Ticino

Le indennità di disoccupazione dei frontalieri vanno versate dal Paese d’impiego

E non più da quello di origine. È quanto chiede una riforma votata oggi dal parlamento europeo che comporterebbe maggiori oneri per la Svizzera

Nel primo trimestre del 2026 la Svizzera contava 413’320 lavoratori frontalieri
(Ti-Press)
7 luglio 2026
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Il parlamento europeo ha approvato oggi una riforma volta a ridefinire le competenze in materia di disoccupati frontalieri. Le nuove norme comporteranno costi aggiuntivi per diverse centinaia di milioni di franchi per la Svizzera.

A Strasburgo, i deputati hanno votato a favore di un nuovo regolamento sul coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale per i cittadini dell’Unione europea con 511 voti a favore, 87 contrari e 61 astensioni. La riforma prevede anche nuove disposizioni in materia di prestazioni per l’assistenza a lungo termine e di prestazioni familiari. Queste norme saranno più chiare, più facili da far rispettare e più semplici, sia per i lavoratori che per le imprese europee, aveva dichiarato ieri l’eurodeputata socialdemocratica tedesca, Gabriele Bischoff, relatrice sul dossier durante il dibattito introduttivo.

In linea di principio, ciascuno dei ventisette Stati membri dell’Ue decide autonomamente in merito al proprio sistema di sicurezza sociale. Per evitare eventuali problemi nel caso in cui le persone non vivano o non lavorino nel proprio Paese d’origine, esistono anche norme a livello europeo.

La Seco: ‘Serve un accordo esplicito della Confederazione’

Secondo la Commissione europea, circa 16 milioni dei circa 450 milioni di europei vivono o lavorano in un altro Paese dell’Ue. Il regolamento modificato fa parte dell’accordo sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione europea.

La Commissione europea dovrà informare la Confederazione di questa modifica in seno al comitato misto competente. L’adozione potrà avvenire solo “con l’accordo esplicito della Svizzera”, ha dichiarato la Segreteria di Stato dell’economia (Seco) della Confederazione.

In futuro, in caso di via libera dalla Svizzera, potrebbe quindi essere lo Stato in cui la persona, ormai disoccupata, ha svolto il suo ultimo impiego, e non il suo Stato di residenza, a erogare l’indennità di disoccupazione. Nel primo trimestre del 2026, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, la Svizzera contava 413’320 lavoratori frontalieri.

Costi aggiuntivi tra 600 e 900 milioni

Secondo le stime della Seco, questa modifica potrebbe comportare costi aggiuntivi compresi tra 600 e 900 milioni di franchi all’anno.

Già oggi la Svizzera, in qualità di Stato di impiego, rimborsa al Paese di residenza le prestazioni erogate al lavoratore frontaliero diventato disoccupato. L’anno scorso, sempre stando ai dati della Segreteria di Stato dell’economia, i rimborsi versati a Francia, Germania, Austria e Italia sono ammontati complessivamente a 283,3 milioni di franchi.

La Seco registra d’altra parte entrate pari a circa 600 milioni di franchi, corrispondenti ai contributi versati dai frontalieri alla cassa svizzera di disoccupazione. A conti fatti, la Svizzera conteggia quindi attualmente un surplus di 300 milioni di franchi all’anno. Se la riforma venisse approvata, il bilancio si invertirebbe.

Dichiarazione preventiva

Anche la procedura da seguire quando un dipendente lavora all’estero per un breve periodo sarà oggetto di una nuova regolamentazione. In futuro per svolgere un’attività in un altro Paese dell’Ue, sarà necessario informare in anticipo le autorità competenti dello Stato di origine. Ciò non si applicherà ai viaggi d’affari e ai distacchi di breve durata, fino a un massimo di tre giorni, sebbene il settore edile non rientri in tale eccezione.

Il tema del frontalierato ha scaldato non poco gli animi recentemente anche in Ticino con l’annuncio, settimana scorsa, del Consiglio di Stato della decisione presa all’unanimità di bloccare parzialmente i ristorni all’Italia. Circa 50 milioni di franchi che il Ticino non verserà alla Lombardia in risposta alla volontà – per ora solo annunciata – di introdurre la cosiddetta ‘tassa sulla salute’, ovvero una trattenuta del 3% sullo stipendio dei vecchi frontalieri, quelli che disponevano di un permesso G prima del nuovo accordo attivo tra Italia e Svizzera dal luglio 2023, per finanziare il sistema sanitario italiano.

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