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laR
 
18.08.2022 - 05:15
Aggiornamento: 14:16

‘Inutile e dannoso’, no dei benzinai al contratto collettivo

Diverse opposizioni alla modifica che introdurrebbe salari minimi per i dipendenti. Centonze: ‘in Ticino c’è già la Legge sul salario minimo’

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Ti-Press

C’è agitazione tra chi gestisce i distributori di benzina ticinesi. Potrebbe essere infatti presto estesa anche nel nostro cantone, al momento unica eccezione a livello nazionale, l’applicazione della clausola del contratto collettivo di lavoro (Ccl) per i negozi delle stazioni di servizio, che indica il salario minimo da riconoscere ai collaboratori. La domanda per modificare i decreti federali, che darebbero carattere generale al Ccl, è stata inoltrata dai sindacati Unia, Syna e dalla Società svizzera degli impiegati di commercio con il (decisivo) benestare dell’Associazione gestori di negozi delle stazioni di servizio in Svizzera (Agss). Contro la richiesta hanno subito inoltrato opposizione alla Segreteria di Stato dell’economia (Seco) diversi distributori di benzina ticinesi, come pure l’Associazione ticinese delle stazioni di servizio (Atss). «Il Consiglio federale nel 2017 aveva escluso il Ticino dall’obbligo del salario minimo visto che i salari proposti non erano in linea con la nostra realtà socioeconomica» spiega Matteo Centonze, presidente dell’Atss. «A inizio anno l’associazione nazionale ha pubblicato il rinnovo del Ccl per altri tre anni, al quale non si è opposto nessuno. Negli scorsi mesi l’associazione nazionale ha però apportato una serie di modifiche al Ccl, tra cui l’allargamento del campo di applicazione del salario minimo al Ticino».

‘Per noi la lacuna è già stata chiusa’

Proprio le differenze tra Ticino e resto della Svizzera sono tra i motivi che hanno spinto alcuni benzinai indipendenti a inoltrare opposizione. "L’imposizione di un salario orario minimo così elevato è chiaramente sproporzionata, insostenibile e inammissibile" si legge in una delle lettere recapitate a Berna dai benzinai. Ma di che cifre stiamo parlando? Il contratto collettivo di lavoro prevede una retribuzione di 19,95 franchi per personale senza formazione, che sale fino a 21,98 per personale con formazione professionale triennale o quadriennale.

‘Un lavoro che ai ticinesi non interessa’

Cifre ritenute fuori mercato per un settore che, si legge in diverse opposizioni indipendenti, impiega prevalentemente personale frontaliero: "Gli svizzeri o i residenti non sono interessati a lavorare per una stazione di benzina, soprattutto se questa è ubicata sul confine. Non per una questione economica, bensì è ritenuto un lavoro troppo umile". Si precisa infatti che "le retribuzioni previste dalla Legge cantonale sul salario minimo sono più che adeguate a garantire un tenore di vita dignitoso". Un punto sul quale vuole mettere l’accento anche Centonze. «Nel 2017 abbiamo consigliato ai nostri soci di allinearsi al Ccl cantonale della vendita al dettaglio, quest’ultimo rispecchiava maggiormente la realtà ticinese. Ora c’è il salario minimo cantonale che ha cifre simili», prosegue il presidente dell’Atss: «Per noi la lacuna è quindi stata chiusa».

‘L’Associazione nazionale non ha il quorum per rappresentare la categoria’

Le lamentele dei distributori ticinesi si rivolgono soprattutto all’Associazione di categoria nazionale. "I datori di lavoro ticinesi delle stazioni di servizio non sono stati interpellati e sono stati volutamente esclusi dalle discussioni che sono state intavolate. L’impressione è quella che i grandi gruppi tentino di mettere in difficoltà piccole realtà come la nostra, imponendo salari insostenibili", si legge nell’opposizione di un benzinaio. Proprio la rappresentatività dell’Agss è al centro delle contestazioni dell’associazione cantonale. «Riteniamo tuttora che il Ccl nazionale non gode del quorum dei datori di lavoro a livello svizzero. Questo perché i grandi Gruppi – Coop, Migrol, Bp, Shell – operano le loro stazioni in franchising» afferma Centonze. «Sono quindi da contare come un’unica entità e non come molteplici entità giuridiche. Speriamo che la Seco abbia ben spulciato questo tema. È espressamente richiesto nella decisione del Consiglio federale del 2017». Il rammarico più grande di questa vicenda, spiega il presidente «è di non essere mai stati interpellati o invitati formalmente al tavolo delle trattative, nonostante ci fossimo proposti più volte come associazione distributori ticinesi».

La situazione: ‘Siamo passati da 4’400 litri al giorno a 90’

Un cambiamento che arriverebbe, segnalano gli interessati, nel momento peggiore. «Il settore ormai soffre fortemente da due anni e mezzo. Il perdurare della crisi sta creando grosse difficoltà» dichiara il presidente dell’Associazione distributori ticinesi. «Le zone più toccate sono le zone di confine dove ci sono già state chiusure e ridimensionamenti. Alcuni gruppi hanno chiuso i punti vendita, inoltre sono stati ridotti i turni di apertura allo stretto necessario». Qualche cifra è contenuta nelle opposizioni inviate alla Seco. "Abbiamo una perdita media mensile dell’84% sulle cifre d’affari. Il picco è stato raggiunto a fine luglio, con 90 litri erogati nell’intera giornata. Lo stesso giorno dell’anno precedente erano stati 4’461», racconta un indipendente. La richiesta alle autorità è quindi la stessa da diversi mesi: «L’unica soluzione efficace sarebbe di allinearci alle misure italiane e ridurre le accise. Ma non basterebbe, ora ci gioca contro anche l’indebolimento dell’euro. Una difficoltà dopo l’altra».

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