Culture

Edgardo Ratti, una vita

‘Discatori’, 1961
2 ottobre 2015
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Tre mostre, a Villa dei Cedri di olii, grafica e sculture lignee; nell’agorà della Sopracenerina di sculture in pietra e alabastro; alla galleria del Torchio di piccoli manufatti e cartoni di preparazione delle grandi vetrate. È il composito lavoro di un artista novantenne. 

di Piero Delgiudice*

‘Edgardo Ratti, una vita. Opere 1950-2014’, è il titolo dell’articolata messa in scena dell’opera del docente, operatore culturale, pittore, scultore, maestro vetraio di Vira. L’anziano e ancora attivo artista, entra in questi giorni nel 91esimo anno e nella storia ticinese. La sua opera, così disposta a vari generi espressivi, affonda origine e radici in una regione culturale e geopolitica che non c’è più, in una ‘koiné’ che ha resistito per decenni nel secolo scorso – dando fisionomia a un’arte e a una letteratura del luogo, autoctona – e ha retto l’urto della dissipazione dei caratteri rurali e proletari del cantone. Tempi erano di economia vallerana, di operaie del tabacco, di operai delle ferrovie (la cui tradizione di lotte lambisce l’oggi), dei primi insediamenti allogeni e di quella letteratura e produzione artistica che vi si nutriva: Felice Filippini scrittore de ‘Il Signore dei poveri morti’ e vigoroso artista dell’epica valligiana, Giovanni Orelli de ‘L’anno della valanga’, Plinio Martini de ‘Il requiem per zia Domenica’, e Giovanni Genucchi, maestro della pietra. Ratti, passa negli anni 50 per l’Accademia di Brera, come è nel rito degli aspiranti artisti ticinesi, e per i maestri della figurazione norditaliana (Sironi, Carrà, Morandi). Approda poi, con un primo informale, alle tele che lo introducono alla pittura di paesaggio e a una più profonda, coinvolta, rappresentazione della natura. È una parabola di approssimazione all’internità e alle stratificazioni di natura, ai suoi cicli vitali, che dà il meglio di sé nelle pitture del ‘periodo bianco’ (pianure, montagne innevate, campi e case sepolti dalla neve, un chiarismo lombardo spostato nel tempo e diluito nella materia), nella ‘pittura delle acque’ che inizia a fine anni 60, nelle grandi vetrate degli anni 70 e nelle parallele mirabili sculture lignee. Sculture lignee che stanno dentro una tradizione di ‘religiosità popolare’ che risale al romanico di San Nicolao di Giornico e delle più tarde e spurie chiese prealpine. Sono assenti qui il peccato e la punizione, assenti i mascheroni dell’imponderabile nei capitelli e nei doccioni, presente invece una religiosità patarina, di lepri, mucche, maiali, per piccole comunità contadine. Sono maestri della pietra, altri rispetto ai raffinati comacini, e sono loro che si trasmettono nell’artigianato vallerano delle santelle. Cristi lignei che ai bivi montani indicano – ormai nella Controriforma, con l’alfabeto della passione: la spugna, la punta di lancia, il ferro del martello, i lunghi chiodi, la corona di spine – la via al viandante. Ratti, nelle sue sculture in tiglio e ulivo, sta aggrappato a questa figurazione dell’uomo tra inesorabilità della fatica contadina e rappresentazione della passione. È religiosità popolare, sono maternità che proteggono da un dramma imminente, sono Cristi della povera gente. Forza, peso, finestre Walter Schönenberger (che firma con lo scrivente la monografia contemporanea alle mostre) si ferma sulla pittura delle acque (le bolle, l’onda, le profondità dell’acqua, il lago di notte) con testi particolarmente felici: «Riattivano tutto il nostro tesoro di emozioni e sensazioni corporee (il fluire dell’acqua su una mano, l’immersione dei piedi in un ruscello, lo schioccare di piccole onde intorno al corpo del nuotatore), atmosferiche (il riflettersi del cielo sulla superficie liquida, il mutare dei colori quando sta cambiando il tempo), sonore (lo sciacquio della corrente contro radici, sassi, piante acquatiche; il battere delle prime gocce sull’acqua quando scoppia un temporale)...». Un riconoscimento alla fisicità e corporeità dell’opera di questo artista. Forza e peso fisico che ritroviamo nelle grandi vetrate, al tempo religiose e laiche, della chiesa di Biasca o nell’abbandono lirico della vetrata-paradiso terrestre, trasfigurante l’enorme animato parco, nella villa dell’architetto Bloch, ad Arcegno, sopra le acque, appunto, in cui si riflette, di una grande piscina. È la stessa forza, trasferita in consapevolezza di un sociale devastato da guerre, fame, morti e migrazioni che Ratti impegna nell’ultimo irruento e torrenziale ciclo di lavoro che arriva sino al 2015. Sono ‘finestre’, installazioni e collage su tela, persiane aperte sulle stagioni e su un consorzio umano che attorno a noi alza le croci delle sue tribolazioni.

 

*Critico d’arte e co-curatore delle mostre e della monografia su Edgardo Ratti (edizioni Salvioni, Bellinzona).

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