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I copresidenti del Ps Fabrizio Sirica e Laura Riget (foto Ti-Press)
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laR
 
17.05.2022 - 05:15
Aggiornamento: 19:48

La sinistra che non mobilita (più)

Dopo il sì al decreto sul contenimento della spesa, l’area progressista si interroga sulle ragioni della sconfitta. Con preoccupazione

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«La destra è riuscita a fare un discorso di area, la sinistra no». È sintetico e lapidario il giudizio di Christian Marazzi, economista e da sempre voce critica a sinistra, all’indomani del voto popolare che ha avallato (i sì sono stati quasi il 57 per cento) il decreto legislativo ‘democentrista’, che chiede il pareggio dei conti cantonali entro fine 2025 agendo in via prioritaria sulla spesa ed escludendo aumenti di imposta. «Partendo da una posizione di minoranza in seno all’Udc, la destra – aggiunge Marazzi – è riuscita a trasformare un dibattito ragionieristico attorno alla situazione dei conti pubblici in una questione politica che ha fatto breccia nella maggioranza dei votanti. Insomma, il discorso – errato – dello Stato ‘minimo’ che opera come ‘buon padre di famiglia’ ha unito di fatto tutta l’area di destra». Dalla Lega al Plr, passando da una parte del Ppd. «Quello che conta – riprende l’economista – non è la verità, ma la narrazione e l’interpretazione che si dà del particolare momento storico. Quindi si sono lasciati da parte i bisogni sociali dei cittadini che saranno crescenti nei prossimi mesi e anni, per concentrarsi sull’idea illusoria del pareggio di bilancio. Ci si è completamente dimenticati che veniamo da due anni di pandemia e che le prospettive economiche, con la guerra in Ucraina e il rischio di escalation della stessa, sono in netto calo come pure il reddito già eroso dagli aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità».

Marazzi: imbrigliati nella logica delle alleanze e mezze alleanze per le elezioni

Come mai la sinistra non è riuscita a far passare questo messaggio? «Qui torniamo alla questione dell’area che è mancata. Se non si è riusciti a far stare all’interno di questa crisi una situazione del genere vuol dire che il problema è eminentemente politico». «Insomma, non è solo una questione di contenuti, ma di agire politico in senso più ampio che è mancato. Si è imbrigliati in una logica istituzionale dentro la quale c’è poco spazio per una mobilitazione sociale che trascenda le logiche di leadership o le logiche di gruppo», sostiene Marazzi. «Credo che sia questa dimensione fortemente istituzionale, dove evidentemente contano le alleanze e le mezze alleanze in vista del rinnovo dei poteri cantonali del prossimo anno e di chi occuperà quella poltrona in Consiglio di Stato, a frenare un discorso più generale che mobiliti – a sinistra – al di là dei singoli steccati politici», precisa l’economista. «Nel caso specifico dell’oggetto del voto di domenica, ho notato un impegno e una preoccupazione elevata di chi opera negli istituti sociali che però non sono stati recepiti come tali dalla maggioranza dei votanti. Peccato, perché proprio da questo settore importante della socialità si potrebbe, per esempio, imbastire un discorso di area politica più ampia rispetto ai singoli partiti e movimenti della sinistra ticinese».

Pedroni: resta difficile agganciare alcuni strati della popolazione

Anche Virginio Pedroni, filosofo e già vicepresidente del Psu, il Partito socialista unitario all’inizio degli anni Novanta, parla di mancata mobilitazione a sinistra su un tema – quello del ruolo dello Stato – «che forse non è stato ben compreso dalla maggioranza dei votanti». «Proprio gli ultimi due anni, non solo in Svizzera, hanno fatto emergere l’importanza dello Stato per evitare che la crisi economica determinata dalla pandemia diventasse ancora più acuta. Se le politiche di austerity sono state abbandonate da molti governi in Europa e non solo, ci sarà un motivo», continua Pedroni.

Il discorso del ‘buon padre di famiglia’ ha fatto quindi presa su una popolazione che non è composta in maggioranza da benestanti. «La difficoltà di mobilitare a favore della sinistra gli strati più popolari ticinesi è storica. C’è sempre quella considerazione di fondo – errata – che si può fare a meno dell’intervento pubblico. Anche tra chi in realtà trae le risorse del suo sostentamento pure dal sostegno pubblico. A questo si aggiunge una antipatia nei confronti dei funzionari pubblici ritenuti dei privilegiati. Per questo dico che probabilmente le conseguenze della proposta della destra sono state mal comprese», commenta Pedroni. Che avverte: «Lo Stato non è una famiglia e i compiti che deve assolvere vanno al di là di rigidi vincoli di bilancio e devono considerare le contingenze economiche e sociali che ora sono addirittura in peggioramento. Pensiamo alla crisi energetica e alle conseguenze della guerra in Ucraina che si sentiranno anche in Svizzera nei prossimi mesi». Eppure queste considerazioni non sono state ritenute sufficienti per mobilitare oltre la sinistra classica. «Bisognerebbe anche chiedersi come mai, nonostante le importanti risorse per la socialità, il sistema economico attuale crei comunque crescente disagio sociale. Si stanno palesando i limiti di un intervento redistributivo ex post, di fronte a un sistema che genera sempre più diseguaglianza ex ante. C’è anche l’impressione diffusa che i prelievi obbligatori siano sempre di più. Pensiamo ai premi di cassa malati. Ma non si considera che proprio per moderare l’aumento di questi oneri, serva un intervento dello Stato che dovrebbe avere una ‘sovranità finanziaria’ più ampia. È paradossale che siano i partiti ‘sovranisti’ a limitare l’autonomia dell’ente pubblico, avallati dai ceti più popolari che dovrebbero essere invece rappresentati dalla sinistra. Un corto circuito storico in Ticino. Ma, come noto, il fenomeno oggi non si verifica solo da noi».

Riget: la riflessione coinvolga tutti i contrari. Preoccupata per i prossimi passi della destra

Brucia eccome nel Ps il risultato del voto di domenica. Brucia quel sì chiaro delle urne al decreto Morisoli, varato dal Gran Consiglio lo scorso ottobre e contestato dal sindacato Vpod con il lancio di un referendum, appoggiato dalla sinistra. «È un risultato per noi deludente, però – tiene a puntualizzare Laura Riget, guardando avanti – non deve demoralizzarci o portarci a parlare di crisi. Tantomeno di crisi strutturale: ricordo ad esempio che la nostra iniziativa popolare per aumentare il salario minimo legale ha raccolto un alto numero di firme nella popolazione. Quindi dobbiamo ora affrontare la delusione per il verdetto di domenica e ripartire più motivati di prima». Intanto nei prossimi giorni, aggiunge la copresidente del Partito socialista, «faremo sicuramente delle riflessioni al nostro interno per capire se si doveva fare di più o meglio, anche se eravamo consapevoli delle difficoltà, perché si trattava di una votazione molto ideologica, con visioni contrapposte, senza un confronto su proposte concrete». Fatto sta che sul decreto la sinistra ha incassato una sonora sconfitta. «Proprio per questo bisognerà condividere le nostre riflessioni con tutti quei partiti che avevano appoggiato il referendum», afferma Riget. Quanto scaturito l’altro ieri dalle urne preoccupa in prospettiva il Ps, in particolare in vista delle elezioni cantonali del 2023? «In questo momento – dice la copresidente – sono preoccupata per i prossimi passi della destra. Temo che dopo il risultato di ieri (di domenica, ndr) si sentirà legittimata a procedere con i tagli che durante la campagna sul decreto ha promesso di non fare. Per quanto riguarda le ‘cantonali’, un po’ di preoccupazione c’è, tuttavia con le elezioni sarà diverso, almeno spero. Si ragionerà sui programmi e sulle persone che con le loro competenze li porteranno avanti».

Durisch: dobbiamo elaborare un progetto di società a tutela anche del ceto medio

Un sì netto al decreto Morisoli e una bassa partecipazione al voto. Nonché l’incapacità della sinistra di mobilitare ‘la base’, o più semplicemente i contrari alla proposta di pareggiare i conti del Cantone entro fine 2025 agendo prioritariamente sulla spesa. Dunque, l’incapacità della sinistra di mobilitare la base su un tema altamente sensibile per l’area progressista. È l’altro dato saliente di domenica scorsa. «Non voglio imboccare facili scappatoie per giustificare la sconfitta, ma oggi – rileva il capogruppo del Ps in Gran Consiglio Ivo Durisch – è davvero difficile portare le persone in piazza. Lo abbiamo visto per esempio alcuni mesi fa a Bellinzona con la manifestazione sindacale per protestare contro l’introduzione di alcuni peggioramenti del sistema pensionistico per i dipendenti pubblici. I diretti interessati presenti erano pochissimi. È vero che la sinistra, anche e soprattutto per la sua storia, dovrebbe riuscire a mobilitare la propria base, credo però che ci sia un problema di società. Una società atomizzata, al centro della quale c’è non più il collettivo, bensì l’individuo. Un individualismo che in qualche modo non si identifica più, o che si identifica sempre meno, in una struttura come può essere un sindacato o un partito. Riuscire a mobilitare in simili condizioni è particolarmente arduo». Parole che spiegano però solo in parte la recentissima Caporetto della sinistra. Il capogruppo entra allora nello specifico. «Probabilmente – osserva Durisch – durante la campagna sul voto del 15 maggio non siamo stati in grado di far capire che i sostenitori del decreto stavano peccando, dal nostro punto di vista, di onestà intellettuale. Perché proporre di conseguire il pareggio di bilancio senza fare tagli e senza aumentare le imposte fa sicuramente breccia nell’opinione pubblica, ma non potrà essere un’operazione a costo zero. E prima o poi i nodi verranno al pettine. Abbiamo cercato di farlo capire dati alla mano, tuttavia gli slogan hanno avuto la meglio». Anche in quei dipendenti dell’Amministrazione cantonale che hanno disertato le urne o che hanno votato sì al decreto Morisoli? «O condividono la ricetta della destra oppure – continua Durisch – non hanno capito la portata del decreto, poiché anche non sostituire, come suggeriscono ora gli artefici dello stesso, la metà dei circa trecento collaboratori che lasciano l’Amministrazione ogni anno perlopiù per andare in pensione, significa tagliare centocinquanta posti di lavoro che potrebbero essere occupati da giovani qualificati. Ci si lamenta dei ragazzi laureati fuori cantone che non tornano in Ticino, perché qui non trovano un impiego, e poi non si mettono a loro disposizione dei posti. Un controsenso». Il decreto è stato accolto, presto partirà un’altra campagna, quella per le elezioni cantonali del 2023. Su queste ultime quanto potrebbe incidere in casa Ps la sconfitta del 15 maggio? «Non mi lancio in pronostici – premette il capogruppo socialista in parlamento –. Penso comunque che saranno fondamentali due cose in vista del prossimo aprile: bisognerà elaborare un progetto di società a tutela del ceto medio, oltre che delle fasce più fragili della popolazione, e trovare nuovi canali per coinvolgere maggiormente la nostra base».

Pestoni: è soltanto colpa nostra. Occorre essere più chiari e incisivi

Dal 1999 al 2011 deputato del Ps al Gran Consiglio, per ventotto anni segretario della Vpod, per sette presidente dell’Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa e oggi presidente dell’Associazione per la difesa del servizio pubblico, Graziano Pestoni non usa giri di parole. «Sono arrabbiato con noi oppositori al decreto Morisoli per non essere riusciti a mobilitare le persone ed è solo colpa nostra – commenta perentorio –. Il 62 per cento degli aventi diritto non è andato a votare: un’enormità considerata la posta in gioco! Non siamo riusciti a far capire a coloro che ritenevano non necessario votare che questo era in realtà un decreto importante. E ciò è molto preoccupante per l’area progressista ticinese. Occorrerà riflettere attentamente». Sottolinea Pestoni: «In Svizzera l’area progressista ha finora vinto praticamente tutti i referendum contro le privatizzazioni. Forse avremmo dovuto usare anche gli argomenti di quei referendum per mobilitare le persone contro il decreto Morisoli. Un decreto che può infatti portare alla privatizzazione di servizi ora erogati dallo Stato: se non si sviluppa il settore pubblico, si lascia infatti spazio al privato. C’è poco da fare: dobbiamo essere più chiari, evidenziando gli obiettivi della nostra azione e facendo una politica non solo difensiva, ma anche offensiva. A salvaguardia per esempio delle regole del mondo del lavoro e del settore pubblico».

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