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17.09.2021 - 05:30
Aggiornamento: 26.03.2022 - 15:37

‘Non chiamateci influencer’

Anche in Ticino i creatori di contenuti digitali esistono, ma ‘non c’è ancora sufficiente apertura mentale da parte delle aziende’

non-chiamateci-influencer
Depositphotos

«L’essere influencer è una conseguenza del nostro lavoro. Quello di ‘influenzare’ le persone è solo uno degli aspetti di questa attività ed è presente anche in moltissime altre professioni». Così Shanti Winiger, ticinese e creatrice di contenuti (o all’inglese ‘content creator’) su YouTube e Instagram. Moda e crescita personale sono i temi principali di cui tratta attualmente nei suoi profili.

Quella dell’influencer non è però una novità, anche perché a oggi ne esistono moltissimi, di ogni sorta e alcuni sono delle vere e proprie celebrità social, con contratti pubblicitari sostanziosi. Si pensi alla famiglia Kardashian, a Chiara Ferragni o alla rapidissima e recente ascesa di Khaby Lame. Ma che ne è di questo fenomeno alle nostre latitudini? L’impressione di Shanti Winiger è che, in ambito di sponsorizzazioni, «in Ticino non ci sia ancora molta apertura mentale. Ciò può dunque frenare molti creator locali».

‘Importante avere una strategia’

A operare sul territorio della Svizzera italiana, oltre a Shanti, troviamo anche Nick Antik, studente a Lugano nell’ambito della comunicazione visiva. I social sono per lui un’attività à côté: «Ho vari progetti – ci spiega – e sui miei account mostro le bellezze dei posti in cui sono, che sia il Ticino o Santo Domingo, dove mi trovo ora per uno stage. I miei contenuti hanno sempre un lato comico e cerco, facendo divertire, di portare il messaggio che è importante uscire dalla propria zona di comfort per crescere e vivere belle esperienze».

Aiutata dal fidanzato (si considerano un team), Shanti precisa che per creare dei contenuti bisogna avere una strategia: «È importante prima di tutto capire quale tipo di argomenti si vuole divulgare e in che modo. Ci sono poi tutti i vari aspetti organizzativi, come pianificare un calendario editoriale, programmare la pubblicazione delle foto e dei video, fare ricerche sugli argomenti che si vogliono trattare, trovare le location o redigere il copione. Dopodiché si passa alla realizzazione vera e propria con la registrazione dei video o la sessione fotografica, tutto ciò seguito dal montaggio, dall’editing delle foto e, finalmente, dalla pubblicazione e promozione dei contenuti. Inoltre, mi affido a un’agenzia per tutta la parte amministrativa e delle relazioni con i brand».

Collaborazioni e pubblicità

Per Shanti, registrata come lavoratrice indipendente, una volta arrivati a un certo livello di ‘notorietà’, si ottengono regolarmente delle collaborazioni e si riesce a guadagnare abbastanza per vivere in qualsiasi parte del mondo. «In Svizzera – specifica però – devi arrivare un po’ più in là in termini di profitto per poter avere la stessa sicurezza economica che in altri Paesi».

Anche Nick conferma che grazie ai social in Svizzera «si riesce a vivere bene, i brand pagano molto di più che in Italia, dove le aziende fanno pubblicità su grande scala contattando più persone. Qui invece si concentrano su pochi».

Sul tema sponsorizzazioni, Shanti ci ragguaglia su alcuni tag, ovvero parole o sigle che anche in questo ambito vengono spesso inserite nelle storie o sui post. «Che io sappia, è obbligatorio aggiungerli e, in ogni caso, ritengo che sia giusto far sapere all’utente che tipo di contenuto sta vedendo. C’è per esempio il tag ‘gifted’, che significa che il brand mi ha mandato in regalo un prodotto, ma che non sono stata pagata per pubblicizzarlo. Poi c’è ‘adv’ o ‘advertising’, che indica che è stato dato un compenso per mostrare quell’articolo». A ogni modo, «saper scegliere con chi lavorare è importantissimo – puntualizza la creator – perché ne va della credibilità con il pubblico, ragion per cui collaboro con aziende che sono in linea con i miei valori. In alcuni casi, ho rifiutato perché non pagavano abbastanza. Bisogna considerare infatti che dietro a pochi secondi di contenuto c’è molto lavoro di preparazione, e per arrivare alla community (il seguito) attuale ho impiegato otto anni».

‘La costanza premia’

Arlyne Luisoni, conosciuta su Instagram come Pappa&Champagne, si allinea a quanto detto da Shanti. «Personalmente, condivido solo i contenuti che mi piacciono. A livello di collaborazioni, nonostante il mio sia un account nato recentemente, ho già avuto qualche richiesta. Quest’estate, vista la mia buona crescita organica a livello territoriale, sono stata contattata da un grande magazzino presente in Ticino per fare una campagna pubblicitaria». Il profilo, ci spiega, ha due temi generali: «Uno sono le pappe, non solo per bambini ma talvolta anche per i grandi. L’altro è lo champagne, la mia passione. L’obiettivo è di mostrare che le ‘bollicine’ possono essere un prodotto accessibile a tutti». Benché Arlyne sia «una mamma al 100%», non nasconde che, a lungo termine, questo profilo potrebbe diventare stabilmente anche una fonte di guadagno: «Chiaramente, tutto sta nella crescita negli anni e nella qualità dei follower. Bisogna perciò essere originali e distinguersi dalla massa».

Promotrici di sé stesse

Sui social non è poi raro imbattersi in chi punta alla promozione della propria attività. Oriella Page, che si definisce ‘life embellisher’ (tradotto, una persona che abbellisce la vita), spiega che utilizza le piattaforme online per pubblicizzare la sua professione di dermopigmentista. «In poco tempo – rievoca – da quando ho creato il profilo, la nostra azienda estetica è cresciuta tantissimo. Quando abbiamo aperto a febbraio 2018, eravamo solo io e una ragazza a ore, e adesso siamo più di trenta suddivisi in tre istituti. Oltre al lavoro, condivido in rete anche un po’ della mia vita». Grazie ai social, durante i primi mesi di pandemia, Oriella e il suo team hanno ridimensionato i loro servizi offrendo consulenze in linea e sponsorizzazioni tramite tutorial di prodotti e trattamenti. In questo modo sono riusciti a generare la stessa cifra d’affari. Per Oriella, «mantenere i follower è sicuramente la cosa più difficile». Il consiglio è di «rimanere autentici, perché nel mondo social si catturano le persone con le emozioni e, se queste non sono reali, dopo un po’ si vede».

Come Oriella, Isea Beroggi, life coach con diploma in programmazione neurolinguistica e maestra di meditazione e mindfulness, si fa conoscere tramite il web. «Il mio compito – dice – è di facilitare il percorso di crescita personale o professionale. Aiuto a individuare e tirare fuori le risorse che già si hanno, per applicarle nel raggiungimento degli obiettivi, aumentando la propria soddisfazione e il benessere generale». Isea afferma che in Ticino sono pochi a lavorare in rete: «Vorrei spingere le persone a valutare il mondo dell’imprenditorialità online basata sulle proprie passioni e competenze, perché penso che oggi tanti siano molto scontenti del proprio mestiere. Non è semplice, ma può dare tanta soddisfazione e libertà. Moltissime professioni oggi possono essere digitalizzate».

In altri Paesi lavorare unicamente tramite il computer è infatti una realtà assodata. Per esempio, ci spiega Isea, «a Budapest, dove ho vissuto per alcuni mesi, ci sono degli spazi di coworking. Ovvero luoghi che possono utilizzare coloro che hanno un’attività digitale». Se in Ticino questa offerta esiste, non è ancora così diffusa. In ogni caso, un’ottima soluzione per chi non vuole rinunciare alle chiacchiere tra colleghi.

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