Con un'articolata presa di posizione, indirizzata anche ai deputati, l'Apcti sottolinea l'importante ruolo dei Corpi locali nella sicurezza di prossimità

“Modernizzare il sistema attuale, rafforzando l’equilibrio tra Cantone e Comuni, evitando riorganizzazioni costose e rischiose e modelli che, in altri contesti, hanno già mostrato i propri limiti”. Il dibattito sul dispositivo di sicurezza pubblico in Ticino continua e l’Associazione delle polizie comunali ticinesi (Apcti) mette le mani avanti, rilanciando la propria “visione”, una “chiara” visione, come la definisce.
La consultazione sullo studio ‘Polizia ticinese’, voluto a suo tempo dal Consiglio di Stato per migliorare la collaborazione tra la Cantonale e le Polcomunali, si è chiusa lo scorso ottobre. Il documento ha però raccolto più critiche (molte) che consensi. Una volta valutato il rapporto del responsabile del gruppo di lavoro, il coordinatore del Dipartimento istituzioni Luca Filippini, il governo deciderà i prossimi passi. E cioè se disporre ulteriori approfondimenti, se optare per lo status quo o se riattivare il dossier ‘Polizia unica’, che aveva abbandonato nel 2015 con il ritiro del messaggio favorevole alla mozione dell’allora deputato del Plr Giorgio Galusero. Ed è questo eventuale scenario – la possibile proposta da parte del Consiglio di Stato di un solo Corpo di polizia in Ticino, in pratica una Polizia cantonale, con conseguente cancellazione delle comunali – che all’Apcti proprio non piace. “In prospettiva si tratterà di scegliere tra modelli fortemente centralizzati e burocratici e un sistema operativo collaudato, basato sui principi del federalismo e della prossimità”, scrive l’associazione in una nota indirizzata anche ai Comuni, ai comandi delle Polizie comunali, e ai partiti presenti in Gran Consiglio, dove fra l’altro è pendente da anni la mozione depositata dall'allora deputato Raoul Ghisletta pro polizia unica.
L’Apcti difende il vigente sistema duale: Polizia cantonale e Polizie comunali. “Le Polizie comunali ticinesi – sottolinea l’associazione presieduta da Orio Galli, vicecomandante della Polizia Torre di Redde – rappresentano una realtà efficiente e fortemente radicata nel territorio. Ogni giorno garantiscono presenza, prevenzione e rapidità d’intervento, con una conoscenza diretta del tessuto sociale dei Comuni”. Questa prossimità “è una delle principali ricchezze del sistema di sicurezza ticinese”. L’Associazione delle polizie comunali non ha dubbi: “La collaborazione tra livello cantonale e comunale, la complementarità dei ruoli e la capacità di adattamento alle esigenze del territorio hanno permesso di costruire un sistema policentrico solido, capace di rispondere alle sfide della sicurezza contemporanea. Rafforzare ciò che funziona significa partire da questo equilibrio”. E ribadisce: “Le Polizie comunali sono pronte ad assumere ulteriori responsabilità, laddove ciò rafforzi l’efficacia complessiva del sistema di sicurezza cantonale”. In particolare nell’ambito della polizia di prossimità, le Polcom “hanno sempre manifestato piena disponibilità ad assumere e sviluppare ulteriormente queste funzioni sul territorio. La sicurezza, infatti, si costruisce prima di tutto nella relazione quotidiana con il territorio e la sua comunità”. Insomma: “Lo spirito delle Polizie comunali è sostenere il lavoro della Polizia cantonale, contribuendo a sgravare quest’ultima dalle attività di prossimità affinché possa concentrarsi sulle proprie missioni più strategiche e specialistiche”. Oggi circa la metà degli interventi che le Polizie comunali compiono, rileva l’associazione, deriva da richieste della Polizia cantonale: “È proprio questa complementarità uno dei punti di forza del modello ticinese”.
Dunque: sì al modello odierno, no a una polizia unica. “Anche nel Canton Argovia il parlamento ha recentemente respinto la proposta governativa di riorganizzare il sistema di polizia in una polizia unica – ricorda l’Apcti –. Nel dibattito politico è emerso il timore di una perdita di presenza nelle zone periferiche e di un indebolimento del controllo locale, oltre alle incognite legate ai costi di una riorganizzazione di tale portata. La decisione finale del Gran Consiglio ha quindi confermato il mantenimento del sistema duale esistente, accompagnato dall’impegno a migliorarne il funzionamento senza procedere verso una centralizzazione completa”. Questi e altri esempi, afferma l’Apcti, “dimostrano come, anche in altri contesti svizzeri, la centralizzazione non sia considerata automaticamente la soluzione più efficace”. Per questo l’Associazione delle polcom ticinesi “invita il mondo politico a valutare con attenzione le conseguenze di eventuali riorganizzazioni strutturali del sistema”. E osserva: “Un sistema di sicurezza efficace non nasce da strutture sempre più grandi, ma da strutture agili e capaci di adattarsi al territorio. La sicurezza si costruisce sul territorio”. Senza poi dimenticare un paio di aspetti. Il primo: con la centralizzazione i Comuni “continuerebbero a sostenere i costi del personale e delle infrastrutture, ma con una riduzione significativa della loro capacità decisionale”. In altre parole “maggiori oneri finanziari per i Comuni accompagnati da una minore autonomia operativa: pagare di più per avere meno voce nella sicurezza del proprio territorio non può essere la soluzione. Il secondo aspetto: “Negli ultimi anni sono emerse riflessioni critiche su alcuni aspetti organizzativi e sul clima professionale all’interno delle strutture cantonali”. All’interno cioè della Polizia cantonale (vedi il recente sondaggio promosso dai sindacati): in questo contesto “è legittimo interrogarsi sull’opportunità di concentrare ulteriormente personale, competenze e mezzi in una struttura già oggi complessa da gestire”. Una struttura più grande “non è automaticamente più efficace”. Ergo: “La sicurezza del Ticino ha bisogno di strutture agili, che funzionano bene e valorizzano le competenze esistenti”.
L’Apcti ritiene allora che “la strada più responsabile sia rafforzare il modello attuale, introducendo miglioramenti mirati dove necessario”. Per esempio, richiamando anche il progetto ‘Polizia ticinese’, il miglioramento del coordinamento e la chiarificazione di determinati compiti operativi “possono rappresentare spunti utili: sono evoluzioni realizzabili senza smantellare un sistema che già oggi dimostra di funzionare”. Il Ticino “ha costruito negli anni un equilibrio prezioso tra dimensione cantonale e dimensione comunale, che garantisce sicurezza, responsabilità istituzionale e vicinanza ai cittadini”. Di conseguenza “prima di intraprendere trasformazioni profonde dell’architettura della sicurezza cantonale è quindi legittimo chiedersi se i benefici attesi siano realmente superiori ai rischi di indebolire un equilibrio che negli anni ha dimostrato di garantire efficacia operativa, responsabilità finanziaria e vicinanza ai cittadini”. Nella gestione della sicurezza pubblica “le riforme migliori sono quelle che rafforzano un sistema di prossimità che già funziona, non quelle inutilmente più costose, più pesanti e più lontane dai cittadini”, avverte l’Associazione delle polizie comunali ticinesi, invitando “i decisori politici a valorizzare il modello federalista e policentrico come pilastro della futura strategia di sicurezza”.