si deve tendere ad avere la sicurezza, ma di fatto non c’è».

Gli artisti onesti

Sky Arte HD ha definito Sabbagh come uno "degli otto artisti più significativi del panorama contemporaneo" e, secondo Peter Weiermair, curatore storico d’arte, lui è "tra i cento artisti più influenti del mondo". Ma come si colloca l’artista di fronte a tali affermazioni?

«Oddio, non credo molto nelle classifiche. Ne sono onorato, però i numeri e i podi non sono cose che ricerco o che sento mi appartengano. Non voglio cambiare il mondo attraverso l’arte, non ho queste pretese. Io voglio cambiare il mio di mondo e lasciare qualcosa a chi ha lavorato con me o ha condiviso ciò che faccio. Quando leggo queste cose, vi dirò la verità, penso sempre che si rivolgono a qualcun altro. E questa è sempre stata la mia salvezza. Perché se sei un artista onesto, non hai bisogno di questo. Non è una gara, non è una competizione. L’arte è un’esigenza».

Oltre a essere modesto, Sabbagh è anche cittadino del mondo. Nato in Giordania, dove passa la prima parte della sua infanzia, si trasferisce poi in Italia, dove si laurea a Venezia. Stati Uniti, Germania e Inghilterra sono solo alcune delle nazioni in cui ha lavorato.

«Sono un po’ nomade. E, nonostante non sia più un ragazzino, mi sento di essere un prodotto contemporaneo, perché sono un insieme di contaminazione culturale, etnica ed etica. L’ho sempre vissuto come un vantaggio, nel senso che io mi sento a casa in tutti i posti e mi sento straniero in tutti i posti. Oggi questa parola "straniero" è vissuta come un qualcosa di brutto, invece è un qualcosa di bello, molto bello».

Una bellezza che ferisce ancora qualcuno…

«Vedo che avete compreso appieno ciò che volevo trasmettere».

Quando l’arte ti accoglie in casa

L’anno scorso avevamo assistito alla chiusura della Galleria d’arte "La Colomba" di Viganello, proprio quando essa stava per spegnere quaranta candeline. Ma in questi giorni, grazie a un’azione artistica underground, la villetta stile liberty in via al Lido 9 di Viganello, è tornata a respirare quella creatività che per decenni l’ha contraddistinta.

Sabato 19 e domenica 20 febbraio, otto artisti nazionali e internazionali si sono riuniti sotto lo stesso tetto per rendere omaggio alla casa. Fra i nomi troviamo volti conosciuti come il fotografo Mustafa Sabbagh, lo spagnolo Teo Vazquez e ancora Milena Altini, Gudrun De Chirico, Alex Dorici, Mirko Frignani, Andrea Saltini come pure la stessa organizzatrice, Veronica Barbato.

Lo scopo dell’evento? Celebrare la ristrutturazione della villetta in stile liberty, preziosa testimonianza della "Lugano Bella" che fu, e ultima sopravvissuta all’urbanizzazione compulsiva.

«Solitamente si festeggia quando le case vengono ultimate, noi invece abbiamo voluto fare l’opposto: dir grazie a ciò che questa casa ha dato, la sua storia e il suo vissuto, prima che fosse ristrutturata – racconta la fotografa e organizzatrice dell’evento Veronica Barbato –. I nuovi proprietari hanno subito accettato con entusiasmo la nostra proposta».

Inizialmente doveva essere un evento riservato a poche persone, poi, con l’aggiungersi di ulteriori artisti e il passaparola degli appassionati, si è raggiunto un vasto pubblico. «Ci siamo guardati e ci siamo detti: ma tutta questa bellezza la vogliamo lasciare solo per noi? Condividiamola!».

E il responso è stato più che positivo. Nella casa, aperta dalle 14 fino alle 15, si è assistito a un viavai di gente, in un miscuglio di persone: dall’esperto e critico d’arte (alcuni giunti anche da altri paesi apposta per seguire la mostra) al curioso vicino di casa, che ha sempre visto la villa da fuori e desiderava magari ammirarla anche da dentro.

Lo conferma anche Barbato: «Era proprio questo l’intento del progetto, avvicinare le persone fra loro. Non ci sono solo le opere esposte, gli artisti sono presenti e con loro si può dialogare su ciò che si è visto e sulle sensazioni che hanno trasmesso. È paradossale: attraverso i muri di questa casa si è riusciti a buttar giù altri muri, quelli invisibili che ci sono fra l’arte e chi la osserva».

Per chi si fosse perso l’azione artistica, segnaliamo che quello alla villa luganese è solo il primo appuntamento del nuovo format espositivo proposto dall’artista Barbato, interessata a riproporlo in altre case e ville ticinesi.

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