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L'installazione di Johann Kralewski
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27.03.2021 - 17:47

Incontri d’arte alla Fondazione Matasci

‘Frammenti di una collezione’, una mostra e un ricco catalogo. Con al centro i ‘Pellegrini’ di Johann Kralewski, esposto fino al 9 maggio

di Claudio Guarda

Giunto ai novant’anni in uno stato di invidiabile salute, riuscendo a sfuggire alle insidie del morbo, Mario Matasci, nel chiuso del suo Deposito, si è occupato durante l’ultimo anno della sua collezione; ne sono usciti un catalogo e una mostra dal titolo “Frammenti di una collezione. Incontri d’arte alla Fondazione Matasci.”  Gratuita e aperta tutte le domeniche dalle 14.00 alle 18.00, l’esposizione allinea solo una parte della sua ricca raccolta; ciononostante sui due piani del Deposito si possono vedere più di cento opere concernenti una settantina di artisti: la maggior parte dei quali tra i protagonisti della nostra storia dell’arte, in particolare quella della pittura tra Otto e Novecento in aree – la Lombardia a Sud, la Svizzera tedesca a Nord – che, per diversificate ragioni sia politiche che culturali, costituiscono i fondamenti della nostra identità non solo artistica. 

Dalmazio Ambrosioni, scrivendone in catalogo, sottolinea la specificità ma anche l’unità di quella collezione in cui ogni ‘frammento’ si relaziona e armonizza nell’insieme, dove ogni immagine è diversa ma si rispecchia nell’altra. “Ogni opera d’arte è ‘auto’, vale per sé” – scrive. “Voglio dire che la Collezione Matasci ha un suo corpo complessivo indipendente dalle singole componenti. La Collezione non è l’insieme delle singole opere, ma è la vera, unica, grande opera d’arte. Ed è un corpo vivo” in continua evoluzione, “senza fine perché l’ultima parola non è ancora detta, nonostante i suoi ripetuti ‘adesso basta’.” Ne sono testimonianza le ripetute (e selezionate) donazioni che vengono fatte alla Fondazione da parte di artisti o collezionisti in segno di stima e considerazione per quella che è l’unica istituzione in cui, a rotazione, vengono permanentemente esposte opere di artisti operanti nel territorio o legati alla sua storia culturale. 

Come si documenta in catalogo, ne risulta uno sguardo d’insieme su periodi, vicende, movimenti e artisti concernenti punti nodali della storia artistica del Cantone, ma non solo data la significativa presenza di opere della Kollwitz, di Schürch e Varlin, di Jürgen Brodwolf e  Johanna Buchmann e di altri ancora che allargano gli orizzonti fino all’area svizzero-tedesca e alla Germania. Tra questi anche Johann Kralewski, nato in Polonia nel 1949, formatosi all’Università di Marburg, e operante a Isliberg, nel Canton Argovia, ma spesso anche in Ticino. Conosciuto l’artista e visitato l’atelier di Ascona, il gallerista gli ha chiesto di poter esporre – limitatamente nel tempo – la sua installazione titolata “Pellegrini”. Consta di ben 17 figure in scala reale, raffiguranti un momento di sosta di un gruppo di pellegrini in viaggio verso un lontano luogo di raccoglimento e preghiera. Diciamo… il Cammino per Compostela.  

Si può ben capire come un’opera del genere abbia subito attratto l’attenzione di Mario Matasci: il significato del pellegrinaggio sui luoghi di culto non ha solo un ruolo fondamentale in tutte le religioni, ha in se stesso un significato simbolico e spirituale che riguarda ogni uomo dal momento che rappresenta il viaggio verso la verità ultima, il momento della riflessione, dell’autoanalisi e del bilancio. La vita è un pellegrinaggio che comincia con il concepimento e termina là: dove esattamente non si sa e neppure quando, ma più ci si avvicina più non si può non pensarvi.  Sensazioni e pensieri che la pandemia ha certamente contribuito a propalare, e che forse si percepiscono anche in gesti, pose e atteggiamenti di questi anonimi pellegrini.

Non hanno volto, non hanno quindi identità, ma sono uomini e donne colti in un momento di pausa: c’è chi parla e gesticola, chi si alza e chi osserva, chi sembra appesantito e stanco, chi tace chiuso nei propri pensieri con gli occhi persi nel vuoto. Sono un gruppo, forse anche una comunità, ma ognuno è anche solo con se stesso e vive il proprio momento, trae le proprie conclusioni. Perché proprio 17? Perché, per quanto poco citato, quel numero è ricco di significati simbolici che vengono da molto lontano: è infatti formato da 1+7 che sommati danno il numero 8. L’uno è l’Essere Unico nella sua entità individuale, ma in definitiva è anche ogni singolo uomo; il 7 è quello dei giorni, dei cicli del tempo e quindi anche delle regole e delle rotazioni su cui si fonda l’universo; ma è anche il numero dei vizi e delle virtù, dei sacramenti che dovrebbero governare la vita dell’uomo. Nella simbologia cristiana l’ottavo giorno è quello senza fine che segue la creazione dei giorni finiti e durerà in eterno. Nella sua valenza criptica il 17 contiene  pertanto al suo interno anche l’idea di viaggio dello spirito che dall’uno arriva al tutto, dal finito all’infinito, dal corporeo e terreno all’immateriale e celeste.  

Posizionata in un angolo silenzioso del Deposito quest’opera è un po’ come il punto gravitazionale per quanto temporaneo della intera esposizione: un luogo di silenzio che attira e in cui ci si specchia. Vi resterà solo fino al 9 maggio, poi partirà in pellegrinaggio per altre sedi e altre istituzioni che la accoglieranno. Prossima tappa la Predigerkirche ("Chiesa dei predicatori") a Zurigo, fondata dai domenicani nel XIII secolo, seguirà poi il Museo di Aarau. 

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