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infiltrazioni ’ndranghetiste
laR
 
20.11.2021 - 05:30

Il procuratore: ‘Prendere a modello le norme antimafia italiane’

Sergio Mastroianni invita il legislatore svizzero a concepire normative di contrasto simili a quelle in vigore in Italia

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(Ti-Press)

I recentissimi arresti di due ’ndranghetisti nel Luganese ci ricordano ancora una volta che dove arrivano i soldi, prima o poi arrivano anche i mafiosi (Falcone dixit). Ma qual è la reale entità del fenomeno? E quali sono gli strumenti più adeguati per combatterlo? Lo chiediamo al procuratore federale Sergio Mastroianni.

Com’è la situazione in Ticino? Più grave rispetto al resto della Svizzera?

Preoccupante è la diffusione del fenomeno criminale a livello nazionale. L’operazione di questa settimana ha confermato nuovamente che i mafiosi agiscono a livello intercantonale e spargono le proprie basi logistiche in più cantoni. Il Ticino non è immune alle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Evidentemente questa espressione ha un significato attenuato. Da un lato ai ‘pregi’ dello Stato ‘Svizzera’, quali ad esempio il benessere diffuso, il Ticino cumula altre facilitazioni per le organizzazioni criminali, come ad esempio la lingua e la vicinanza territoriale. D’altro lato il criminale si lamenta, per quanto attiene alla lotta al fenomeno mafioso, della maggiore sensibilizzazione in Ticino – nelle istituzioni e nell’opinione pubblica – e del fatto che le autorità di perseguimento penale possano godere delle medesime facilitazioni nella loro opera di contrasto. Il mafioso, insomma, si sente più tranquillo nella parte della Svizzera dove si parla lo svizzero tedesco.

Le forze inquirenti dispiegate sul territorio sono sufficienti?

L’ambito delle organizzazioni criminali fa parte delle priorità strategiche del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc). La lotta richiede importanti risorse. La struttura criminale di tipo mafioso va identificata, così come le sue finalità criminose e le sue dinamiche operative. La raccolta delle prove a sostegno di una ipotesi accusatoria è una fase processuale importante, che richiede specifiche capacità e conoscenze investigative, ma anche importanti risorse personali. Un procedimento penale federale deve potersi avvalere del sostegno di adeguate forze di polizia giudiziaria federale e di una fattiva collaborazione da parte delle forze di polizia cantonali. Il recente intervento ha dimostrato che nella lotta alla criminalità organizzata si devono unire le forze, si deve agire di comune accordo e in tal senso occorre promuovere e favorire la collaborazione. Confederazione e Cantoni devono agire insieme, anche solo per evitare che il fenomeno si insidi in diversi Cantoni o si sposti da un Cantone all’altro. In operazioni internazionali e intercantonali come quella di questa settimana è evidentemente necessaria una perfetta opera di coordinamento che l’Mpc e, sul piano di polizia giudiziaria, la Fedpol sono in grado di garantire.

Come funzionano le attività di riciclaggio operate dalla ’ndrangheta?

Non svelo segreti se dico che la ’ndrangheta ha accumulato nel corso degli anni ingenti capitali che ora deve spendere. Altro dato notorio è che la ’ndrangheta è capace di penetrare l’economia legale e opera dove più le conviene, dove le condizioni le sono più favorevoli, con spiccata mentalità imprenditoriale. La ’ndrangheta non ha la stretta necessità di conseguire utili e agisce con l’avvio, la prosecuzione o il rilevamento di attività economiche in qualsiasi campo dell’economia. Di estrema importanza per i mafiosi sono le condizioni di riservatezza. La ’ndrangheta cerca l’anonimato e fa capo a prestanome, siano essi persone fisiche o giuridiche. Questa tendenza rende ancor più difficoltosa la ricerca dell’origine criminale dei valori gestiti dalle organizzazioni criminali. Fatte queste premesse, è facile comprendere quanto sia fertile la Svizzera per il business delle organizzazioni criminali di stampo ’ndranghetista. A questo va aggiunta un’ulteriore, primaria esigenza della ’ndrangheta: il reimpiego di denaro già ripulito in nuove attività o semplicemente a favore dell’organizzazione e dei propri membri. Anche per questo aspetto la Svizzera è facile terreno di conquista.

Il codice penale (art. 260ter) è adeguato o sarebbe meglio avere un articolo concepito specificamente per l’associazione mafiosa, come il 416 bis italiano del quale uno degli indagati ‘vantava’ la mancanza in Svizzera?

L’assenza del 416 bis, nell’evento da lei menzionato, era riferita alla pena massima comminata in Svizzera e ritenuta evidentemente modesta. La speranza è che le recenti modifiche apportate in Svizzera alla fattispecie penale di cui all’art. 260ter del Codice penale, in particolare quelle riferite alla pena massima, possano creare maggiore ansia agli indagati e contribuire a dissuaderli dall’insediarsi nel nostro territorio. In Italia la fattispecie penale dell’associazione di tipo mafioso è lex specialis rispetto all’associazione per delinquere semplice: il testo italiano potrebbe essere preso come modello affinché si possa concepire una normativa uniforme a livello internazionale.

C’è poi tutto l’aspetto per l’ottenimento di permessi di soggiorno. Come funziona?

Cito un collaboratore di giustizia: la ’ndrangheta è un popolo di migranti. Lo straniero necessita di permessi per potersi spostare, vivere e lavorare in un altro Paese. Le autorità preposte al rilascio dei permessi risultano quindi particolarmente a rischio di infiltrazione, di penetrazione furtiva da parte delle organizzazioni criminali tramite i propri membri, e devono dotarsi di una struttura adeguata che sia in grado di agire, di riconoscere tempestivamente queste persone e di contrastare l’abuso.

Il mondo economico

Ristorazione, edilizia e finanza sono a rischio

Quel ristorante dove non entra mai nessuno, ma cambia gli arredi ogni tre mesi. Il negozietto apri-chiudi che un giorno è una pasticceria, quello dopo una gastronomia e poi chissà. L’artigiano sconosciuto che per rifarti casa offre prezzi stracciati. Ogni volta ci chiediamo cosa ci sia dietro, se magari qualche mafioso ci ricicli denaro. Diffidenza eccessiva, forse. Però il problema esiste, e chi è del settore lo sa.

Nella ristorazione, anzitutto. «Non possiamo dire di avere prove concrete di penetrazione da parte della ’ndrangheta o di altre mafie», precisa subito il presidente di GastroTicino Massimo Suter, «però non possiamo neppure nasconderci dietro a un dito e fingere che non vi siano pericoli: sappiamo che la ristorazione è a rischio, come in generale lo è l’ambito della vendita, nel quale girano somme ingenti di denaro anche in contanti». Ora ci si mette anche la crisi pandemica, che rischia di mettere alcuni ristoratori alle corde. «Esercenti in difficoltà potrebbero essere avvicinati da personaggi poco raccomandabili, disposti a venir loro in aiuto con ingenti somme di denaro liquido di dubbia provenienza», mette in guardia Suter, ricordando cosa può fare l’associazione di categoria: «Siamo un organo di collaborazione, non di controllo, però nelle occasioni dedicate alla formazione cerchiamo di sensibilizzare gli associati, spiegando le regole e insegnando loro a diffidare di facili lusinghe. Anche durante questa crisi ripetiamo: non cedete e rivolgetevi piuttosto a noi per ottenere consulenza e sostegno».

Rischio di infiltrazione e difficoltà nell’identificare le mele marce prevalgono anche nelle riflessioni di Nicola Bagnovini, direttore della sezione ticinese della Società svizzera impresari costruttori (Ssic): «Adottiamo diverse precauzioni per evitare che tra i nostri associati vi siano imprese non serie. Chi vuole iscriversi deve essere attivo da almeno due anni sul nostro territorio al fine di poterne valutare l’operato sui cantieri, dev’essere regolarmente iscritto all’Albo cantonale delle imprese e rispettare tutti gli obblighi sociali, previdenziali legali e quelli dettati dal nostro Contratto collettivo di lavoro. Tra i requisiti per ottenere l’iscrizione all’Albo», prosegue Bagnovini, «ricordo che i titolari delle ditte non devono aver subìto, in Svizzera o all’estero, condanne penali per atti contrari alla dignità professionale, devono godere di ottima reputazione, non essere gravati da attestati di carenza beni e non essere stati, negli ultimi cinque anni, dichiarati in fallimento. Tutto questo dovrebbe servire a evitare gli effetti nefasti della mala-edilizia». Il problema, ammette il direttore della Ssic, è che «a volte spuntano poi i prestanome. La raccomandazione da parte nostra verso i committenti resta sempre quella di rivolgersi a ditte conosciute, con una buona reputazione sul territorio e in grado di presentare valide referenze». Anche perché certe imprese pongono un problema di concorrenza sleale: «Se lo scopo di intervenire su un cantiere non è tanto l’esecuzione di un lavoro al giusto prezzo quanto piuttosto il riciclaggio di denaro, l’impresa può permettersi di lavorare in perdita. Spesso è difficile smascherare questi soggetti anche perché hanno tutto l’interesse a mantenere un profilo basso, evitando infrazioni facilmente individuabili».

Spostandosi alla finanza, in passato si sono avuti alcuni casi di fiduciari che facevano da ponte per la criminalità organizzata. Ora, complici anche le pressioni internazionali, la legge dovrebbe rendere più difficile la vita a questo tipo di faccendieri. Lo sostiene Cristina Maderni, presidente della Federazione ticinese delle associazioni di fiduciari (Ftaf) e granconsigliera Plr: «Come federazione siamo ben consapevoli del problema e ce ne preoccupiamo. La nostra forza viene dalla legge cantonale sull’esercizio delle professioni di fiduciario e dalla normativa antiriciclaggio. Entrambe responsabilizzano i fiduciari, obbligandoli a verifiche accurate e alla segnalazione dei casi sospetti alle autorità competenti, e questo anche nel caso in cui decidessimo di non sottoscrivere un mandato». Fondamentale per riconoscere le situazioni a rischio «è la formazione che organizziamo anche in collaborazione con procure e avvocati: ci permette di individuare gli indizi di possibili abusi», ad esempio la circolazione di contante sospetto. Poi, però, conta anche l’occhio lungo, «l’esperienza nella valutazione delle operazioni che il cliente si propone di condurre».

A proposito di soldi: non sarebbe possibile contrastare le infiltrazioni attraverso la rete del fisco? Dopotutto – si ripete spesso – Al Capone fu incastrato per evasione fiscale, mica per gli omicidi e il traffico di liquori. Ma non è così facile, spiega il direttore della Divisione contribuzioni Giordano Macchi. Certo, «l’analisi della documentazione fiscale supporta le attività delle procure, e questo in due direzioni: forniamo dati, verifiche e analisi quando ci viene richiesto nell’ambito di un procedimento penale, ma segnaliamo anche attivamente quanto ci pare sospetto al momento delle nostre normali attività di controllo». Attività che «sono corroborate dallo scambio di informazioni con altri servizi come la Sezione della circolazione e l’Ufficio del registro fondiario, grazie ai quali possiamo comprendere meglio la situazione patrimoniale reale. Ciò detto, non è semplicemente partendo dalle dichiarazioni dei redditi che si può pensare di combattere il fenomeno delle associazioni mafiose. Anche perché dal trasferimento sul territorio di certi soggetti all’accertamento della loro situazione fiscale può trascorrere anche un paio d’anni». Inoltre è spesso arduo notare cosa si nasconde davvero dietro ai numeri: i ricavi di un ristorante possono sembrare del tutto ragionevoli, ma provenire dai soldi di un boss invece che dai coperti: «Non sempre i numeri sulla carta bastano a rivelare un illecito», conclude Macchi.

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Arresti antimafia, in Ticino con permessi B e G

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