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laR
 
03.03.2022 - 05:30

Dentro la violenza cieca del branco

Le missioni punitive dei sei ventenni condannati a Lugano alla lente della psichiatra Fumagalli. Il nuovo rituale: infliggersi ferite

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Missioni punitive di una violenza feroce che sembrano partorite dalla mente di Stanley Kubrick, il regista di Arancia Meccanica. Invece gli attori sono sei giovani ventenni condannati settimana scorsa dalle Assise criminali di Lugano. Il branco se l’è presa con un 18enne. Non solo schiaffi, calci e sprangate, l’hanno trascinato dietro l’auto attaccato ad una corda; l’hanno quasi soffocato ficcandogli la neve in gola; hanno attaccato i lembi delle orecchie e le dita del malcapitato alle pinze per la ricarica delle batterie dell’auto. Il motivo: recuperare un debito di 2mila franchi per droga. Per il branco, il 18enne era un perfetto sconosciuto. Non c’è stata una lite. Nemmeno una discussione. Qui si tratta di una missione punitiva pianificata a mente fredda. Tutto è partito da un 32enne colombiano (arrivato in Ticino in giovane età) che voleva recuperare i soldi della droga e ha assoldato il gruppetto di aguzzini pagati da 500 a 1’500 franchi. Tanto vale oggi la vita di un giovane. Durante i brutali pestaggi, nessuno ha saputo dire basta. Anzi si sghignazzava. Nessuna ombra di empatia, nessuno ha colto la gravità di quanto succedeva. Che cosa cova dietro a tanta aggressività cieca? La psichiatra Sara Fumagalli ci aiuta a capire i contorni di tanta brutalità. Per il direttore medico sanitario della clinica Santa Croce di Orselina c’è una componente psicologica e biologica, che spiega perché sempre più giovani faticano a valutare le conseguenze delle loro azioni.


La psichiatra Sara Fumagalli

Sequestrare un 18enne, umiliarlo, denudarlo, torturarlo, prenderlo a sprangate, calci e schiaffi… Come si giunge a tanta violenza verso chi non ti ha fatto nulla?

Al di là del movente che non giustifica la violenza, osserviamo sempre più ragazzi con deficit di ‘mentalizzazione’, sono incapaci di dare il giusto significato alle loro azioni, non sanno valutare le conseguenze dei loro atti per sé stessi e per gli altri. Questo deriva anche da un insufficiente sviluppo della corteccia prefrontale, deputata all’elaborazione e all’integrazione delle emozioni, che permette di conoscere e saper gestire l’emotività. Anche molti genitori, alcuni per insicurezza, hanno paura di confrontarsi con situazioni di disagio. Si tende a dare al ragazzo tutto e subito, a non responsabilizzarlo e non aiutarlo a superare le sofferenze della vita ma spesso a evitarle o negarle. Abbiamo costruito una società indolore, sempre meno capace d’insegnare l’integrità, dove beni e produttività sono più importanti dei valori affettivi.

Il punto dunque è tornare a insegnare ai giovani a vivere il dolore, invece di schivarlo… È questo il messaggio ai genitori?

Le esperienze che i giovani fanno fino ai 24 anni sono determinanti per imparare a vivere e costruire relazioni strutturanti: si impara a gestire frustrazioni, divieti, delusioni, c’è un momento in cui fermarsi, riflettere e capire che ci sono regole. Questa capacità è fondamentale ed è determinata dallo sviluppo della corteccia prefrontale. Questi percorsi di crescita oggi avvengono meno, perché manca il tempo di seguire i figli, perché alcuni genitori nella loro insicurezza non ne sono loro stessi attrezzati. Di conseguenza si reagisce d’impulso, si fatica a capire le conseguenze delle proprie azioni, si è disarmati davanti alle frustrazioni, non ci si sente all’altezza del mondo adulto.

Tutto questo diventa aggressività?

Curiamo sempre più giovani con questo deficit che si manifesta con depressione, autolesionismo, sentimenti di autosvalutazione, vergogna, rabbia e impulsività. Osserviamo una sorta di nuovo rituale tra i giovani, che scaricano la propria sofferenza interiore infliggendosi tagli su gambe e braccia, rivelando un profondo disorientamento, la paura di fronte alle incognite del futuro e il bisogno di qualcuno che li aiuti ad affrontarlo. Una violenza di segno opposto rispetto all’aggressività verso l’esterno con cui sfoga le sue tensioni il branco.

Queste missioni punitive sono tipiche di organizzazioni criminali, non di ventenni: agire in branco aumenta la perversione, scatena una violenza incontrollata?

Il funzionamento del branco è più primitivo di quello del singolo. Nella gang si regredisce, l’immaturità viene moltiplicata e si attivano meccanismi arcaici di difesa come la proiezione. Vedo nell’altro una pericolosità che non esiste, perché sto proiettando la mia paura, la mia rabbia, la mia intolleranza, la distruttività che è presente nell’essere umano ma si fatica a riconoscere. L’isolamento della pandemia può aver amplificato questi meccanismi. Chi si sente impotente nell’esprimere la vitalità può esprimerla in modo distruttivo se non è accompagnato.

Colpisce la totale mancanza di empatia: questi ventenni ridevano mentre torturavano un 18enne che non conoscevano, come fosse stato un pupazzo senz’anima…

Sviluppare la capacità emotiva di riflettere sulle proprie emozioni e di mettersi nei panni dell’altro, presuppone un processo mentale che in questi ragazzi per ora non c’è. Si aggregano, si alleano ma non sanno più leggere il vissuto emotivo dell’altro. Possiamo però avere una speranza: il cervello è plastico, non è mai tardi per svilupparlo. Non stiamo parlando di patologie irreversibili. Aiuterebbe fare più prevenzione, sviluppare queste abilità a scuola, in gruppi di aiuto, dare un sostegno alle famiglie.

L’analisi

Giovani ‘normali’, chi sono i sei imputati-aggressori

Appaiono giovani normali. Gentili in aula. Tra loro, con i loro avvocati, con le parti. Nelle pause del processo è capitato più volte che l’uno si stringesse all’altro con un abbraccio, che l’uno fermasse con una mano il tremore alla gamba del vicino coimputato durante l’istruttoria dibattimentale. Il segno di un’amicizia ancora inossidabile, cementata da esperienze comuni, le più terribili, le più infernali che li hanno visti protagonisti di violenze inaudite. Abbracci che dicono di un vuoto, improbabile da colmare nel breve istante di una stretta.

Vittima dei soprusi, un 18enne di Mendrisio, ancora vivo per miracolo –. «Alla fine, quando sono tornato a casa la sera mi sono detto che eravamo stati fortunati che non fosse morto» – ha dichiarato ai giudici il 28enne italiano, artefice delle azioni più agghiaccianti: l’aver trascinato in auto per centinaia di metri la vittima attaccata a una corda, l’avergli unito le dita delle mani e i lobi delle orecchie alle pinze per la ricarica delle batterie dell’auto procurandogli scosse, l’averlo soffocato più volte nella neve facendogli mancare il respiro. L’esito della visione di «troppi film», ha raccontato l’imputato in aula. Tralasciando di considerare che l’emulazione, il passaggio all’atto richiede anche una massiccia dose di perversione e criminalità.

‘Abbiamo agito per rabbia’

Chi sono i sei giovani di Lugano, tra i 22 e i 28 anni, reclutati dal 32enne colombiano pronto a ricompensare questi aguzzini con somme tra i 500 e i 1’500 franchi, pur di giungere al suo fine: riottenere dalla vittima 2mila franchi per droga non pagata (somma salita a 7mila con interessi per esercitare maggiori pressioni)? Come hanno potuto giungere a tanta e tale violenza? «Rabbia» – hanno risposto molti di loro durante il processo. Eppure, come ha evidenziato la procuratrice pubblica, Valentina Tuoni, tolti i debiti della cocaina, il 18enne di Mendrisio, un giovane a sua volta fragile e con un passato difficile alle spalle, «non aveva fatto loro mai nulla». La vittima, sempre in evidente inferiorità numerica, sequestrata, umiliata, denudata, minacciata di morte, colpita a sprangate, pugni, calci e schiaffi, ha solo parato, per quanto possibile, le infinite violenze.

Tutti ridevano della vittima

Hanno agito in branco – «tutti ridevano», ha evidenziato il magistrato nella sua requisitoria, sottolineando la loro totale mancanza di empatia con la vittima. Il gruppo agiva in modo omogeneo, ogni violenza è stata condivisa secondo regole che prevedevano, se non proprio una gerarchia, lo stesso obiettivo: «L’obiettivo era riavere i soldi», hanno ripetuto gli imputati, sminuendo le loro colpe. Chi sono dunque i sei imputati? Molti dei giovani hanno raccontato di una totale assenza della figura paterna e di storie familiari difficili. Quando gli episodi si sono svolti, tra il dicembre 2020 e il gennaio 2021, erano quasi tutti disoccupati, al beneficio dell’assistenza, quasi tutti consumatori e piccoli spacciatori di cocaina, marijuana e ketamina. In un vuoto esistenziale, in assenza di valide alternative – una formazione, un lavoro che solo oggi, dopo la loro carcerazione, i sei protagonisti invocano a gran voce (‘Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza’) –, quella chiamata del 32enne colombiano, deciso a richiedere rinforzi per un "recupero crediti" da compiersi con ogni mezzo, deve avere maledettamente attecchito nel gruppo, divenuto presto branco e foriero di una violenza incontrollata. Una violenza sfuggita loro di mano, salvo ognuno perpetuarla in un moto incessante, interrotta solo per lo sfinimento della vittima.

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