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laR
 
21.01.2022 - 05:30
Aggiornamento: 17:24

Da Caslano: ‘Terza media senza livelli? Grosso vantaggio’

In vista del voto in Gran Consiglio sul superamento dei corsi A/B in matematica e tedesco, reportage dalla scuola ticinese pioniera nella sperimentazione

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Ti-Press
La maggior parte di docenti e allievi a Caslano è soddisfatta della sperimentazione

La classe dei nati nel 2007 che termina le scuole medie a Caslano quest’anno è speciale: sono stati i primi e finora gli unici in Ticino ad aver affrontato la terza media senza la distinzione in corsi attitudinali e di base in matematica e tedesco. Ma presto potrebbero essere seguiti dai ragazzi del resto del cantone: è tutto nelle mani del Gran Consiglio, che settimana prossima dovrà votare un emendamento al Preventivo 2022 che prevede la sperimentazione a livello cantonale di questo superamento dei livelli in terza media, già testato nella sede malcantonese durante l’anno scolastico 2020-21. E in vista del voto parlamentare, ci siamo recati proprio a Caslano per capire come hanno vissuto docenti e allievi questo test. Ne abbiamo discusso con la direttrice Lara Pfyffer von Altishofen Gianocca, insegnante di matematica, e con alcuni docenti.

Direttrice, sperimentare la terza senza livelli. Perché?

Fin dall’apertura della sede (nel 2018, ndr) abbiamo introdotto, grazie al monte ore a nostra disposizione, dei laboratori con gruppi di lavoro ridotti ed eterogenei già in prima e seconda media. Questo con lo scopo di mettere ulteriormente al centro l’allievo. Proporre in terza il superamento dei livelli così come abbiamo fatto è stato un prolungamento naturale di quanto già messo in atto. Lo scopo è che al termine della scuola media venga compiuta una scelta la più consapevole possibile. Se decisioni importanti come quelle dei livelli vengono prese prima che si inizi con l’orientamento, allora è una scelta a priori che si basa sul rendimento nella singola materia, ma non su riflessioni più ampie e ragionate. Ricordiamo che i primi due anni di scuola media sono il biennio di osservazione e i secondi due quello di orientamento. Pertanto alla fine della seconda non c’è ancora un progetto di formazione post-obbligatoria sviluppato. Avere un anno in più è un grosso vantaggio.

Ora la sperimentazione potrebbe venir estesa: vi sentite dei precursori?

Lo sono tutte le sedi. Affinché la scuola resti innovativa, nella legge è previsto il finanziamento di attività di sperimentazione didattica proposte e attuate dai singoli istituti. Quel che funziona viene poi valorizzato dal dipartimento e se del caso adeguato affinché vada a regime a livello cantonale.

Fra le voci critiche c’è chi sostiene che in tal modo i ragazzi non vengano preparati a sufficienza per il post-obbligatorio.

Mi preoccupa un po’ quando la politica rivendica delle specializzazioni che sono premature. Difendo un’autonomia della scuola dell’obbligo, che deve preparare per un ventaglio di percorsi diversi. Non mi sembra che al termine della scuola media ci sia principalmente un problema di competenze, ma piuttosto che si debba lavorare maggiormente sull’autostima dei ragazzi, sulla loro motivazione e sulla loro voglia di mettersi in gioco. Per non perderli, durante l’adolescenza, è fondamentale che siano stimolati e che non si sentano etichettati. Permettere loro di restare assieme seguendoli al contempo più da vicino con i laboratori crea un più forte sentimento di appartenenza e permette loro di essere più sicuri di sé stessi e presentarsi alle sfide professionali e formative future sotto un’altra luce.

D’accordo, ma non c’è il rischio di ‘livellare’ le competenze verso il basso?

Non credo. E certamente il nostro intento non è di abbassare il livello. Non ci facciamo illusioni: sappiamo bene quali competenze bisogna avere in Svizzera per riuscire scolasticamente e professionalmente. La scuola dell’obbligo ha dalle responsabilità: le competenze fondamentali della formazione di base sono regolate a livello federale (concordato HarmoS, ndr) e declinate nei rispettivi piani di studio delle tre regioni linguistiche. In particolare il piano di studio del nostro cantone non contempla contenuti diversi per corsi A e B in nessuna materia. La Legge della scuola dichiara inoltre che il compito della scuola è correggere gli scompensi socio-culturali e ridurre gli ostacoli che pregiudicano la formazione degli allievi. Un insegnamento a piccoli gruppi eterogenei sostiene ciascun allievo nel raggiungimento di questi traguardi di competenza.

Non c’è quindi un rischio di ‘omologazione’?

Assolutamente no. Proprio perché i ragazzi sono tutti diversi non esistono solo due categorie di allievi: è semplicistico differenziare in questo modo. La divisione in A e B è sostanzialmente arbitraria: esistono tutte le sfumature. In matematica, ad esempio, ci sono tipi di apprendimento e di contenuti molto diversi fra loro e ragazzi molto bravi in alcuni aspetti possono esserlo meno in altri. Suddividerli in due gruppi omogenei ha poco senso, mentre formare gruppi più piccoli ed eterogenei è più stimolante e favorisce l’apprendimento tra pari.

I ragazzi del corso A non fanno più fatica con un solo anno di differenziazione?

Non direi. Si lavora a un livello elevato, approfondendo tanti concetti. Alcuni fra i più ‘forti’ vivono quanto fatto in terza durante i laboratori talvolta quasi come una ripetizione, ma quello che facciamo in quarta attitudinale si può fare bene solo quando è solido il lavoro fatto precedentemente. Uno degli aspetti che i ragazzi dei corsi A attualmente lamentano è la mancanza del lavoro nei gruppi ridotti, dove lo spazio di ascolto reciproco e dell’insegnante era maggiore.

A proposito di laboratori, avete testato due modelli, entrambi in consultazione. Quale funziona meglio?

Quello che prevede in terza la classe dimezzata per tre ore su tre in tedesco e per tre ore su cinque in matematica e le restanti due a classe intera. Nel secondo modello, che stiamo testando quest’anno, diversi docenti lamentano difficoltà nell’ora singola a classe intera.

I livelli in quarta comunque restano: lo scopo è comunque raggiunto?

Riteniamo di sì, perché gli allievi sono più protagonisti della scelta che fanno: c’è più consapevolezza e la decisione di iscriversi a un corso o all’altro è già inserita in un progetto. In ogni caso questa questione esula da quel che può fare una sede sola, che non può permettersi di mettere in discussione un anno certificativo, perché creerebbe delle differenze con tutte le altre sedi.

Capitolo genitori: come hanno reagito a questa sperimentazione?

Hanno fatto domande, chiesto informazioni, come è anche auspicabile che avvenga. Ma poi hanno dimostrato grande fiducia. Abbiamo avuto anche delle famiglie che hanno ammesso delle perplessità iniziali, dicendoci che si sono però ricredute vedendo i risultati del lavoro svolto dai figli.

E i docenti? Avete affrontato di buon grado la prova?

Come per tutte le novità, ci sono anche delle preoccupazioni. Alcuni hanno espresso per esempio dei timori sulla valutazione. E poi, a differenza di un lavoro in gruppi omogenei A e B, i docenti devono affrontare situazioni più variegate nei gruppi e questo richiede loro di mettersi maggiormente in discussione. Ma è qualcosa che avviene già nelle altre materie: i docenti di matematica e tedesco sono meno abituati a farlo in terza e quarta.

PAROLA AI DOCENTI

‘In terza hanno le idee più chiare’

Sulla sperimentazione abbiamo raccolto anche il parere di alcuni docenti della sede: Carmen Luraschi-Tacchella, Erika Longhi Gygax, Paola Astori (tutte e tre insegnanti di matematica), Margherita Balcet (tedesco) e Alessandro Otupacca (italiano e docente di classe di una seconda l’anno scorso). «La maggior parte dei ragazzi è sollevata dal fatto che in seconda non debbano scegliere fra corso attitudinale e di base – esordisce quest’ultimo –. C’è meno pressione». «Diversi allievi dotati, con il ‘vecchio sistema’, in seconda vanno in ansia durante i test perché sanno che devono avere una media elevata per accedere ai corsi attitudinali – aggiunge Longhi Gygax –. Con questa sperimentazione si riscontra meno questo effetto». Ma l’ansia non viene solo rimandata di un anno? «In parte sì, però meno – sostiene Luraschi-Tacchella –, un po’ perché i ragazzi comunque maturano e poi soprattutto perché in terza viene fatto un orientamento che permette a molti di loro di arrivare alla fine dell’anno con idee più chiare».

Più lavoro? ‘Gli scarponi nuovi fanno sempre un po’ male’

E non avete per contro riscontrato un calo della motivazione o del rendimento in seconda, non essendoci più la scelta dei livelli? «No – replica Longhi Gygax –. Si lavora in gruppi più piccoli ed eterogenei e c’è la possibilità di proporre attività più motivanti. Vediamo quindi una buona motivazione, gli allievi ci tengono a fare bene. Seguono decisamente meglio. Non solo chi ha difficoltà ha modo di capire meglio. Secondo me porta beneficio anche agli altri. I forti si rafforzano ulteriormente. Possiamo seguire tutti più individualmente e loro hanno più spazio per domande e interventi». E per voi docenti, la mole di lavoro è stata eccessiva? «Sicuramente il lavoro è maggiore rispetto a un anno canonico – ancora Longhi Gygax –, ma questo vale per tutte le cose che si sperimentano e per tutti i percorsi che iniziano. Una volta inquadrato il programma e acquisita la modalità di lavoro, non penso che vi siano grosse differenze». «Gli scarponi nuovi fanno sempre un po’ male – osserva Balcet –, ma è una fase». «La sperimentazione ha portato a una maggior riflessione sul proprio operato da parte dei docenti – per Luraschi-Tacchella –. Ci si è scambiati spesso idee fra docenti su come affrontare gli argomenti in terza».

‘I ragazzi si sentono meno etichettati’

Bilancio quindi tutto sommato positivo, ma lo è anche per gli allievi che hanno superato questa terza atipica? «Credo che i ragazzi lo sentono come un percorso giusto e non ingiusto – valuta Astori –. Io ho una quarta base e i ragazzi sono sereni, sentono di aver avuto più possibilità di provarci». Nessun calo della motivazione nel corso B di quarta, come talvolta si osserva? «Penso che il calo dell’impegno sia dovuto a due anni da ‘etichettati’. Mantenendo la separazione per un anno solo, troviamo che la motivazione sia meno intaccata. Il ritmo di lavoro è migliore e di conseguenza anche il rendimento. Non troviamo nemmeno un ambiente di difficoltà disciplinare che si viene talvolta a creare in un corso B». Osservazioni che valgono anche per il tedesco? «Sì – replica Balcet –. Durante i laboratori i ragazzi partecipano di più, hanno meno paura di sbagliare, anche quelli più timidi, e questo in una lingua è importante. Inoltre i ragazzi hanno due anni e non uno per affrontare la materia prima di effettuare la scelta».

PAROLA AI RAGAZZI

Nei laboratori più confronto e aiuto

‘Reduci’ dal test, oggi in quarta, sono infine anche Emma della IVB e Clarissa della IVC. La prima frequenta il corso A in matematica, la seconda il B. Come avete vissuto il passaggio fra terza e quarta dopo l’anno comune? «All’inizio è stato un po’ difficile, perché si andava più veloce dell’anno scorso – ricorda la prima –. Adesso va già meglio». «Io ho chiesto di fare un periodo di prova nel corso A – spiega la seconda –, ma non mi sono sentita a mio agio, mi sentivo pressata e ho deciso di restare comunque al corso B. Anche perché pratico il tennis e vorrei fare una scuola legata allo sport e ho capito che per fare questo non è necessario il livello A. Adesso sto bene così». Emma invece vorrebbe frequentare il Liceo o la Scuola cantonale di economia e commercio e confessa che le sarebbe piaciuto avere i livelli già in terza. Ma perché ritieni di non avere delle buone competenze? «No, mi sento preparata. Però eravamo gli unici in Ticino a non averli e parlando con amici di altre scuole mi faceva un po’ strano... (ride, ndr)». La ragazza ha tuttavia un buon ricordo dei laboratori in terza: «È stato divertente. Alcune cose venivano ripetute più spesso, parlavamo di più che in classe intera e avevamo modo di confrontarci maggiormente fra di noi e con il docente». Ricordi positivi anche per Clarissa: «I compagni più bravi mi aiutavano a capire e anche il docente aveva la possibilità di dare una mano a tutti».

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