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laR
 
11.02.2022 - 05:30
Aggiornamento : 16:16

Non è un mercato del lavoro per giovani

Rispetto a tre decenni fa si registra un forte calo di 15-29enni nella popolazione attiva. Le valutazioni di Dadò (Ppd) e Gargantini (Unia)

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È un calo decisamente notevole quello che negli ultimi 30 anni ha riguardato la quota di giovani che compongono la popolazione attiva sul mercato del lavoro svizzero. Nel 2020 le persone tra i 15 e i 29 anni rappresentavano il 22% di questo segmento, mentre nel 1991 erano il 29,7%. L’Ufficio federale di statistica (Ust), che ieri ha reso noti questi dati, indica come tale diminuzione sia da ricondurre principalmente alla “crescente rilevanza della generazione del baby boom (persone nate tra il 1945 e il 1964) nelle fasce di età superiore”. Ovvero: all’invecchiamento dell’età media della popolazione.

Protagonista fin dall’inizio nel dibattito politico sulla questione demografica, il presidente del Ppd Fiorenzo Dadò ribadisce l’urgenza di affrontare un problema che vede sempre meno giovani affacciarsi sul mercato del lavoro a causa del costante calo della natalità e, in Ticino, della scarsa attrattività socioeconomica del territorio. «Abbiamo approfondito il tema soprattutto dopo aver partecipato al convegno organizzato a Lugano in ottobre dal gruppo di studio e riflessione apartitico Coscienza Svizzera in cui si è affrontato l’argomento della sfida demografica e del malessere nel nostro cantone – spiega Dadò –. Siamo giunti alla conclusione che bisogna raggruppare le varie competenze esistenti in Ticino, fare una radiografia della questione e valutare le possibili misure». La critica del presidente popolare democratico, il quale aveva anche ipotizzato in passato il lancio di un’iniziativa popolare, è però che «il governo non sembra finora aver recepito l’importanza del calo demografico per il futuro del cantone e delle nuove generazioni». Intanto il lavoro del partito continua: «Ci siamo trovati anche con il gruppo parlamentare e stiamo studiando le possibili misure da proporre. Ma ora è ancora prematuro avanzarle perché è un tema molto complesso che bisogna affrontare in modo congiunto, per cui prima di tutto serve una presa di coscienza collettiva della politica». Alcuni ambiti di intervento tuttavia Dadò li mette sul tavolo: «È necessario agire sulla formazione e sull’offerta di posti di lavoro per i giovani. In Ticino esiste grossomodo la metà del tipo di professioni presenti in Svizzera, questo significa che se un ventenne si diploma o si laurea in qualcosa di particolare, nel nostro cantone probabilmente non troverà uno sbocco. I posti di lavoro li abbiamo, ma non sono molto specializzati, bisogna quindi puntare sull’innovazione». Altro aspetto su cui lavorare per non fare del Sud delle Alpi “un paese per vecchi” è quello della denatalità: «Non si possono costringere i giovani a fare figli, ma si può agire sulla conciliabilità lavoro-famiglia, come ad esempio nell’ambito delle strutture di accoglienza per bambini. Ma anche nell’accesso all’abitazione: oggi per una giovane famiglia affittare o comprare casa è quasi proibitivo; magari lo può fare a Fusio, ma in centro i costi sono altissimi». Per il presidente Ppd, che nota pure come le altre nazioni limitrofe abbiano proposto in tal senso piani di rilancio importanti, il Cantone deve fare la sua parte subito: «Anche chiedendo aiuti alla Confederazione. Ma bisogna presentare un piano serio e di interesse collettivo, non si può pretendere che arrivino loro a proporci qualcosa». Il problema della politica, lamenta poi, «è che è troppo lenta, fatta a compartimenti stagni per dipartimento. Ognuno fa un po’ il suo, ma questa è una questione da affrontare insieme – ribadisce –. Ci sono tanti vagoni e poche locomotive, invece ci vorrebbero tre-quattro locomotive di vari partiti che si mettono insieme come è stato fatto per altri progetti, e non che ognuno cerchi di marcare presenza». Insomma il tema è trasversale: «Sì, comprende tutti e dovrebbe interessare tutti. Nessuno dovrebbe tirarsene fuori».

Molti i contratti a tempo determinato

Dallo studio dell’Ust emergono altri dati come il fatto che il 26,2% delle persone giovani occupate lavora a tempo parziale; un tipo di lavoro – il part time – diffuso più tra le giovani donne che tra gli uomini (34,4% contro 18,6%), ciò che si riscontra anche nelle altre fasce d’età per il fatto che sono le donne spesso a rinunciare a un’indipendenza economica per accudire i figli. Inoltre un sesto dei salariati dai 15 ai 29 anni ha un contratto a tempo determinato, mentre i disoccupati ammontano al 6,9% (la metà del dato Ue, pari a 13,2%).

Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di Unia Ticino, commentando le tendenze che osserva nel mercato del lavoro dei giovani, illustra: «Da una parte in Ticino abbiamo il problema dei salari bassi e quindi delle pensioni basse, legato inoltre ai tentativi sempre più importanti di aumentare l’età di pensionamento e di estendere gli anni di attività. Questo si rivela un intralcio all’entrata sul mercato del lavoro dei giovani». Un altro aspetto decisivo che secondo il sindacalista gioca contro gli under 30 è il fenomeno del dumping salariale: «Spesso per apprendisti e giovani al primo impiego sono previsti dei salari più alti rispetto a una parte di lavoratrici e lavoratori con importanti qualifiche ed esperienza acquisite all’estero che però non vengono loro riconosciute». Il riferimento è al frontalierato: «Constatiamo ogni anno in settori importanti quali edilizia e artigianato un numero sempre più importante di ragazze e ragazzi che finiscono il loro apprendistato e a cui non viene rinnovato il contratto trovandosi così senza lavoro. Questo perché l’apprendista viene magari sostituito dal capomastro frontaliere con anni di esperienza». Un terzo punto da porre sotto la lente per Gargantini è «la miopia crescente di una parte sempre più importante del padronato. Si tende sempre di più a ragionare solamente a corto termine, quindi a valutare unicamente il beneficio immediato. Un giovane lavoratore in organico che necessita nei primi tempi di accompagnamento ormai non è più visto come un investimento ma come un intralcio. Rendendo in questo modo difficile l’accesso dei giovani sul mercato del lavoro, non dobbiamo inoltre stupirci se una delle conseguenze sarà scoprire a medio termine la mancanza di profili qualificati». Tre elementi dunque che si combinano e su cui secondo il segretario Unia è necessario intervenire in favore delle nuove generazioni e di un mercato del lavoro con meno storture.

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