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27.06.2020 - 11:20
Aggiornamento: 07.09.2020 - 14:25

Ischgl and more: il Masi riparte dal trash

Esposizione pop-up per la riapertura della sede del Lac del Museo d'arte della Svizzera italiana, con le moraleggianti fotografie di Hechenblaikner

di Ivo Silvestro
ischgl-and-more-il-masi-riparte-dal-trash
Lois Hechenkblaikner Ischgl
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“Ischgl and more”.
Ischgl è una località sciistica del Tirolo: 1’377 metri sul livello del mare, 1’593 abitanti, 1,4 milioni di pernottamenti all’anno. E questi numeri sono già un indizio di cosa ci sia, in quel “and more” che troviamo nel titolo nell’esposizione che riapre la sede del Lac del Museo d’arte della Svizzera italiana dopo la chiusura forzata per la pandemia, e dopo l’annullamento o il rinvio di alcuni progetti.
Mostra improvvisa – che è diverso da improvvisata –, realizzata prendendo alcuni degli scatti realizzati negli anni dal fotografo austriaco Lois Hechenblaikner, immagini recentemente raccolte in un libro e che raccontano, o meglio mostrano, il turismo di massa di Ischgl, fatto non tanto di neve e di sci, ma di feste, alcol, eccessi. Immagini che, con congruente sottofondo musicale, troviamo proiettate a coppie sulle pareti della sala; un allestimento significativo nella sua essenzialità ma tutto sommato marginale, rispetto alle immagini stesse e ai sentimenti che suscitano in chi le vede (come si può giudicare direttamente dagli esempi qui riprodotti e che non sono neanche tra i più “estremi”, per quanto alla fine abbastanza tipiche di certe mete turistiche o situazioni come i carnevali nostrani).

Ecco, quali sentimenti suscitano queste foto? Iniziamo col dire che non troviamo solo immagini di persone ubriache che festeggiano senza troppe inibizioni, anche se certamente queste sono le foto che più restano impresse. E del resto Hechenblaikner non ha fotografato solo Ischgl, ma anche di altre località turistiche del Tirolo, ma diciamo meno mondane – ma queste immagini, curiosamente, le troviamo proiettate in uno spazio separato.
Insomma, l’impressione è che si voglia turbare e scandalizzare lo spettatore. In realtà «ci sono persone che si sentono attratte, da queste foto; altre invece respinte» ci spiega il fotografo quando, conclusa la conferenza stampa, gli rivolgiamo qualche domanda. Perché – e questo è stato anche sottolineato dalla curatrice del progetto al Masi Francesca Benini – il lavoro di Lois Hechenblaikner vuole essere una documentazione, un resoconto a suo modo neutrale di una realtà esistente, senza giudizi o pregiudizi. «Sono come un contatore Geiger che registra gli estremi: a Ischgl non c’è solo questo, ma io voglio far vedere fino dove arriva questa idea di turismo, qual è il livello massimo raggiunto».

L’intento quindi è far riflettere: se poi si arriva a una condanna o a un rifiuto, non sono la condanna o il rifiuto di Hechenblaikner ma di chi guarda il suo lavoro. E questo è forse l’aspetto più interessante della mostra: questo suo apparente basarsi su un’idea incredibilmente ingenua della fotografia concepita come semplice riproduzione della realtà, senza filtri né distorsioni. Ma ovviamente Hechenblaikner non è ingenuo e si rende certamente conto che già solo il fatto di aver preso quelle fotografie e di averle prima raccolte in un libro e poi proiettate in un museo è un gesto che ha un significato che va ben la di là del semplice “registrare gli estremi come un contatore Geiger”.

L’obiettivo di Hechenblaikner non è semplicemente invitarci a riflettere su certi temi – il turismo di massa, la trasformazione del territorio che esso porta, la ricerca degli eccessi, il rapporto tra divertimento, piacere e dolore – ma anche indicarci come dobbiamo riflettere su questi temi. Ed è una riflessione essenzialmente basata sulla contrapposizione tra ciò che è originario e autentico e ciò che è corrotto e artificioso. Il che spiega l’utilizzo, in alcuni immagini, di un’estetica pornografica e voyeuristica: cosa di meglio per dare forma visibile alla corruzione? Hechenblaikner è nato e cresciuto in Tirolo, è evidentemente attaccato alla sua terra e forse si porta dietro quel rapporto di odio-amore verso gli stranieri (in questo caso tedeschi) tipico di molte regioni turistiche; comprensibile quindi che il suo approccio sia quello.

Ma si tratta di un approccio limitato, incapace di pensare al futuro perché si arena nella nostalgia per un passato che in realtà non è mai esistito, dall’idea di un paradiso perduto dal quale siamo stati scacciati e al quale sarebbe bello tornare.

Proprio la pandemia di Covid-19 esemplifica il limite di questo approccio: Ischgl è stato uno dei principali focolai della malattia, registrando il valore più alto al mondo di contagiati tra la popolazione – il 42,4% in base ai test sierologici presentati giusto ieri. Ora, come dobbiamo leggere questa informazione? Possiamo chiederci se ci sarà ancora posto, nella società post Covid-19, per un turismo non solo di massa, ma di ammassamento, pensando a possibili alternative. Oppure possiamo pensare al focolaio come una punizione divina per aver trasformato l’Eden in Sodoma. Inutile dire quale dei due fosse il sottotesto, quando durante la conferenza stampa si è accennato al focolaio.

L’esposizione si intitola “Ischgl and more”, perché si vuole andare oltre Ischgl e i suoi turisti. Ed è proprio lì il problema.

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