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laR
 
22.01.2022 - 05:30
Aggiornamento: 11:51

‘L’ordinanza sui casi di rigore Covid è da cambiare’

Per Fabio Regazzi la proposta del Consiglio federale è troppo burocratica e rischia di non indennizzare tutte le Pmi toccate dalla regola del 2G

di Generoso Chiaradonna
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Ti-Press

L’allarme è stato lanciato all’inizio dell’anno da Gastrosuisse: quasi il 70% di ristoranti, bar e caffè sono in perdita a causa delle misure anti-coronavirus. Secondo l’associazione di categoria la situazione si è aggravata con l’introduzione dell’obbligo per i clienti di disporre del certificato Covid (vaccinati, guariti e testati negativi) a metà settembre dello scorso anno e ancor di più da dicembre, quando è entrata in vigore la regola del 2G (ingresso solo per vaccinati o guariti).

“La situazione economica del settore rimane seria”, aveva affermato nei giorni scorsi il presidente di Gastrosuisse Casimir Platzer. Secondo un sondaggio effettuato nella prima settimana dell’anno, quasi sette esercizi su dieci accusano un deficit. E il tutto si ripercuote anche sui dipendenti, che si trovano sempre più in difficoltà.

«Difficoltà vissute anche da altri settori come i centri fitness, la cultura e lo sport», spiega dal canto suo Fabio Regazzi, consigliere nazionale del Ppd e presidente dell’Usam (Unione svizzera delle arti e mestieri). «Il calo del fatturato per la ristorazione è stato molto marcato nel periodo natalizio perché sono venute a mancare tutte le cene aziendali programmate», ricorda Regazzi. «Diminuzioni delle entrate di almeno il 30% sono state comuni a tanti locali», commenta Regazzi. Casimir Platzer va oltre: le aziende del settore hanno fatturato solo il 53% rispetto a un normale anno commerciale.

Per quanto riguarda gli aiuti, Gastrosuisse accoglie con favore il fatto che il programma per i casi di rigore sarà rilanciato e che il governo sta cercando di indennizzare gli ambienti colpiti il più rapidamente possibile e in modo uniforme in tutto il Paese. Ma è proprio questo programma – mirato a coprire i costi fissi e non la cifra d’affari perduta – che verrà attuato attraverso un’ordinanza del Consiglio federale, quindi senza passare dal Parlamento, a non convincere gli ambienti coinvolti ovvero le piccole e medie imprese. Per il presidente dell’Usam Fabio Regazzi si tratta di un progetto troppo restrittivo e burocratico che di fatto arrischia di escludere molte Pmi. «Secondo il progetto di ordinanza in consultazione, per i casi di rigore è previsto un miliardo di franchi supplementare di cui 800 milioni a carico della Confederazione e il resto a carico dei Cantoni», ci spiega Regazzi che non contesta tanto l’importo, ma piuttosto i criteri di erogazione. «I paletti che il Governo ha messo per evitare abusi rischiano di impedire alle imprese che hanno bisogno di ottenere un aiuto concreto. Dobbiamo evitare di creare un mostro burocratico», continua il deputato ticinese popolare democratico, membro della Commissione dell’economia e dei tributi del Consiglio nazionale. «Già il fatto di prevedere – nell’ordinanza – che l’impresa richiedente deve dimostrare che ha preso tutte le misure ragionevoli per far fronte al calo del fatturato è una precisazione inutile. L’imprenditore per indole e vocazione fa questo tipo di esercizio. Bisogna darlo quindi per assodato e chiedergli di dimostrare solo il calo del fatturato rispetto al periodo pre Covid e che questo calo sia imputabile alle misure restrittive varate dal Consiglio federale», commenta ancora Regazzi. Negli ultimi due anni per far fronte alla crisi sanitaria sono state varate chiusure delle attività economiche. La situazione per gli indennizzi, paradossalmente, era più chiara con i lockdown palesi. «Limitando l‘accesso a determinate attività ricreative alle sole persone vaccinate, di fatto è stato varato un lockdown mascherato con conseguenze economiche che dovrebbero essere mitigate dell’ente pubblico». «Siamo ancora in una situazione speciale e fino a quando non ci saremo lasciati alle spalle questo periodo, il sostegno alle Pmi non deve mancare», commenta Regazzi.

È però vero che la Commissione economia e tributi (Cet) e in generale il Parlamento in questo progetto non può cambiare molto. Inoltre la parte politica (l’area moderata e liberale, ndr) che teoricamente è più vicina alle istanze del mondo economico è restia ad allargare i cordoni della borsa. «Possiamo comunque fare pressione affinché le regole cambino in senso meno restrittivo. Lunedì prossimo ci sarà una riunione della Cet e io porterò delle proposte concrete per cercare di correggere l’ordinanza messa in consultazione dal governo. Il problema è reale e non tocca solo il settore della ristorazione e del tempo libero. Pensiamo anche a chi opera nel campo degli eventi culturali e sportivi che da due anni fa fatica a programmare la sua attività. Spero di trovare un sostegno trasversale a queste proposte per lanciare un messaggio forte al Consiglio federale». «Siamo in un momento ancora difficile per cui serve pragmatismo, più che ideologia. Solo quando si tornerà alla normalità sanitaria e sociale – e lo auspichiamo tutti – si potrà tornare a confrontarsi sulle idee», conclude Regazzi.

Christian Vitta: ‘Così com’è servirà una modifica della legge cantonale’

«Come Cantone Ticino, insieme ad altri, ci siamo espressi criticamente nell’ambito della consultazione sul progetto di ordinanza sui casi di rigore Covid del Consiglio federale. In particolare è la complessità della nuova procedura che ci preoccupa», afferma Christian Vitta, consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia. «Salutiamo ovviamente positivamente il fatto che il programma di aiuti – a cui contribuiranno anche i Cantoni –verrà riproposto per i prossimi sei mesi, ma sottolineiamo che se l’ordinanza resterà come è stata proposta, in Ticino dovremo modificare la legge cantonale di attuazione votata solo un anno fa con conseguenti tempi più lunghi per l’iter di approvazione della modifica di legge e quindi anche nell’erogazione degli aiuti», aggiunge Vitta.

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