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laR
 
27.07.2021 - 05:30
Aggiornamento : 11:31

Si scusò a nome dello Stato. Il Cdm: esternazione poco opportuna

Il Consiglio della magistratura sul presidente del processo all'ex collaboratore del Dss: il giudice Villa non ha comunque commesso alcun illecito disciplinare

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Ritiene che il giudice, pronunciando quelle parole, non abbia violato il proprio obbligo di riserbo: “Non si configura, di conseguenza, illecito disciplinare e nemmeno si pone la questione di un’eventuale violazione della dignità della magistratura”. Dunque nessuna sanzione. Considera però “poco opportuna” l’esternazione di scuse a nome dello Stato, in quanto “esula non solo dalla normale dialettica giudiziaria, ma anche da ciò che è strettamente connesso con il dispositivo decisionale della sentenza penale”. È il verdetto del Consiglio della magistratura sulla segnalazione a carico del giudice Marco Villa in relazione alle scuse da lui pubblicamente presentate a nome dello Stato a due vittime durante la comunicazione orale della sentenza di primo grado, il 29 gennaio 2019 a Lugano, con cui la Corte delle Assise criminali, della quale era presidente (giudici a latere Renata Loss Campana e Brenno Martignoni Polti), aveva condannato per coazione sessuale l’ex collaboratore del Dipartimento sanità e socialità attivo nel settore delle politiche giovanili.

Nel novembre 2019 la segnalazione

Le scuse perché, a detta di Villa, un alto funzionario a cui nel 2005 le due giovani donne si erano rivolte per chiedere aiuto non avrebbe adottato i necessari provvedimenti che si imponevano nei confronti dell’allora collaboratore (era stato solo trasferito temporaneamente). Scuse e considerazioni pronunciate dal presidente della Corte che avevano avuto una vasta eco mediatica, tale da portare alcuni deputati a chiedere l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta. E tale da indurre nel febbraio 2019 Ivan Paù-Lessi - superiore gerarchico del collaboratore all’epoca dei fatti al centro del processo - ad autosospendersi dal Consiglio della magistratura, del quale era uno dei componenti ’laici’ eletti dal Gran Consiglio. Un passo, aveva spiegato nella lettera indirizzata al parlamento, per “poter chiarire serenamente la mia posizione nel quadro dell’inchiesta amministrativa che il Consiglio di Stato ha deciso di avviare” in seguito all’apertura del procedimento penale contro il collaboratore del Dss. Paù-Lessi, in pensione dalla fine del 2015, in passato anche municipale di Giubiasco per il Ps, ha sempre ritenuto “di aver svolto correttamente il proprio dovere”. Per questa vicenda non è mai stato penalmente accusato. Nel novembre 2019, dopo aver ottenuto l’accesso alla sentenza della Corte delle Assise criminali e dunque alle motivazioni scritte, Paù-Lessi, tramite il proprio patrocinatore, l’avvocato Andrea Bersani, aveva segnalato Villa al Consiglio della magistratura chiedendo l’apertura di un procedimento disciplinare a carico del giudice.

Del 9 giugno di quest'anno la sentenza del Cdm

La decisione dell’autorità che vigila sull’andamento della giustizia ticinese è del 9 giugno di quest’anno, ma solo ora se ne ha notizia. Firmata dal presidente del Cdm, il giudice d’Appello Werner Walser, la sentenza consta di una quindicina di pagine. Segue quella, del 12 aprile, con la quale la Corte di appello e revisione penale ha riconosciuto il già collaboratore del Dss attivo nelle politiche giovanili colpevole non solo di coazione sessuale, ma anche di violenza carnale in riferimento a un episodio. Il verdetto della Carp è nel frattempo cresciuto in giudicato, è divenuto definitivo.

Torniamo alle scuse, contenute in una nota manoscritta che l’intera Corte aveva deciso di preparare e leggere, ha fatto sapere Villa nelle sue osservazioni al Cdm. Dato che una sentenza di primo grado “non scrive la parola fine a una vertenza penale e certamente mai supplisce a eventuali inadeguatezze commesse da terzi o autorità - già solo in virtù della separazione dei poteri e del rispetto delle rispettive attribuzioni e competenze - porgere le scuse a nome dello Stato esula dalla dialettica giudiziaria, e anche da ciò che è strettamente riconducibile al dispositivo della sentenza penale”, sostiene fra l’altro il Consiglio della magistratura: "Ciò non significa peraltro che non porgere le scuse equivalga a tacere. Pur non potendosi escludere che la comunicazione orale destinata alla vittima possa essere atta a renderle giustizia, non va perso di vista il contesto pubblico che caratterizza la comunicazione orale di una sentenza, dove le modalità di comunicazione vanno attentamente ponderate, alto essendo il rischio che i media si concentrino più sul contenuto critico concernente i terzi o altri organi dello Stato che sull’imputato". Aggiungono: “Additare un episodio specifico in un contesto penale comporta non soltanto una certa stigmatizzazione di chi è implicato (in particolare se funzionari o organi dello Stato), ma anche un’elevata eco mediatica”. A Villa, comunque, “va dato atto di mai aver parlato di ’connivenze, coperture, omertà’ ".

Ed eccoci alle conclusioni. Per quanto concerne le scuse a nome dello Stato, il Cdm “ritiene che, tenuto conto anche del particolare contesto generale ad elevato tasso di emotività e attenzione mediatica e istituzionale, da un punto di vista soggettivo sia da escludere che il magistrato segnalato abbia inteso violare il proprio obbligo di riserbo”. Tuttavia, “a futura memoria”, il Consiglio della magistratura rileva che “le ’scuse’ non sono funzionali al processo di decisione delle ipotesi di reato sottoposte all’esame della Corte. Ritenuto che l’attività giudiziaria non può e non deve costituire un’occasione per esternazioni che trascendano la normale dialettica giuridica, la Corte - e così il magistrato - è tenuto ad attenersi a quanto necessario e funzionale al giudizio, le sue competenze esaurendosi nell’applicazione del diritto”. Ciò detto, “nel complesso” il Consiglio della magistratura reputa che il giudice Villa “non abbia ecceduto nell’esercizio dei suoi diritti e non si sia reso autore di illeciti disciplinari”.

Leggi anche:

Ex funzionario Dss, nero su bianco i motivi della condanna

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