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22.02.2022 - 18:57
Aggiornamento: 22:52

Centro chiuso per minori, arriva il sì del Gran Consiglio

Bocciato l’emendamento del Partito socialista che chiedeva la gestione pubblica anziché in mano a una fondazione privata

Il tanto discusso Centro educativo chiuso per minori (Cecm) previsto ad Arbedo-Castione si farà. Lo ha deciso la maggioranza parlamentare approvando un credito di 3 milioni e 345mila franchi per la sua realizzazione: 58 i favorevoli, 7 i contrari (Mps, Pc e alcuni Verdi) e 10 astenuti. Questi ultimi erano soprattutto tra le fila socialiste, dopo la bocciatura dell’emendamento da loro proposto. Emendamento che chiedeva di affidare al Cantone, e non a un privato – nella fattispecie la Fondazione Vanoni, unica a essersi messa a disposizione – il compito di approntare il progetto pedagogico e di gestire la struttura che accoglierà giovani con particolari problemi comportamentali o che devono scontare una pena detentiva di al massimo 14 giorni (al cui scopo è adibito un posto dei 10 totali).

«Oggi abbiamo l’opportunità di portare a compimento un dossier finalizzato a fornire supporto a giovani in difficoltà dopo un iter complesso protratto troppo a lungo – esordisce la relatrice del rapporto commissionale Cristina Maderni (Plr) –. Siamo soddisfatti di esserci riusciti con la firma di tutti i commissari, anche se alcuni con riserva». Per la deputata liberale radicale si tratta di una decisione «importante e urgente come affermano le persone che lavorano nel campo. A partire dal magistrato dei minorenni Reto Medici che ha sempre sostenuto la sua necessità, al pari del Dipartimento sanità e socialità (Dss)». La relatrice evidenzia come sia pure stato affrontato il tema della gestione privata o pubblica del Centro: «Il Consiglio di Stato ha precisato che la gestione diretta da parte del Cantone va esclusa per ragioni strategiche e organizzative, quindi abbiamo confermato il conferimento alla Fondazione privata Vanoni di un mandato pubblico».

Come detto, proprio su questo aspetto il Ps, che ha firmato il rapporto con riserva (2 commissari su 3), ha proposto un emendamento presentato da Ivo Durisch: «La riserva è data dal fatto che a nostro avviso deve essere lo Stato a prendersi fino in fondo la responsabilità di gestire il Cecm». Per il capogruppo socialista è necessario «perché nel Centro verranno scontate anche pene di breve durata ed è compito dello Stato gestire la giustizia, non del privato». Il direttore del Dss Raffaele De Rosa replica: «Il mandato a una fondazione privata non è una delega in bianco ma ci sarà la sorveglianza costante da parte degli uffici cantonali preposti. E anche l’esecuzione delle pene, che sono brevi, è importante che sia gestita dallo stesso ente educativo». Sul medesimo piano il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi: «La Fondazione che lavora con i minorenni ha già le competenze tecniche. Se le si dovessero creare da zero i tempi si dilaterebbero». A schierarsi contro l’emendamento anche Sabrina Gendotti (Ppd) che sottolinea: «È previsto un costante dialogo tra la Fondazione e il Cantone, già partendo dall’elaborazione del concetto pedagogico che deve essere ratificato da due uffici pubblici. Il suo è poi un carattere essenzialmente educativo e di protezione, mentre l’esecuzione delle pene sarà marginale». Enea Petrini per la Lega spiega: «Seguiamo i direttori dei dipartimenti coinvolti che hanno detto no alla gestione cantonale. La Fondazione Vanoni dispone di competenze specialistiche per rapportarsi con gli adolescenti problematici».

Posizione in netto disaccordo quella del Pc, con Massimiliano Ay che premette: «Noi siamo contrari al Centro. I problemi che i giovani riscontrano sono perlopiù legati alle difficoltà delle famiglie, soprattutto a livello economico e sociale, e questi non si affrontano con qualcosa che assomiglia a un carcere minorile. Ma soprattutto è molto grave che lo Stato abdichi dai propri compiti ed esternalizzi una struttura con un ruolo così delicato. Siamo anche scettici sul mandato alla Fondazione Vanoni strettamente legata alla Curia». Gli fa eco l’Mps, con Angelica Lepori Sergi: «Quello di un Centro chiuso è un fallimento della dimensione pedagogica educativa. Sappiamo che ci sono casi difficili da gestire nei Centri educativi aperti, ma spesso è perché i collocamenti arrivano tardi». E sulla Vanoni: «Alcuni mesi fa a Lugano ha risposto in modo repressivo a una occupazione di un suo stabile vuoto da parte di giovani. Inoltre noi da sempre siamo schierati contro la politica dei mandati di prestazione: quelli pubblici sono una maggior garanzia di qualità e di migliori condizioni lavorative». Anna Biscossa (Ps) puntualizza: «Il nostro non è un emendamento ideologico, non vuol mettere in discussione le capacità di gestione dell’ente privato, ma si tratta di una questione di responsabilità di cui si deve far carico lo Stato». Favorevole all’emendamento, in controtendenza rispetto al suo partito, Giorgio Galusero (Plr): «Non ho nulla contro il Centro, la mia grossa perplessità è su quella cella che è una prigione a tutti gli effetti. Se lo Stato mi condanna, deve anche farmi espiare la pena». Per Maura Mossi Nembrini di Più Donne, invece: «Poco importa se a gestire il Cecm sarà il Cantone o una fondazione vigilata dal Cantone, conta che vengano impiegate le migliori risorse a disposizione, a partire dal personale».

Durante il dibattito andato precedentemente in scena, Nicola Corti (Ps) ha argomentato: «Le strutture carcerarie, quelle psichiatriche, i Cecm rimandano a timori di un passato fatto di prevaricazione, disumanizzazione e segregazione. Si tratta di timori non infondati, che meritano vigilanza, ma non preclusione ideologica. Queste strutture di per sé non sono un bene né un male, ma una risposta necessaria reattiva a dei reali bisogni». Per l’Udc, Roberta Soldati ha parlato di «una pietra miliare dell’edificazione di un Centro chiesto più volte dagli addetti ai lavori e che diminuisce anche gli oneri finanziari e i problemi logistici per i collocamenti fuori cantone, dove i giovani sono peraltro lontani dagli affetti». Marco Noi (Verdi) ha da parte sua sostenuto il bisogno di cambiare denominazione al Centro: «Il tema dell’uscita deve essere contemplato nel nome. È giusto che i problemi di questi giovani vengano presi a carico da una struttura che ne contenga i comportamenti dirompenti, ma che deve poi trasformarli in forza propulsiva in modo che il giovane dia un senso a sé stesso nella società».

Dopo il voto, in una nota del Plr, il primo firmatario dell’iniziativa ‘Le pacche sulle spalle non bastano’ Stefano Steiger si dice molto soddisfatto che si sia arrivati "finalmente a una soluzione. Sono trascorsi ben 12 anni dalla raccolta firme dell’iniziativa popolare e il compromesso che era poi stato raggiunto con l’allora consigliere di Stato Paolo Beltraminelli, con i funzionari e con il magistrato dei minorenni creava le basi per una struttura necessaria a quel tempo, come oggi".

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