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Giovanni Giacometti, Sera sull’Alpe, 1906
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24.11.2021 - 08:460
Aggiornamento : 17:12

Arte in Ticino, una mostra tra Nord e Sud, tra Otto e Novecento

L’allestimento della collezione del Museo d’arte della Svizzera italiana al Lac apre una finestra su un periodo artisticamente e socialmente particolare

In quali forme o modalità l’arte rispecchia la storia culturale, sociale e politica, di un popolo? Perché è questa, in fondo, la domanda che sta dietro alla rassegna Arte in Ticino 1850-1950. La quale, precisa il direttore Tobia Bezzola, “è una presentazione della collezione”, “un abbozzo propedeutico più che una tesi scientifica” mediante la quale si vuol dare “una visione di come l’arte in Ticino – a partire dalla fondazione dello Stato federale nel 1848 fino alla fine della Seconda guerra mondiale – si sia dinamicamente evoluta nel suo contesto culturale specifico per via delle influenze, provenienti dal Sud e dal Nord, che si sono affermate nella regione”. Il tutto tramite un sommario percorso espositivo che dal tardo Romanticismo arriva al Realismo, dall’Impressionismo al Post-impressionismo, passando poi per il Simbolismo, l’Espressionismo, la Nuova Oggettività.

Ne deriva – sottolinea il comunicato stampa – come “nelle collezioni del Masi si rispecchi l’evoluzione della recente storia delle arti visive in Ticino” che la rassegna evidenzia soprattutto nei suoi aspetti di natura formale, come compresenza o alternanza di linguaggi, l’evolversi o il contrapporsi di poetiche dentro e fuori i confini cantonali. Il risultato, visto oggi, specie se lo si allarga al cantone, è il progressivo costituirsi di un patrimonio artistico-culturale molto variegato e per certi aspetti anche unico che davvero ha arricchito il nostro territorio, diventato ponte tra Nord e Sud. Non si può tuttavia sottacere che nella realtà del vissuto – e questo andava debitamente evidenziato – quel confluire a Sud di persone e linguaggi contribuì ad acuire una problematica allora fortemente sentita e dibattuta in ambito culturale e socio-politico, prima ancora che artistico, talvolta dai risvolti anche ad alta tensione, vale a dire il “problema identitario” di un cantone di cultura e storia italiana ma appartenente, per scelta non sua, allo Stato svizzero. E che pertanto doveva salvaguardare, oltre che saper gestire, questa doppia identità.

Nei cento anni presi in considerazione dalla rassegna luganese, il Paese visse insomma non pochi momenti ambivalenti e passaggi cruciali (talora anche conflittuali) concernenti la propria storia culturale e politica che si incrementarono soprattutto nel secondo decennio del ’900, quando il Ticino, cantone italo-svizzero, si trovò chiuso tra due frontiere fattesi sempre più problematiche: a sud, con “la grande madre Italia” come la chiamava Francesco Chiesa, a causa del progressivo aggravarsi della situazione politica nell’Italia fascista e del crescente isolamento della Svizzera sul piano internazionale; a nord, per via della percezione sempre più diffusa e mal sopportata di una “tedeschizzazione del Ticino”, a discapito dell’identità culturale del Cantone. Quello che si cercava era il pieno riconoscimento e sostegno dell’italianità del Ticino – guardato non di rado con sospetto al Nord delle Alpi e un poco anche lasciato in disparte – il quale attraverso i suoi rappresentanti si impegnava a conciliare italianità ed elveticità: come ben si evince dal ciclo dipinto da Carlo Basilico nel 1942 alla Polus di Balerna.

Il fatto è che accrescere la conoscenza del proprio patrimonio d’arte e con essa anche la coscienza della propria storia civile non è cosa automatica. Quello fu un processo travagliato e complesso che coinvolse più discipline (come la commemorazione del sesto centenario della nascita di Dante, nel 1921), e che quindi si può leggere anche in mostra, sempre che si conosca il contesto storico e si osservino da una simile prospettiva le opere esposte. Una vera sfida alla quale hanno cercato di dare congrue risposte uomini politici, intellettuali, letterati e artisti, ma che non furono sempre adeguate: come dimostra – per quel che concerne l’operato degli artisti ticinesi – da una parte l’insistenza, talvolta acritica, sull’identità di un Ticino rurale, fermo nel tempo e ancorato al lavoro nei campi: una sorta di ripiegamento regionalistico, non privo di concessioni aneddotiche e folcloristiche, in cui si evidenziano lavori, usi e costumi della tradizione: come documenta la mediocre opera di Pietro Anastasio che apre e chiude la rassegna.

Dall’altra rifiutando incredibili offerte o occasioni uniche. Come quelle datata 8 maggio 1937, quando il segretario del Dipartimento della pubblica istruzione Augusto Tarabori comunica alla Spsas (Società pittori-scultori-architetti svizzeri) che i “signori Henselmann, di Mannheim, intendono creare ad Ascona una piccola Accademia d’arte sacra” che raccomanda “vivamente di preavvisare favorevolmente” perché ha potuto accertare la bontà e “la forma particolare del progetto”, per il quale si è dichiarato d’accordo anche l’On. Celio “dato che non si tratta di lavorare in concorrenza con artisti nostri, ma di insegnare l’arte”. Lapidaria la risposta della Spsas. “Dato il nostro compito di tutelare non solo il lavoro dei nostri artisti, ma il carattere specifico del nostro Paese e della nostra cultura non vediamo perché un germanico debba aprire una scuola d’arte nel nostro Paese. La necessità di una vera scuola d’arte è indubbiamente sentita, ma spetta in questo caso ad artisti nostri di prenderne la direzione. A nome della sezione non posso quindi che dare netto preavviso negativo alla domanda sottopostaci. Il presidente”. In questo senso la mostra è davvero solo “l’inizio di un’indagine che apre molteplici temi e domande”.

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