Raoul Peck presenta Orwell 2+2=5 un monito contro l'erosione della democrazia e la manipolazione della verità
Ticino

Raoul Peck presenta Orwell 2+2=5 un monito contro l'erosione della democrazia e la manipolazione della verità

Il documentario, presentato in Svizzera, collega la distopia di George Orwell a eventi attuali come la guerra in Ucraina e la censura, sottolineando l'urgenza di difendere la democrazia.

2 novembre 2026
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Il regista ed ex ministro della cultura haitiano Raoul Peck ha fatto tappa lo scorso fine settimana a Zurigo e Berna per presentare il suo ultimo documentario, Orwell: 2+2=5. L'opera ha inaugurato ufficialmente la rassegna nazionale Let's Doc!, il mese del film documentario che fino al 30 novembre propone oltre 400 proiezioni in 180 spazi in tutta la Svizzera (tra cinema, biblioteche, centri di quartiere e musei).

In Ticino il pubblico potrà vedere il documentario già questa settimana nell'ambito della rassegna Let's Doc!: l'appuntamento è per giovedì 5 novembre alle ore 20:30 al Cinema Otello di Ascona, dove la pellicola sarà proiettata in versione originale inglese con sottotitoli in italiano, in collaborazione con il Circolo del Cinema di Locarno.

Celebre per opere cardine come Lumumba - La morte del profeta (Lumumba: La mort du prophète, 1991) e l'acclamato saggio per immagini I Am Not Your Negro, candidato all'Oscar nel 2017, Peck prosegue la sua rigorosa indagine storica su colonialismo, potere e diritti civili. Con Orwell: 2+2=5, il regista si immerge nell'universo concettuale e biografico di George Orwell, ripercorrendo le tappe (tra India, Birmania, Spagna e Regno Unito) che spinsero lo scrittore a contestare l'autorità fino a redigere, nel 1948 poco prima di morire, il capolavoro distopico 1984.

Attraverso i testi originali dell'autore britannico affidati alla voce narrante dell'attore Damian Lewis, il documentario intreccia la genesi del romanzo con l'attualità più bruciante, mostrando dove la distopia assume oggi contorni reali: dai discorsi di Vladimir Putin per giustificare la guerra in Ucraina all'assalto al Campidoglio a Washington, fino alla censura dei libri negli Stati Uniti.

La formula che dà il titolo all'opera richiama il cuore stesso del controllo totalitario e della riscrittura della verità da parte del "Ministero della Verità" di Orwell. Un tema che Peck affronta con urgenza civile: "L'arte senza uno scopo non è arte. L'arte fine a se stessa non ha significato", ha dichiarato il regista all'agenzia Keystone-ATS, spiegando di aver iniziato a fare cinema a 26 anni proprio con la determinazione politica di incidere sul reale. "Anche Orwell nel suo saggio Perché scrivo (Why I Write) sottolineava che, mettendosi a scrivere, non pensava a fare arte, ma a svelare un'ingiustizia".

Al centro del film risuonano i celebri motti di 1984: "La guerra è pace", "La libertà è schiavitù", "L'ignoranza è forza". Parole che, avverte Peck, descrivono con precisione millimetrica le derive odierne: "Donald Trump avrebbe potuto fare suoi questi tre slogan. Più le contraddizioni sono palesi, più vengono spacciate per verità assolute". Secondo il regista, l'Occidente si è adagiato, "inebriato dalla convinzione che la democrazia sia un dato acquisito per sempre, senza sentire il bisogno di difenderla". Un'erosione alimentata dal disinteresse di massa e da una manipolazione del linguaggio che Peck ricorda di aver compreso sin dall'infanzia ad Haiti: "Mio padre era in prigione, e intanto l'amministrazione Kennedy parlava di valori democratici sostenendo la dittatura di Duvalier. Da lì è nata la mia necessità di decostruire la storia, il linguaggio e il cinema".

Il documentario affronta anche i pericoli delle nuove tecnologie e dell'intelligenza artificiale (impiegata dallo stesso regista nel montaggio). Per Peck il problema non risiede nello strumento in sé, ma nella logica del profitto sfrenato e nella mancanza di regolamentazione: "Il profitto non ha limiti ed è irrazionale: se per aumentarlo serve dare alle fiamme un intero villaggio, lo si fa. Eppure avremmo tutti i mezzi per regolamentare la tecnologia".

La chiusura dell'opera, così come il pensiero del regista, non cede tuttavia al fatalismo. Riprendendo la figura di Winston Smith, che in 1984 riponeva le speranze nei "prolet", Peck guarda con fiducia ai movimenti di protesta giovanili che attraversano l'Europa: "La storia ha dimostrato che è sempre stata la società civile a scendere in piazza e a salvare la democrazia. I giovani oggi non si limitano a protestare: sanno spiegare perché lottano per il loro futuro e hanno uno sguardo lucido sulla realtà, a differenza di una classe politica che ormai non parla nemmeno la loro stessa lingua".

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni