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18.09.2021 - 18:01
Aggiornamento: 19.09.2021 - 15:40

‘Imponimento’, chieste condanne per 630 anni complessivi

La proposta è stata avanzata dal procuratore aggiunto e dai due sostituti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro

di Marco Marelli

Venti anni di carcere. È questa la richiesta di condanna formulata nei confronti di Rocco Anello, 60enne boss di Filadelfia, nel processo con rito abbreviato che si sta celebrando nell’aula bunker di Lamezia Terme nei confronti di 67 imputati. Processo scaturito dalla maxi operazione ‘’Imponimento’’ contro i clan ’ndranghetisti del Vibonese; 147 gli imputati, di cui un’ottantina arrestati nel luglio scorso, beni per 170 milioni di euro sequestrati, in parte anche in Svizzera, dove il clan Anello era sbarcato dal 2003 creando un impero grazie alla collaborazione di alcuni calabresi, fra cui uno residente a Grancia, arrestato lo scorso 15 giugno e in attesa di essere estradato in Italia.

Al termine della requisitoria, che si è articolata lungo quattro udienze, il procuratore aggiunto Vincenzo Capomilla e i sostituti Antonio De Bernardo e Chiara Bonfadini della Dda di Catanzaro hanno chiesto la condanna di tutti gli imputati per complessivi 630 anni di reclusione. Richieste di condanne pesanti anche dopo la concessione della riduzione di un terzo della pena prevista dal rito abbreviato. Oltre che per Rocco Anello, anche per Giuseppe Fraci, 52enne boss di Curinga cui fa riferimento la cosca ’ndranghetista di Filadelfia, l’accusa ha chiesto il massimo della pena, cioè 20 anni. Dieci anni di carcere la richiesta per Antonio Luciano Galati, 25enne originario di Lamezia Terme, residente a Oftringen (Canton Argovia).

La lunga requisitoria dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, oltre a confermare quanto contenuto nella corposa ordinanza di custodia cautelare (oltre 4’000 pagine), ha allargato il campo di conoscenza del radicamento di Rocco Anello in Svizzera, grazie anche ad alcuni pentiti, fra cui Pulice, personaggio molto conosciuto in Ticino, e Andrea Mantella. I primi segnali dell’arrivo del boss di Filadelfia erano arrivati dall’inchiesta “Gentleman” condotta dalla Dda di Catanzaro, culminata l’11 marzo 2015 con l’arresto di 32 persone.

Agli atti di questa inchiesta alcuni contatti telefonici tra Rocco Anello e due fratelli (uno residente a Grancia, l’altro a Muri, Canton Argovia). Confermato anche il determinante ruolo di un agente infiltrato svizzero, componente della Squadra investigativa comune (Joint Investigation Team) costituita presso Eurojoust, che dopo essere entrato in confidenza di due calabresi sodali di Rocco Anello ha contribuito a ricostruire in dettaglio gli affari del clan in Svizzera. Affari che andavano dal traffico di armi e droga allo spaccio di moneta falsa (soprattutto banconote da 50 euro), passando per la gestione di attività commerciali (ristoranti, bar e night club) e il traffico di valuta (dalla Svizzera alla Calabria).

Ora la parola passa alla difesa. In ottobre la sentenza, mentre venerdì 24 settembre inizierà il processo con rito ordinario nei confronti di 76 imputati. Fra loro anche tre calabresi residenti in Svizzera. In entrambi i procedimenti l’accusa a vario titolo è di associazione a delinquere di tipo mafioso, associazione dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, corruzione, estorsione con l’aggravante della mafiosità, turbativa d’asta, truffe e reati ambientali.

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