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26.11.2021 - 05:10
Aggiornamento: 19:22

‘Non ho coperto nessuno e la nota del 2004 lo dimostra’

Il caso dell’ex funzionario del Dss condannato per reati sessuali, parla Ivan Pau-Lessi. Che ha querelato ‘Falò’ per calunnia e diffamazione

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Ti-Press/Golay
Ivan Pau-Lessi

Non ci sta, Ivan Pau-Lessi, a passare ancora una volta, dopo il servizio giornalistico di giovedì 18 di ‘Falò’ (Rsi), per colui che ha coperto, con il silenzio o la non adozione di provvedimenti, le nefandezze del collaboratore del Dipartimento sanità e socialità condannato anni dopo per coazione sessuale e violenza carnale con sentenza (aprile 2021), divenuta definitiva, della Corte d’appello e di revisione penale. Quel collaboratore macchiatosi, come accerteranno la magistratura inquirente e poi quella giudicante, di abusi a danno di ragazze, anche minorenni, conosciute nell’ambito della sua attività professionale nel settore delle politiche giovanili. Di quell’uomo Pau-Lessi era, quale funzionario responsabile dell’Ufficio famiglie e minorenni del Dss, il diretto superiore. «Che potesse aver commesso reati sessuali l’ho saputo – e con me tutti gli altri funzionari dirigenti della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie – solo nel giugno 2018 quando si è appreso dell’apertura di un procedimento penale a suo carico, per la precisione quando il Consiglio di Stato ha comunicato di aver sospeso questa persona, spiegandone i motivi», dice alla ‘Regione’ Pau-Lessi, in pensione dalla fine del 2015. «Non ho mai coperto nessuno!», ripete. Tant’è che Pau-Lessi segnalò nel 2004 il collaboratore al responsabile della Sezione cantonale delle risorse umane Raniero Devaux. Lo segnalò, nero su bianco, il 2 agosto di quell’anno per una serie di intemperanze, fra cui quelle manifestate mesi prima, in occasione di un Forum cantonale dei giovani svoltosi a Bellinzona, nei riguardi di un deputato al Gran Consiglio. Intemperanze caratteriali che secondo Pau-Lessi avevano compromesso il “rapporto di fiducia” del collaboratore del Dss “con il suo datore di lavoro”, il Dipartimento.

Denuncia penale per il servizio giornalistico della Rsi

No, non ci sta Pau-Lessi a vedersi attribuire colpe «che non ho, come peraltro è stato appurato in sede giudiziaria e dagli accertamenti disposti dal Consiglio di Stato». Ed eseguiti dal Cancelliere e dal consulente giuridico del governo. Nella gestione del caso dell’ex funzionario l’Amministrazione cantonale, sulla base delle informazioni in suo possesso all’epoca dei fatti oggetto dell’indagine penale, aveva agito correttamente: è la conclusione alla quale sono giunti Arnoldo Coduri e Francesco Catenazzi. Agì quindi correttamente anche Pau-Lessi, come ha stabilito pure la sentenza di condanna dell’ex collaboratore, cresciuta in giudicato, pronunciata nella primavera di quest’anno dai giudici d’Appello. Che hanno così fatto chiarezza sul ruolo di Pau-Lessi, dopo le scuse a nome dello Stato presentate – al termine del processo di primo grado (29 gennaio 2019) che aveva riconosciuto colpevole di coazione sessuale l’ex collaboratore – dal presidente della Corte delle Assise criminali, il giudice Marco Villa. La cui esternazione è stata in seguito censurata dal Consiglio della magistratura. No, non ci sta, Pau-Lessi, a diventare nuovamente bersaglio di insinuazioni. Per il tramite del suo legale, l’avvocato Andrea Bersani, ha così querelato per calunnia e diffamazione i due autori del recente servizio di ‘Falò’, intitolato ‘Rompere il silenzio’. Ad averlo rotto pubblicamente – e con coraggio – sono state alcune delle vittime dell’ex collaboratore del Dss. Testimonianze, forti, sugli abusi subiti da quell’uomo.

Il legale: non ne era a conoscenza

La querela, indirizzata al Ministero pubblico e nella quale si preannuncia anche un reclamo al mediatore Rsi, contesta la parte del servizio in cui gli autori accennano a un episodio del 2007. La parte, riportata nella denuncia, è la seguente. “... nonostante il rapporto del 2004 e la segnalazione delle ragazze del 2005, due anni dopo, nel 2007, al funzionario viene assegnata una giovane in stage, i superiori sanno che ha fragilità psichiche. La ragazza denuncia a Marco Galli, nuovo capoufficio subentrato a Pau-Lessi, di subire molestie sessuali da parte del funzionario (l’ex collaboratore del Dss, ndr). Di questa situazione sono a conoscenza anche i tre alti funzionari già presenti gli anni precedenti: Roberto Sandrinelli, Martino Rossi e lo stesso Pau-Lessi. Questi ultimi due soccorrono la ragazza che aveva perso i sensi chiusa nel bagno dell’ufficio del Dipartimento e sono a conoscenza che il suo malessere aveva a che fare con problemi con l’ex funzionario...”. Scrive l’avvocato Bersani nella denuncia penale: “Simile affermazione – che distribuisce pesanti responsabilità al signor Pau-Lessi e lascia balenare il dubbio (per non dire la certezza) che egli sapesse, ma preferisse tacere, ma che non si fonda (né può d’altronde fondarsi) su elementi concreti e oggettivi – disattende manifestamente e palesemente quanto segue: a) Ivan Pau-Lessi non era a conoscenza del fatto che quella ragazza, che del resto non conosceva, avesse delle fragilità psichiche; b) Ivan Pau-Lessi non era a conoscenza del fatto che il malessere della ragazza avesse a che fare con i problemi del funzionario e soprattutto non era a conoscenza di molestie sessuali”. E ancora: Pau-Lessi “che il giorno in cui la stagista si è sentita male si trovava lì per caso, è stato messo al corrente del fatto che una ragazza si trovasse in bagno, ma non aveva idea di quanto potesse essere successo alla stessa con particolare riferimento ad atteggiamenti di natura sessuale ascrivibili” all’allora collaboratore del Dss, “ciò che del resto ha pure riferito alla pp Borelli (titolare del procedimento penale contro l’ex collaboratore, ndr) all’occasione del suo interrogatorio come testimone, senza che le sue dichiarazioni abbiano indotto il magistrato inquirente a compiere accertamenti sul suo conto in merito a questo episodio”.

‘Sulla razionalità ha prevalso l’emozione’

Il servizio giornalistico di ‘Falò’ ha intanto messo in agitazione la politica, quella rappresentata in Gran Consiglio. Mentre la sottocommissione parlamentare ‘Finanze’ è alle prese con la definizione del mandato per l’annunciato audit “esterno e indipendente”, Pau-Lessi accetta di parlare con la ‘Regione’.

«La dimensione della giustizia penale è quanto di più razionale possa esistere in quanto è chiamata ad accertare responsabilità in base a elementi oggettivi. Invece in questa vicenda è emersa e si è imposta nell’opinione pubblica la dimensione emotiva – ricorda il già funzionario dirigente –. Le parole del giudice Villa in sede di lettura della sentenza di primo grado (la famosa frase ‘chiedo scusa a nome dello Stato…’, ndr) esprimono delle critiche al mio operato. Il giudice in quel momento era però ignaro di ciò che era stato fatto per gestire l’allora collaboratore dell’Ufficio delle attività giovanili quale operatore sociale, non già quale predatore sessuale di cui non avevo sospetto alcuno. Quelle scuse sono diventate delle accuse da cui non ho potuto difendermi. Ci fosse stato un procedimento penale, avrei potuto dimostrare la mia estraneità. Il commento di Villa alla sentenza di primo grado – che aveva portato a parlare e scrivere di connivenze, di omertà, di abusi segnalati e mai denunciati in seno all’Amministrazione cantonale – non si basava su fatti ed elementi accertati e verificati. Fosse stato il caso, la Corte avrebbe potuto prendere conoscenza del rapporto da me trasmesso alla Sezione delle risorse umane nel 2004 e si sarebbe capito che non poteva sussistere una simile ipotesi».

In questi anni non si è espresso pubblicamente in prima persona. Perché ora ha deciso di parlare?

Non ho mai parlato pubblicamente di questa vicenda per prima cosa per rispetto delle vittime. Ma dopo tanti anni c’è ancora profonda tristezza e rabbia che alberga in me. Per decenni mi sono occupato della promozione delle attività giovanili e della protezione dei minori e degli adulti. Apprendere che uno dei collaboratori del mio ufficio chiamato a fare del bene ha invece fatto del male mi provoca ancora sentimenti di rabbia. Non era corretto uscire pubblicamente fino a oggi con questo sentimento alimentando ulteriore tensione emozionale. Ora che la vicenda penale è chiarita, è diverso. Non posso però far passare l’idea che io abbia in qualche modo coperto comportamenti inaccettabili da tutti i punti di vista, non solo penali, di un mio funzionario.

Nell’agosto del 2004 segnalò i problemi caratteriali di questo funzionario alla Sezione delle risorse umane. Per quale o quali motivi?

Già nell’estate del 2003 erano emerse delle forti perplessità circa le modalità d’intervento assicurate da questo collaboratore nell’esercizio delle sue funzioni. In particolare durante il Forum cantonale dei giovani del maggio di quell’anno alcuni suoi interventi sopra le righe nei riguardi di un deputato in Gran Consiglio avevano sollevato parecchi dubbi sulle sue capacità di gestire situazioni in cui erano presenti pareri diversi e aveva richiamato alla memoria altri episodi analoghi di intemperanza verbale. In quel momento si paventava la possibilità di sollevare questo collaboratore dalle mansioni di coordinatore del settore giovani, per attribuirgli compiti legati unicamente alla costruzione di pacchetti informativi di Infogiovani che avrebbero comportato minori relazioni verso l’esterno.

Nel rapporto che allestì all’attenzione di Devaux, responsabile delle Risorse umane, scrisse che ‘viene infine a mancare l’elemento principe costituito dal rapporto di fiducia che deve legare l’operatore che svolge un’attività pubblica con il suo datore di lavoro’. Secondo lei quel collaboratore andava dunque congedato? Il licenziamento comunque non scattò.

Al personaggio in questione veniva riconosciuta una buona disponibilità a intervenire anche al di fuori degli orari di ufficio. Denotava passione e generosità nel fare. Ma emergevano anche difficoltà nell’ascolto. Viveva eccessivamente su di sé le questioni giovanili e faticava a differenziarsi, a valutare in modo appropriato e distaccato gli elementi portati avanti dai giovani, interpretando spesso le loro posizioni come per principio assolutamente buone e giuste. Insomma, aveva sì dei pregi ma anche molti difetti caratteriali. Pur riconoscendo la generosità e la passione del funzionario, la conflittualità che emergeva nei confronti delle autorità comunali e di altri enti era tale che comprometteva il buon esito delle stesse politiche giovanili. Veniva così a mancare, come scrissi, l’elemento principe costituito dal rapporto di fiducia che deve legare l’operatore che svolge un’attività pubblica con il suo datore di lavoro. Quindi sì, ponevo la possibilità di licenziarlo. Cosa che non avvenne perché non c’erano – in quel momento – motivi ritenuti validi per una disdetta del rapporto di lavoro. Il funzionario tuttavia non venne più confermato quale segretario del Forum cantonale dei giovani, ovvero nel ruolo sensibile di animatore. Venne spostato a mansioni amministrative in appoggio al Forum, anche perché dai giovani non erano giunte critiche tali da interrompere completamente la collaborazione.

Nel febbraio del 2005 c’è però il ‘famoso’ incontro tra lei e le due ragazze che poi denunciarono il funzionario per reati sessuali.

Le incontrai quali rappresentanti del comitato del Forum dei giovani: le due ragazze avevano chiesto un colloquio confidenziale con il sottoscritto per problemi con l’allora collaboratore. Non volevano arrecare pregiudizio a lui, ma solo che lo si aiutasse e non fosse più un riferimento per il Forum, neppure per le questioni di ordine amministrativo. In quell’occasione e anche successivamente non ebbi la percezione che le due giovani fossero delle vittime. E mai avrei pensato che quel funzionario potesse fare del male a qualcuno, ancor meno ai giovani. Per me, in qualità di capo dell’Ufficio delle attività giovanili, si trattava di gestire un operatore sociale in quanto tale, non già quale predatore sessuale di cui non avevo sospetto alcuno. E così feci. Oggi risulta facile pronunciarsi criticamente su questa vicenda dopo aver scoperto ciò che faceva questo funzionario. Allora non era così.

Riguardo all’ipotesi di audit esterno attualmente al vaglio della Commissione della gestione, è pronto a ripercorrere ancora una volta l’intera vicenda?

Credevo che con la sentenza penale definitiva la questione fosse davvero chiusa. Qualunque cosa decida il parlamento, spero solo che non si tratti di un modo per ribaltare delle verità, per rimettere in discussione quanto stabilito dalle sentenze dei giudici.

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