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02.08.2021 - 19:12

Torna a Como un processo che nessuno voleva celebrare

Riciclaggio di denaro e contrabbando di metalli preziosi fra le accuse a 27 imputati di cui quattro ticinesi

di Marco Marelli
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Depositphotos

Dopo un incredibile giro in sette palazzi di giustizia italiani torna al punto di partenza, cioè a Como, un processo che nessuno vuole celebrare per via di un conflitto di competenza territoriale. I 27 imputati, di cui quattro ticinesi, sono accusati a vario titolo di riciclaggio e commercio di oro non autorizzato, attraverso esportazione e importazione di metallo giallo, e riciclaggio di denaro sporco in quanto proveniente da reati fiscali, quali la bancarotta fraudolenta e l’evasione fiscale. 

Nei giorni scorsi a porre fine al rimpallo è giunta la sentenza della Corte di Cassazione che ha rispedito l'intero fascicolo di Como. La Suprema Corte ha dunque detto ai giudici comaschi: ‘tocca a voi’. A questo punto però c'è il rischio che tutto possa finire in fumo, in quanto si stanno pericolosamente avvicinando i tempi della prescrizione. Se non per tutti, almeno per buona parte degli imputati.

Il fascicolo è tornato a Como a tre anni di distanza dal primo pronunciamento del giudice delle udienze preliminari il quale accogliendo l'istanza dei difensori che sosteneva il radicamento del processo in altri Tribunali italiani, aveva dichiarato la propria incompatibilità territoriale. Per otto degli imputati, fra cui due ticinesi, la Procura di Como contesta l'aggravante dell'associazione a delinquere. Complessivamente i ticinesi imputati sono quattro, ma risultano anche sei comaschi che risiedono in Ticino. Uno di loro, residente a Lugano, era stato arrestato nel febbraio scorso mentre ritirava rottami di oro grezzo per un peso complessivo di 7 chilogrammi e un valore 270 mila euro. L'uomo è uscito dal processo avendo patteggiato tre anni in sede stragiudiziale.

Nel corso dell'inchiesta del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Como, iniziata nel luglio 2015 e terminata nel giugno 2017, le ‘fiamme gialle’ hanno sequestrato 25 chilogrammi di oro (17 a Roma, 7 a Milano e uno a Grandate), 6 di argento, 299 monili (a Valenza Po), 2,2 milioni di euro e 576mia franchi.  Sequestrate anche dodici autovetture con ingegnosi doppifondi predisposti in una autofficina di Lurate Caccivio, il cui titolare è fra gli indagati per il reato associativo. Fra gli accusati del reato associativo vi sono un ticinese di Pedrinate, un altro di Balerna e due italiani, padre e figlio residenti a Lugano. Tutti sono referenti di agenzie di intermediazione finanziaria di cui due con agganci a Dubai e una banca di Lugano. 

Gli altri imputati sono per lo più comaschi, spalloni di valuta e oro, e clienti italiani con soldi in Ticino e interessati a farli rientrare in Italia. Fra di loro un procuratore di calciatori di serie A, accusato di essersi fatto consegnare da uno spallone 100 mila euro che aveva in banca a Lugano, e un noto personaggio ligure, secondo azionista di Carige (Cassa di risparmio di Genova), nonché ricchissimo imprenditore della logistica petrolifera in Nigeria. A quest'ultimo il magistrato inquirente Fadda gli contesta due rientri clandestini di valuta (250mila e 45mila euro), risorse che ”erano state in precedenza esportate clandestinamente”, per essere depositati in un istituto di credito in riva al Ceresio. 

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