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laR
 
04.10.2022 - 08:30
Aggiornamento: 19:10

I 25 anni della Supsi secondo Gervasoni, tra successi e futuro

L’importanza della formazione professionale, i ricordi di quell’acronimo che faceva sorridere e ora è un’istituzione, gli obiettivi da raggiungere (tanti)

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Il direttore della Supsi Franco Gervasoni

«Mi piace molto l’idea di considerare la Supsi un punto di riferimento per il territorio e una realtà dove sono iniziati tanti progetti e soprattutto tante storie di vita professionale». Ha tanti, tantissimi fogli davanti a sé il direttore generale della Supsi Franco Gervasoni quando ci accoglie nel suo ufficio a Manno. È pronto a parlare di progettualità, bilanci, idee per il futuro. Ma per parlare del futuro bisogna comprendere appieno il passato, e in questi 25 anni che la Supsi festeggia proprio in questo periodo di cose da raccontare ne sono successe davvero moltissime.

Da dove partiamo, direttor Gervasoni?

Guardi, se penso ai primi tempi dove addirittura qualcuno scherzava sul nostro acronimo un po’ strano e penso quanta strada è stata fatta… (sorride, ndr). È stato tutto graduale, progressivo, frutto dell’impegno di moltissime persone. Oltre a sviluppare le nostre attività originarie, nel tempo sono nati altri numerosi percorsi formativi offerti in Svizzera esclusivamente all’interno delle Scuole universitarie professionali. È anche così che siamo diventati un punto di riferimento per i giovani e i professionisti. 25 anni fa dire che si studiava o lavorava in Supsi era quasi dire che si era su un altro pianeta; oggi questo acronimo è entrato nelle famiglie e nel gergo dell’intero Cantone, e non solo. La Supsi è riconosciuta per la qualità delle sue attività. E non dimentichiamo che in questi anni molto è stato fatto anche nell’ambito dell’intera filiera della formazione professionale, che merita riconoscimento pari alla formazione nelle scuole superiori di cultura generale. Abbiamo contribuito a questo processo di crescita del sistema duale di formazione che fa sì che quasi tutti i giovani ottengano una qualifica professionale grazie anche ai percorsi chiari e strutturati che vengono offerti in collaborazione con enti, aziende e organizzazioni del territorio. Anche per questo la disoccupazione giovanile nazionale è molto bassa. Nel sistema accademico le Scuole universitarie professionali hanno inoltre un impatto importante considerato che formano la metà degli studenti universitari svizzeri.

Insomma, risultati che vi rendono orgogliosi?

Certo, dobbiamo essere orgoglioso e consapevoli che si può sempre migliorare. La nostra capacità di innovazione deriva dal fatto di condurre molte attività di ricerca e servizi e dal lavoro svolto nel tempo per trasformare una scuola prettamente di insegnamento in una scuola universitaria attiva in molteplici ambiti disciplinari. La Svizzera è prima al mondo nel Global talent competitiveness index 2020, un indicatore che attesta la capacità di attrarre, coltivare, trattenere i talenti. Perché siamo primi al mondo? Perché il sistema accademico e professionale è solido e ben funzionante. Le Sup, tra cui la Supsi ovviamente, sono le istituzioni che negli ultimi 10-12 anni sono cresciute di più nel panorama accademico. Un mattone solido, importante, che ha conosciuto uno sviluppo non solo quantitativo, ma anche qualitativo grazie al lavoro collettivo di molti colleghi e colleghe. Penso ad esempio a come sono evoluti i corsi di cure infermieristiche, fisioterapia, o le formazioni in ambito artistico, del lavoro sociale o del design. Prima della nascita delle Sup non erano considerate formazioni a livello accademico, oggi sono settori importanti anche per la ricerca, con un’immagine consolidata. Non dobbiamo dimenticare però il rafforzamento e la valorizzazione dei settori originari legati al passato, che hanno conosciuto una crescita e uno sviluppo straordinario. Ad esempio nel settore dell’ingegneria e delle tecnologie, all’inizio c’erano i corsi di elettronica, informatica, e ingegneria civile. Abbiamo integrato istituti, valorizzato le preziose competenze presenti e siamo cresciuti ampliando l’offerta di formazione di base e continua e nella ricerca e i servizi. Al di là dei numeri e delle statistiche, tracciando un bilancio è bello immaginare quanto valore aggiunto la Supsi ha dato alle singole persone, aziende, organizzazioni del territorio.

Quanto è importante che tutti i progetti a corto termine siano accompagnati anche da un occhio rivolto sempre non solo al domani, ma al dopodomani?

È la nostra sfida cruciale, tenuto conto anche del fatto che ogni settore è diverso. Dove c’è una storica spinta della ricerca, come ad esempio nelle tecnologie innovative, è attivo un maggior numero di ricercatori. In altri contesti, come l’architettura, la sanità e il design, c’è un connubio proficuo tra docenti professionisti e ricercatori. L’obiettivo è riuscire a far dialogare la ricerca, che pensa al dopodomani, con i professionisti attivi oggi sul campo. La sinergia tra ricerca e formazione è un fattore importante; i nostri studenti lavoreranno a lungo, non devono acquisire competenze utili solo nell’immediato, ma imparare ad adattarsi al cambiamento già a partire dalla formazione di base. Dobbiamo dare loro gli strumenti per affrontare al meglio il mondo del lavoro, ma anche per rimanerci e avere sempre profili aggiornati e attrattivi.

E a livello di competenze il discorso come si declina?

È necessario trovare un buon equilibrio tra le competenze di base, quelle specialistiche, metodologiche, sociali e personali. Come pure assicurare il continuo aggiornamento professionale con le attività di formazione continua. Occorre integrare modalità didattiche diverse per garantire lo sviluppo di solide competenze di base, senza le quali non si va da nessuna parte. Queste devono essere unite alle competenze trasversali, anche attraverso il ricorso a soluzioni didattiche innovative. Nell’insegnamento, l’interdisciplinarità e l’interprofessionalità sono ulteriori elementi fondamentali. Solo con un approccio aperto al dialogo interdisciplinare è possibile affrontare le sfide della società moderna. Un ingegnere elettronico e un docente di scuola speciale devono saper dialogare, dando vita a quella discussione proficua che porta a trovare le migliori soluzioni ai problemi effettivi con cui ci si trova confrontati. Solo facendo rete e favorendo la collaborazione tra settori diversi si trovano soluzioni innovative a problemi complessi.

Avete un esempio concreto di questo ragionamento?

Nell’ambito del progetto Italmatica i docenti della didattica dell’italiano e della matematica si sono confrontati per comprendere perché l’uso di un linguaggio difficile renda complesso l’apprendimento della matematica nella scuola dell’obbligo. Da questo confronto interdisciplinare è emerso che in alcuni casi il linguaggio della matematica può risultare un ostacolo per i bambini. Quindi, la riflessione che ne è uscita è che bisogna parlare della matematica con un linguaggio più tradizionale, producendo nuovi strumenti operativi e risultati concreti sorprendenti.

La vostra è una storia di crescita, formativa, didattica, ma anche di spazi. Trevano, Manno fino ai nuovi campus di Viganello e Mendrisio, con l’obiettivo di costruire quello di Besso.

Il forte sviluppo della Supsi deriva da un accresciuto bisogno di formazione, ricerca e servizi al territorio, attività che possiamo svolgere se troviamo partner, se realizziamo progetti finanziati in ambito competitivo, se ci vengono assegnati dei mandati e se gli studenti si interessano alla nostra proposta formativa. C’è un fabbisogno notevole di infermieri, ingegneri e docenti, ad esempio, e noi siamo responsabili di formare questi professionisti. La crescita osservata in questi anni è legata ai bisogni che la società esplicita nei nostri confronti, e in quest’ottica l’aspetto logistico è centrale per la visibilità, ma soprattutto per l’attrattività, la vivibilità, il benessere e l’efficienza che porta il vivere nelle nostre sedi. La strategia adottata nel 2010 è quella del campus diffuso nella Città Ticino, non più in un unico luogo come si pensava inizialmente. E quindi hanno preso il via i progetti da lei citati, ora realizzati e vissuti. Abbiamo la speranza che il Campus di Lugano-stazione possa essere realizzato nei prossimi 5-6 anni. Si tratta davvero di un progetto fantastico e prioritario, di interesse pubblico, che deve essere portato a termine in tempi ragionevoli. Quasi 20mila metri quadri che speriamo siano pronti nel 2028, una struttura che ci permetterebbe di essere molto più coesi di quanto possiamo esserlo qui a Manno. La qualità degli spazi sarà eccezionale, come pure la visibilità che porta con sé una sede vicino alla stazione, come dimostra l’esperienza della nostra affiliata Fernfachhochschule Schweiz a Zurigo o la nostra a Mendrisio.

Altri progetti in campo?

Sicuramente quello che riguarda la Scuola universitaria di Musica del Conservatorio della Svizzera italiana, nostra affiliata. Rientra nel progetto Città della musica che dovrebbe sorgere nella sede della Rsi a Besso, e anche questo è abbastanza concreto. Il Cantone ha dato un avallo di massima, la Città di Lugano ci crede e nei prossimi 4 o 5 anni dovrebbe giungere al termine. Un altro progetto importante che muove i primi passi è quello della potenziale sede del Parco dell’innovazione che sorgerà presso il comparto delle Officine di Bellinzona, cui siamo fortemente interessati. Per quanto riguarda l’Accademia Teatro Dimitri, è sempre viva l’idea di spostare le attività alla caserma di Losone, proposta bloccata da alcuni ricorsi. Un bel progetto che darebbe nuova vita alla caserma e potrebbe costituire un vero polo culturale animato dai nostri brillanti artisti di teatro.

Immagini di ritrovarci qui, a questa scrivania, tra cinque anni per festeggiare il 30esimo anniversario della Supsi. Cosa le piacerebbe poter dire che è successo nel frattempo?

Un sacco di cose. Mi piacerebbe poter rilevare che la politica ha continuato a investire nelle università nonostante i periodi finanziariamente difficili che ci attendono, e quindi di aver vissuto un ulteriore utile crescita. Mi piacerebbe poter dire che siamo riusciti ad avere un ulteriore rafforzamento delle nostre competenze rispetto ai bisogni del territorio: a livello di professori, contribuendo a far tornare in Ticino professionisti qualificati. E aver contribuito a disegnare numerose apprezzate traiettorie di vita per i nostri studenti e colleghi. Ovviamente spero di poter dire che in poco tempo inaugureremo le sedi di cui abbiamo parlato e che saremo pronti a portare a compimento progetti chiari con una prospettiva di sviluppo. E mi piacerebbe dire che si è registrato un ulteriore rafforzamento della filiera della formazione professionale. Tutto questo in un contesto demografico difficile. I dati indicano che la popolazione in Ticino tende a diminuire. Oggi c’è una corte di 3mila ragazzi stabile. In un contesto di crescita ci si può permettere un certo divario tra quello che le persone scelgono di studiare e quello che richiede il mercato del lavoro. In uno scenario come quello che si prospetta, bisogna riflettere su come rafforzare la consapevolezza nei giovani, spiegando loro che sono risorse di fondamentale importanza per lo sviluppo sostenibile di una società in costante cambiamento ed evoluzione. Dove ci sono bisogni sarebbe bello avere risorse qualificate.

È un po’ quello che sostiene Aiti col suo documento programmatico.

Si parla sempre di educazione consapevole alle scelte, sono d’accordo. Ma con le tendenze attuali l’attrattiva sempre più forte del lavoro oltre Gottardo, dobbiamo operare bene insieme, creando una rete efficace tra orientatori, scuole, docenti, università, associazioni professionali e di categoria e aziende. Tutti devono giocare responsabilmente il proprio ruolo. Ad esempio, prendiamo il settore delle cure infermieristiche. Dal 2013 al 2019 i diplomati in Ticino sono passati da 100 a 200 l’anno grazie alla stretta collaborazione fra il Decs, il Dss e la Supsi. Mettendoci al tavolo tutti insieme è nato il progetto Prosan 21-24, avallato dal parlamento, che migliorerà le condizioni della formazione in ambito sanitario. La speranza è di arrivare a 250 iscritti con almeno il 90% di residenti. Non sarà facile e proveremo con determinazione a raggiungere questo obiettivo grazie alle nuove condizioni favorevoli di sostegno allo studio. È solo un esempio concreto della forza della collaborazione fra istituzioni e persone. In futuro avremo bisogno di figure professionali sempre più qualificate in molti ambiti disciplinari di nostra competenza. Consapevoli delle nostre responsabilità, il nostro impegno per formarle sarà costante.

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