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La giudice Fiorenza Bergomi, presidente della nuova corte
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17.10.2021 - 18:530
Aggiornamento : 19:29

I risvolti svizzeri del crac Parmalat: processo bis

Si apre domani al Tribunale penale federale di Bellinzona il secondo dibattimento dopo che Losanna ha rinviato gli atti per un nuovo giudizio

Si riaccendono i riflettori della giustizia svizzera sui risvolti elvetici della bancarotta fraudolenta dell’italiana Parmalat, un dissesto emerso diciotto anni fa e quantificato in circa quattordici miliardi di euro. Domani mattina a Bellinzona al Tribunale penale federale, il Tpf, comincia il processo bis a carico di Luca Sala, consulente del gruppo agroalimentare di Collecchio fra luglio e fine settembre 2003. L’ex manager italiano era stato assolto dalle imputazioni di riciclaggio di denaro aggravato, istigazione alla falsità in documenti ripetuta e corruzione attiva ripetuta con verdetto pronunciato il 30 gennaio del 2017 dalla corte presieduta dall’allora giudice del Tpf Giuseppe Muschietti. Il nuovo processo a carico di Sala si rende necessario in seguito alla sentenza emessa dal Tribunale federale nell’agosto del 2019, che, accogliendo parzialmente il ricorso del Ministero pubblico della Confederazione contro il proscioglimento, ha annullato il primo verdetto e rinviato il dossier al Tpf per un nuovo giudizio. Alla testa della corte del Tribunale penale federale, sempre nella composizione a tre giudici, ci sarà stavolta Fiorenza Bergomi: a latere Roy Garré e Monica Galliker.

Si torna dunque a parlare del troncone svizzero del crac Parmalat. Secondo il Ministero pubblico della Confederazione, rappresentato nel primo processo dal procuratore federale Stefano Herold, il già consulente del gruppo agroalimentare avrebbe ripulito, anche in correità con altri, valori patrimoniali provento di distrazioni criminali ai danni delle società della Parmalat: le operazioni di riciclaggio sarebbero avvenute, dal 2000 al 2004, tra Lugano, Coira e Vaduz. Tuttavia nessuno dei cinquecento episodi, 501 per la precisione, in odor di riciclaggio era rimasto in piedi, in quanto tutti depennati dalla corte presieduta da Muschietti “per intervenuta prescrizione dell’azione penale”. Corte che aveva prosciolto il 53enne imputato pure dagli altri reati contestatigli nell’atto d’accusa firmato dalla Procura nel maggio 2015, ovvero la ripetuta istigazione alla falsità in documenti (anche a causa della prescrizione) e la ripetuta corruzione attiva. “Non vi sono riscontri circa la conoscenza – nel senso di dolo diretto o indiretto – da parte di Sala del fatto che i denari pervenuti in Svizzera potessero essere frutto di negozi, in particolare di polizze assicurative concluse allo scopo precipuo di arrecare nocumento finanziario alle società del gruppo Parmalat”, si afferma fra l’altro nella sentenza del processo conclusosi nel gennaio 2017. E ancora: la corte “ha raggiunto il convincimento che Sala né sapesse né dovesse presumere che i valori patrimoniali pervenutigli, di cui all’atto d’accusa, potessero essere di riconduzione criminale”.

Sempre in occasione del primo processo Sala doveva rispondere anche di una presunta truffa ai danni di Bank of America, nella cui succursale milanese aveva lavorato prima di passare al gruppo di Collecchio. Per questa vicenda è stato condannato per istigazione a falsità in documenti (con riferimento a un unico caso) a una pena pecuniaria – trenta aliquote giornaliere di novanta franchi ciascuna –, sospesa con la condizionale, di due anni il periodo di prova. Ma per l’ex manager il pesante fardello era il caso Parmalat. Il difensore, l’avvocato Daniele Timbal, aveva chiesto l’assoluzione. Così è stato. Dopo la sentenza del 2019 di Mon Repos il sipario sul complesso dossier non è però ancora calato.

I ricorsi al Tribunale federale erano due. Aveva imboccato la strada per Losanna non solo il Ministero pubblico della Confederazione, sollecitando in sostanza l’annullamento del verdetto del Tpf e di conseguenza la condanna di Sala, ma pure l’accusatrice privata, ossia la Parmalat Spa, patrocinata in Svizzera dall’avvocato Ivan Paparelli. “Ci allineiamo alla richiesta del Ministero pubblico e ribadiamo le nostre pretese avanzate in primo grado, fra cui quella del risarcimento di circa 52 milioni di dollari a favore di Parmalat Spa”, aveva dichiarato Paparelli alla ‘Regione’. Al Tribunale penale federale di Bellinzona inizia il processo bis.

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