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Educazione sessuale nelle scuole
 
15.09.2021 - 05:100
Aggiornamento : 09:34

Educazione sessuale, le linee guida ci sono, ma manca un programma

Osterwalder: ‘Svariate tematiche dovrebbero con il tempo venire affrontate stabilmente anche in Ticino’

In Ticino, attualmente, alle scuole medie non esiste un programma obbligatorio nell’ambito dell’educazione sessuale, ma solo delle linee guida che gli istituti decidono di seguire a loro discrezione. Negli anni sono stati creati dei gruppi di lavoro per occuparsi di tutte le tematiche legate alla sessualità, l’ultimo di questi è la Commissione per l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole (Ceas) costituita dal Dipartimento educazione, cultura e sport per il quadriennio 2019-2023. Ne abbiamo parlato con il presidente Nicolò Osterwalder per capire a che punto siamo.

Come è organizzata oggi l’educazione sessuale nelle scuole medie e a cosa mira?

L’educazione all’affettività e alla sessualità si inserisce nel programma di scienze, che in terza è dedicato al corpo umano e, più in generale, tocca aspetti legati alla salute e al benessere. Qui, vengono affrontate le tematiche legate alla sessualità umana che concernono l’anatomia e la fisiologia della riproduzione. Il piano di studio è pensato in modo che agli allievi venga fornita una formazione generale che vada a toccare svariati argomenti, tra questi troviamo i temi dei diritti e dell’igiene in una prospettiva di salute e benessere. Si tratta dunque di un’educazione trans-disciplinare, che può essere affrontata peraltro anche con progetti ad hoc portati avanti durante l’ora di classe.

Viste le problematiche emergenti, il mandato dell’educazione affettiva e sessuale è di cercare di stabilire i presupposti per una tolleranza basata su un chiaro riferimento ai diritti fondamentali. Si pensi qui alla questione della transizione di genere o a tutto ciò che ha a che fare con le pari opportunità. Per quanto concerne gli argomenti classici, sempre molto importanti, affrontiamo con gli allievi la gestione della contraccezione e la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili. In poche parole, si tratta di mirare a garantire la salute e il benessere psicofisico dei cittadini di domani, il tutto basandoci su delle conoscenze scientificamente provate, solide e integrate al contesto che ci circonda.

Con la Ceas sono stati aggiunti dei temi?

Nonostante fossero state già emanate negli anni passati delle linee guida dal Gles 2 (il Gruppo di lavoro per l’educazione sessuale nella scuola tra 2009 e 2019, ndr), direi che a oggi non siamo ancora arrivati all’inserimento di tematiche specifiche all’interno dei programmi. In altre parole, non si è ancora riusciti a passare dalle linee guida a degli elementi programmatici all’interno dei singoli anni scolastici. Attualmente, ciò che viene affrontato in classe resta in sostanza ancora molto a discrezione delle diverse sedi.

Tuttavia, vista anche la composizione della Ceas – che è formata da figure istituzionali quali i rappresentanti delle direzioni delle sezioni, i direttori degli istituti e una psicologa consulente in sessuologia –, l’idea è di procedere a una revisione delle linee guida. Questo in modo da poter fornire degli elementi progettuali più forti al docente affinché possa occuparsi delle tematiche dell’educazione affettiva e sessuale in maniera mirata e durante altri anni scolastici oltre alla terza media.

Come si affrontano in classe gli argomenti più delicati?

È chiaro che le questioni legate alla sessualità devono poter essere discusse dal docente in modo sereno. Qualora vi fossero degli aspetti più spinosi, ecco che l’invito in questo caso è a fare riferimento a degli specialisti nei singoli campi, così da favorire la rielaborazione di determinate nozioni, insegnate ai ragazzi a scuola, da parte di persone competenti.

È poi importante sottolineare che per noi il presupposto che fa da filo conduttore in questo ambito è un contesto di rispetto, funzionale a favorire il diritto a un’informazione scientificamente corretta. In futuro, ci proponiamo di fare in modo che i docenti possano familiarizzare con gli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’educazione sessuale, in modo che quel genere di contenuto possa essere utilizzato nella loro programmazione. All’interno di questo quadro di riferimento vi sono svariate tematiche che dovrebbero con il tempo venire affrontate stabilmente anche in Ticino.

Questi professionisti vengono effettivamente contattati dai docenti?

Sappiamo per esperienza che molti istituti attivano servizi e fondazioni, tra cui i consultori in salute sessuale dell’Ente ospedaliero cantonale o la Fondazione aiuto, sostegno e protezione dell’infanzia.

Ciononostante, nel corso di quest’anno scolastico la Ceas si è ripromessa di raccogliere attraverso un sondaggio maggiori elementi anche in questa direzione. In particolare, vogliamo capire bene quali siano gli enti esterni che vengono coinvolti e per quali tematiche. L’obiettivo è di fare una fotografia e in futuro poter mettere a disposizione dei docenti – oltre a una sorta di paniere tematico ispirato allo standard dell’Oms – anche dei riferimenti di organizzazioni a cui rivolgersi in caso di bisogno a seconda dell’argomento da approfondire.

Come si posiziona la scuola rispetto al ruolo delle famiglie?

Le famiglie sono in questo ambito un partner molto importante. Quando si intraprendono dei programmi particolari riguardanti la salute e il benessere, è opportuno coinvolgere i familiari – anche attraverso le associazioni dei genitori – in modo da superare e chiarire sul nascere i tanti malintesi che si possono creare quando si vanno a toccare dei temi che hanno una certa delicatezza. Non va poi dimenticato che ognuno di noi ha un background differente. L’importante qui è di far capire che noi operiamo nella prospettiva di assicurare dei diritti fondamentali, inalienabili e validi per tutti.

Quali i rischi legati all’accesso facilitato a internet?

È chiaro che l’utilizzo precoce dei dispositivi elettronici e la possibilità di accesso ad alcuni siti senza controllo da parte dei genitori rappresentano un rischio di esposizione a contenuti sessualizzati. In tal senso, la collaborazione tra scuola e famiglie può permettere di fare prevenzione e di educare i ragazzi a prendere le giuste decisioni, evitando di limitarsi a un discorso semplicemente di proibizionismo. Alle scuole medie inoltre sono sempre più diffusi inoltre dei corsi di alfabetizzazione informatica che vanno a toccare la questione dell’uso consapevole dei media.

Sono previste delle lezioni prima della terza media, alle elementari per esempio?

A differenza delle medie, la scuola elementare gode di maggiore autonomia in quanto gestita sotto molti aspetti direttamente dai Comuni. Per questo motivo l’inserimento delle tematiche legate all’affettività e alla sessualità nella normale programmazione risulta essere maggiormente discrezionale, fatto salvo che le linee guida dipartimentali già oggi esprimono dei contenuti dedicati a questo ordine scolastico. In ogni caso, attraverso il sopracitato sondaggio, vorremmo fare in modo di fornire opportuni riferimenti ed elementi progettuali, anche per gli istituti delle scuole comunali.

Questo sondaggio ambisce dunque a creare un programma cantonale chiaro?

Oltre a fornire dei consigli, i risultati serviranno a definire in dettaglio dei contenuti che potranno poi essere vincolanti a livello di programmazione.

Per quanto concerne l’accettazione da parte di tutti gli attori della scuola di un progetto che miri a sviluppare negli allievi conoscenze, competenze e atteggiamenti solidi nei confronti di queste tematiche, non vedo particolari difficoltà. Non dimentichiamo che gli elementi scientifici che giustificano l’introduzione di lezioni su determinati contenuti sono promossi e sostenuti anche a livello federale. Per la messa in opera sul campo vi sono invece tutta una serie di passi da fare, tra i quali un’opera di formazione continua che comprenda sia i docenti che i responsabili degli istituti. Questo, tra le altre cose, è ciò che ci occuperà nei prossimi anni.

Il parere della psicologia

‘Un confronto tra pari’

Sull’importanza della scuola si allineano anche due professionisti nel campo della psicologia. Luigi Gianini, psicologo, psicoterapeuta Fsp-Atp e sofrologo clinico, afferma in effetti che «si tratta di un punto importante di confronto tra pari, cioè tra ragazzi della stessa età. È inoltre un ambiente in cui è possibile livellare le differenze socio–culturali».

Pamela Borelli, sessuologa, psicologa e psicoterapeuta Fsp, aggiunge quindi che «la sessualità è uno dei settori di crescita di ogni essere umano che, come tale, ha bisogno di persone che fungano da guida. Perciò, l’educazione sessuale non solo è importante per la sessualità dei giovani, ma è profondamente legata alla dimensione dello sviluppo corporeo, emotivo e psichico che determinerà la salute delle loro relazioni di coppia e non solo».

Età appropriata, scuola e famiglia

Riguardo all’età più indicata per iniziare a ricevere indicazioni sul tema, Gianini spiega che «il discorso della conoscenza del proprio corpo e delle emozioni può già essere affrontato nei primi anni di scuola con i bambini piccoli, senza dover entrare subito nel merito della sessualità. Si tratterebbe quindi di un processo dialogico per gradi di apprendimento che può estendersi anche oltre l’età adolescenziale, fino alla prima età adulta, periodi in cui i ragazzi possono capire meglio determinate tematiche».

Tra scuola e famiglia, come ci si regola? «Se da un lato è certamente auspicabile che l’educazione sessuale sia trattata nel contesto familiare – precisa Gianini –, è anche vero che non tutte le famiglie dispongono dello stesso grado di conoscenza e di potenzialità per fornire un’informazione adeguata. In tal senso, complementarietà è a mio parere la parola che descrive al meglio quest’idea secondo cui tanto la scuola, quale attore educativo, quanto le figure di attaccamento debbano avere un ruolo specifico. Tant’è che trattare determinati argomenti in un gruppo di ragazzi coetanei non è la stessa cosa che parlarne in famiglia, dove sono presenti altri fattori che entrano in gioco. Vi è poi anche il discorso della funzione di ruolo: un docente, che è qualificato nella sfera didattica e che su tali tematiche specifiche dovrebbe aver seguito dei corsi, può dare degli spunti più mirati, magari in modo più neutro, al discorso della sessualità, creando un contesto di dialogo collettivo».

Le insidie del web

Borelli sottolinea l’importanza di aiutare i giovani a integrare l’affettività e la genitalità rispetto alle insidie del web: «I ragazzi hanno bisogno di una figura che possa evitare la confusione tra pornografia e sessualità. L’una tratta di genitalità e di oggettivazione dei corpi, l’altra di una genitalità all’interno di un’affettività e di una dimensione relazionale; unendo queste tre componenti, l’educazione sessuale può portare con sè il dono dell’intimità, del fare l’amore e quindi dell’amarsi».

Per Gianini, «l’utilizzo dei social–media, soprattutto in queste fasce d’età particolarmente sensibili, in assenza di un accompagnamento formativo sui rischi, può avere un impatto negativo e purtroppo arrecare molti danni. Pensiamo quindi al ‘sexting’, alle molestie tra pari e di gruppo, inizialmente fatte magari in buona fede, ma che possono causare dei problemi non indifferenti alla vittima. Per questo, il supporto educativo portato attraverso un contatto diretto rafforza quella vicinanza fondamentale nel dialogo su questioni così delicate».

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