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laR
 
04.10.2021 - 20:02
Aggiornamento: 20:46

I Pandora Papers ‘ri-toccano’ anche il Ticino

Tra la miriade di documenti, casi legati alla piazza finanziaria. L’avvocato Paolo Bernasconi: ‘Colmare la lacuna nella Legge contro il riciclaggio di denaro’

di Generoso Chiaradonna
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Keystone
Un’altra inchiesta dell’Icij di Washington

Molto note tra gli addetti ai lavori, le società offshore (letteralmente società extraterritoriali, registrate in uno Stato estero, ma che conducono l’attività fuori da quella giurisdizione, ndr) sono assurte agli onori della cronaca nell’aprile del 2016 quando scoppiò il caso dei cosiddetti ‘Panama Papers’. All’epoca più di 11 milioni di documenti confidenziali dello studio panamense Mossack Fonseca su oltre 240 mila entità offshore finirono sulle scrivanie del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij, la sigla inglese). I risultati di quella inchiesta giornalistica finirono sulla stampa di tutto il mondo rendendo noti gli affari riservati e offshore di capi di Stato, primi ministri, funzionari pubblici e altri personaggi di contorno. Tra i clienti di Mossack Fonseca, inutile dirlo, c’erano anche banche e fiduciarie svizzere che si appoggiavano alla rete internazionale con base a Panama City per vendere, a loro volta, ai propri clienti, veicoli societari offshore che nella migliore delle ipotesi servivano per perseguire un’ottimizzazione fiscale. Nella peggiore, nascondere il provento di reati più gravi. «Una società offshore non è altro che uno strumento giuridico per mettere uno schermo, un velo opaco, tra un patrimonio – finanziario o di altro tipo – e il reale beneficiario economico di quel patrimonio», ci spiega l’avvocato Paolo Bernasconi, esperto di diritto finanziario. In poche parole serve a nascondere qualcosa che non si vuole rendere noto né all’opinione pubblica, né alle autorità fiscali.

Con i ‘Pandora Papers’ l’Icij è ritornata sul tema offshore rendendo noto i contenuti di 11,9 milioni di documenti fiscali e finanziari. Documenti che svelano l’organizzazione, la gestione e il trasferimento verso i paradisi fiscali di decine di miliardi di attivi. Il consorzio con sede a Washington stima che in totale i documenti riguardino 32 mila miliardi di dollari. Patrimoni sottratti alla tassazione dei paesi in cui risiedono i loro titolari. Si citano 35 capi o ex capi di governo e leader politici, oltre a circa 400 funzionari a vario livello in circa 100 paesi.

Ma ancora una volta è la Svizzera a finire citata in un’inchiesta giornalistica su questioni fiscali. «Lo scambio automatico d’informazioni è stata una svolta epocale, ma non è sufficiente. Non sappiamo quanti e quali dati arrivano in Svizzera dai paradisi fiscali», precisa Paolo Bernasconi. «Pochi mesi fa, inoltre, il parlamento svizzero ha respinto la proposta di assoggettare avvocati e consulenti – cioè chi organizza la messa a disposizione delle società bucalettere con sede nei paradisi fiscali – alla Legge federale contro il riciclaggio di denaro. È una norma, suggerita dallo stesso Gafi (il gruppo di azione finanziaria) in seno all’Ocse, che limiterebbe drasticamente il rischio di riciclaggio», continua l’esperto il quale ricorda che già nel 1969, «nel mio primo rapporto di attività come procuratore pubblico, scrissi che per combattere la corruzione e la criminalità economica era necessario vietare l’apertura di conti bancari a nome di queste società». «Ancora oggi, nelle banche, a Londra, in Lussemburgo, negli Stati Uniti e nei vari paradisi fiscali caraibici ed europei, ci sono centinaia di migliaia di conti aperti a nome di società bucalettere. Perché?», si interroga Bernasconi che ricorda comunque che il fenomeno delle società di comodo titolari di conti bancari è ancora presente in Svizzera.

Un’iniziativa parlamentare “per correggere gli errori di questa primavera” sulla Legge contro il riciclaggio è stata presentata dal Ps e dai Verdi. La proposta ha l’appoggio dell’Ong elvetica Public Eye.

Spunta il nome di Fidinam

Tra le società svizzere ‘facilitatrici’ di entità offshore, il consorzio giornalistico cita la luganese Fidinam. “I consulenti svizzeri – studi legali, notarili e di altro tipo – hanno sfruttato le lacune dei sistemi normativi per aiutare ricchi e potenti a nascondere denaro alle autorità fiscali e penali’, si legge sul sito dell’Icij dove si cita il Gruppo Fidinam. In particolare la società luganese avrebbe collaborato con uno studio legale panamense (Alcogal) per creare più di 7mila società per i suoi clienti, tra cui 13 persone coinvolte in uno scandalo brasiliano di corruzione noto come ‘Operazione Car Wash’.

Oppure il caso di Massimo Bochicchio, un finanziere italiano che prometteva alti rendimenti a chi investiva nella Kidman asset management, spacciata per entità legata al colosso bancario Hsbc, in realtà società di comodo delle Isole Vergini Britanniche. Gli investitori, tra cui Antonio Conte, ex allenatore del Chelsea Football Club e della nazionale italiana, non hanno mai più visto i loro soldi.

Altro personaggio che avrebbe usufruito dei servizi di Fidinam è Delfo Zorzi, un ex neofascista italiano, naturalizzato giapponese con il nome di Hagen Roi, indagato per decenni dalle autorità penali italiani perché sospettato di essere coinvolto in due terribili attentati terroristici: la strage di Piazza Fontana a Milano (1969) e quella di Piazza della Loggia a Brescia (1974). Nel 1997 i pubblici ministeri milanesi che indagavano sulla strage di Piazza Fontana intercettarono il telefono giapponese di Zorzi e identificarono centinaia di chiamate, da lui effettuate, a telefoni intestati a società con indirizzo svizzero. Nel frattempo Zorzi è diventato un importante imprenditore nel settore della moda ed è stato assolto sia in Appello, sia in Cassazione dalle accuse di stragismo. La sua vicenda giudiziaria incrociò – tra il 2002 e il 2004 – anche la giustizia ticinese che si occuparono di una richiesta di rogatoria dei pm di Brescia. Nel 2012 le autorità italiane arrivarono alla conclusione che Zorzi aveva usato alcune delle sue società per evadere circa 80 milioni di dollari.

Fidinam da parte sua ha fatto sapere “che le sue filiali svizzere rispettano e si sono conformate diligentemente alle disposizioni legali e regolamentari in vigore in Svizzera e alle normative internazionali applicabili”.

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