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11.01.2022 - 10:39
Aggiornamento: 26.03.2022 - 10:50

Un pupazzo per esprimere le emozioni e prevenire la violenza

Per Pierre Kahn, psicologo e psicoterapeuta, è uno strumento utile, ma è sempre necessaria la presenza di un adulto in grado di ricevere il messaggio

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Depositphotos

I momenti di tensione sono presenti in tutte le famiglie. A volte, però, "gli stati d’animo e i bisogni dei bambini non sono visti o non adeguatamente compresi", scrive la fondazione Protezione dell’infanzia Svizzera che ha ideato Emmo, un pupazzo che cambia la sua espressione da felice a triste, o viceversa, quando lo si rivolta. Nelle situazioni critiche può essere usato dai più piccoli per "comunicare le loro emozioni, anche senza parole". La richiesta per il peluche è stata tale da generare tempi d’attesa e dover optare per fabbricarlo in un’altra stoffa. Abbiamo chiesto a Pierre Kahn, psicologo e psicoterapeuta Fsp, le sue valutazioni.

Cosa pensa di Emmo?

È sicuramente uno strumento utile perché permette di comunicare emozioni positive o negative. Al bambino va però spiegato che lo può utilizzare anche per esprimere i propri stati d’animo, altrimenti è probabile che lo utilizzerebbe in generale per altri giochi simbolici. Poi è comunque necessaria una seconda tappa, nella quale l’adulto chiede al bambino perché sta mostrando un Emmo triste. Dunque che ci sia una persona in grado di ricevere il messaggio, valutarlo e sapere cosa fare. Questo perché magari il piccolo mostra un Emmo triste semplicemente a causa di una cena che non gli piace.

Non c’è il rischio che non imparino a comunicare verbalmente?

Dipende dal bambino e dalla sua età. Devono essere invitati a esprimere il malessere sia attraverso strumenti non verbali sia con l’uso della parola. Dobbiamo favorire entrambi i tipi di comunicazione.

Come vive un bambino la violenza non indirizzata direttamente a lui?

Certamente può creare sofferenza. Quanto questa lo tocchi dipende da fattori come età, sensibilità, momento evolutivo che sta attraversando. Può sentirsi confuso, impotente, in colpa, pensando che la situazione avvenga per causa sua. Quando i soggetti sono i genitori sarà indirettamente portato a schierarsi con uno o con l’altro. Questo crea molta sofferenza perché anche in questi casi vive una doppia lealtà. È confuso perché non capisce come mai si stiano comportando così un papà o una mamma che gli vogliono bene.

Quali sono i campanelli d’allarme?

Possono essere una serie di manifestazioni somatiche che di solito non manifesta, come difficoltà alimentari e modifica del ciclo sonno-veglia. Ci sono poi i cambiamenti dell’umore o del comportamento. Per esempio un bambino che improvvisamente parla poco quando di solito chiacchiera ed esprime emozioni. A scuola potrebbe essere meno attento con un calo nel rendimento, più aggressivo, non tollerare più determinate regole o al contrario essere maggiormente propenso a fare la vittima. La cosa complicata è capire se il bambino sta semplicemente attraversando una diversa fase evolutiva o se invece sta buttando fuori episodi di violenza subita o sofferenza repressa. Per esempio se si trova in un momento di emancipazione potrebbe anche essere più trasgressivo. Dobbiamo sempre contestualizzare cercando di farlo in modo corretto, altrimenti si rischia di fare grossi errori in un senso o nell’altro.

Quali sono gli effetti negli anni a venire?

Trascuratezza, violenza fisica, psicologica o sessuale possono avere tutte degli effetti devastanti. Faccio alcuni esempi di situazioni dannose non legate all’incesto, atto comunemente definito devastante. Un bambino che non è desiderato e non riesce a creare un legame significativo con uno o entrambi i genitori. Quello di seconda classe, che non sarà mai all’altezza del fratello agli occhi di mamma o papà. Quello perennemente squalificato a cui viene detto di essere stupido, di non valere niente, che magari viene pure picchiato e pensa dunque di meritarselo. Ecco, questi bambini crescono sofferenti e con un grossissimo deficit di autostima, con l’idea e l’impressione di non valere niente e quindi di non poter essere amati. In materia di traiettorie di vita tutto ciò può condurre ad adolescenti traumatizzati a rischio di dipendenze dove la sostanza lenisce le sofferenze. Oppure autolesionisti, che potrebbero compiere atti suicidari. Come pure adulti antisociali, che finiscono in carcere per vari crimini o coinvolti in episodi di violenza.

Il percorso psicologico è l’unica strada?

Se parliamo di queste conseguenze pesanti legate a violenze e traumi direi assolutamente di sì. Per i bambini la psicoterapia è un buono strumento. Prima di tutto hanno bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, capiti e creduti. Dobbiamo aiutarli a comprendere meglio cosa è successo, cosa ha portato i genitori a fare cose totalmente sbagliate. Questo per eliminare i loro sensi di colpa. Spesso ho sentito di figli che pensano di essere la causa del divorzio dei genitori: ‘Se fossi stato più bravo mamma non si sarebbe arrabbiata e quindi non avrebbe litigato sempre con papà’. Nello stesso tempo bisogna stare attenti a non far passare i genitori come dei mostri. I bambini nonostante tutto vogliono loro bene se hanno stabilito un buon legame di attaccamento.

Come si aiuta invece la persona violenta?

Si tratta di qualcuno che ha bisogno di essere ascoltato. Perché se escludiamo la categoria dei sadici, è lui stesso un sofferente non capito. Deve prendere coscienza di cosa sta facendo e perché. Il bambino è il bersaglio sbagliato della sua sofferenza e rabbia. In questo processo deve essere aiutato perché se alla fine le sue vittime sono i più piccoli vuol dire che da solo non ce l’ha fatta ad autocontrollarsi.

Il sostegno c’è anche per casi meno estremi.

Un papà è venuto in terapia spinto dalla moglie perché il nervosismo che portava in casa stava deteriorando non soltanto la coppia ma anche il rapporto con i figli. Lui ha preso coscienza dell’origine di questo stress e di come buttarlo fuori in altro modo. Da irrespirabile il clima in casa è diventato normale.

Trattate spesso situazioni molto critiche?

In uno studio privato si vedono meno situazioni di estremo disagio familiare che in un servizio pubblico, però ne arrivano. Non sono casi sporadici purtroppo. In casi gravi i bambini possono essere momentaneamente allontanati dalla famiglia.

Durante un litigio davvero i genitori non si accorgono che il bambino sta soffrendo?

Sì, ma non perché siano dei genitori non attenti o distratti. Quando si è immersi nel conflitto difficilmente si riesce a vedere altro. Ce ne si accorge dopo.

A volte si dice ‘è un bambino, non si ricorda’.

Eccome se si ricorda. Chiaro che se si tratta di un episodio unico può essere annacquato in una storia positiva. Quelli di violenza che si ripetono però non vengono dimenticati, lasciano le loro tracce. Lavorare rispetto ai traumi significa partire da una situazione dove essi rischiano di invadere, di contaminare la vita della persona. Con la terapia si vuole riuscire a mettere in un cassetto qualcosa che prima era diffuso. Il bambino sarà poi in grado di aprire e chiudere il cassetto quando deciderà lui. Da una situazione di non controllo assoluto a un controllo relativo. Non potremo mai far finta che in quel cassetto non ci sia qualcosa di brutto, però se posso mantenerlo lì vorrà dire che si sarà fatto un buon lavoro terapeutico.

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