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24.06.2022 - 20:39
Aggiornamento: 28.06.2022 - 12:14

TiSin, sindacati soddisfatti per la sanzione dell’Ispettorato

Daniel (Ocst): ‘Quel contratto era uno scheletro al quale hanno tolto una costola’. Gargantini (Unia): ‘Aldi e BIgnasca ci spieghino questa pagliacciata’

Se lo aspettavano, tutto sommato, ma ora che la decisione è arrivata sono più sollevati. Questo l’umore che si respira parlando coi sindacalisti di Ocst e Unia, raggiunti per capire cosa pensino della sanzione che l’Ispettorato del lavoro ha imposto a un’impresa del ‘sistema TiSin’.

«Di principio eravamo tranquilli», ci dice il vicesegretario cantonale Ocst Xavier Daniel: «Eravamo abbastanza convinti del fatto che una sanzione del genere prima o poi sarebbe arrivata. Ci sono molte condizioni che TiSin non adempie e anche la fase di negoziato coi lavoratori è stata del tutto bypassata, senza adottare alcuna forma di concertazione. E poi c’è la questione dei contenuti del contratto proposto: copiaincollare il codice delle obbligazioni, per poi peggiorare tutto quel che si può peggiorare in termini di salario, non fa di un documento del genere un contratto collettivo di lavoro». Daniel aggiunge che «sicuramente questa decisione aiuta anche le procedure di ricorso di chi è stato licenziato per aver rifiutato questo contratto».

È d’accordo anche il segretario regionale Unia Giangiorgio Gargantini, che ora spera non ci si incaponisca in ricorsi pretestuosi: «C’è grande soddisfazione per qualcosa di atteso e largamente previsto, ma davvero molto importante, perché mette la parola fine a una bruttissima pagina per il lavoro in Ticino. Dopo le chiarissime considerazioni fatte dall’Ispettorato in questa decisione, speriamo che nessuno osi fare ricorso, e non si debba continuare per mesi o anni di fronte ai tribunali» Per Gargantini «questa decisione precisa in modo inequivocabile cosa non è un contratto collettivo. Quel che esso è, invece, scaturisce come risultato di una comunità contrattuale, di discussione, di confronto e da accordi tra le parti, ma soprattutto – sindacalmente parlando – di un rapporto di forza creato dai lavoratori e dalle lavoratrici, e non per gentile concessione o su domanda diretta della parte padronale. Dovrebbe essere lapalissiano, ma un contratto collettivo dev’essere migliorativo delle condizioni già in vigore. Tutti quelli che non lo sono, a partire da questo esempio più flagrante, non devono essere considerati contratti collettivi. Adesso non permetteranno di sfuggire alla legge sul salario minimo, ma più in generale non potranno essere utilizzati per peggiorare le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori in nessuna realtà aziendale».

Un punto sul quale insiste anche Daniel, che rilancia: «Questa decisione rende più solida la legge sul salario minimo e fa capire che non si può cercare di circuirla svegliandosi la mattina e inventandosi contratti per aggrapparsi alla clausola d’esclusione da tale salario. Se si fossero invece adoperati per un vero Ccl, con diritti e benefit veri anche a complemento della questione salariale, allora la situazione sarebbe stata diversa. Qui invece siamo di fronte a uno scheletro al quale non si è fatto altro che togliere una costola».

Venendo al futuro del (fu) TiSin come sindacato, per Daniel la sanzione «rivela le falle nel sistema TiSin a livello di contenuto e procedura, oltre a smentire la possibilità di considerarlo un partner sociale legittimo. Ora si è tentato di ‘ripulire’ gli organi di TiSin con la fuoriuscita dei granconsiglieri leghisti e il cambio di nome, ma l’impressione è che si sia arrivati tardi e che molti dubbi rimangano irrisolti». Gargantini fa un passo oltre: «Per mettere veramente la parola fine a questa questione, però, ci vorrebbe anche un’assunzione di responsabilità politica. I granconsiglieri leghisti Sabrina Aldi e Boris Bignasca se ne sono usciti alla chetichella da TiSin, facendo finta di niente: ora invece dovrebbero avere il coraggio di rispondere a tutti gli interrogativi sollevati da questa pagliacciata».

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