La riforma che ha trasformato le dogane svizzere ha scatenato una crisi operativa che penalizza gli operatori onesti, aprendo la porta ad abusi e contrabbando. Lo sostiene Marco Tepoorten, SPEDIZIONIERE internazionale con base a Chiasso.
"Per me il punto di svolta risale al 2022, con la ridenominazione dell'allora Amministrazione federale delle dogane (AFD) nell'attuale Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC), afferma il proprietario e direttore generale della società di logistica Franzosini in un'intervista pubblicata oggi dall'Aargauer Zeitung (AZ). "Quello non fu solo un cambio di nome, ma l'avvio di numerosi cambiamenti profondi".
Le conseguenze a suo avviso sono chiare. "Da allora i processi non sono diventati più semplici, come promesso, ma più complessi e soggetti a problemi". L'introduzione del sistema informatico Passar per l'esportazione ne è stato un esempio lampante, con "mancanza di direttive chiare e praticabili, come pure di una formazione sistematica". Non si tratta di questioni di dettaglio, ma di malfunzionamenti fondamentali.
Il risultato per gli operatori è stato caotico. "Invece di un avvio pulito abbiamo vissuto un esercizio con continue correzioni. Le dichiarazioni venivano bloccate o rifiutate, le procedure erano avviate su basi errate". Per le imprese ciò si è tradotto in "maggiori oneri, più incertezza e meno affidabilità". Le novità non sono state percepite come una semplificazione, bensì come un ulteriore ostacolo.
Un problema grave, sempre secondo Tepoorten, è il clima interno all'UDSC. "In conversazioni con collaboratori attivi ed ex dipendenti sento ripetutamente che i problemi vengono sì riconosciuti, ma per paura delle conseguenze non vengono apertamente affrontati", sostiene. "Questa cultura del silenzio spiega perché all'esterno si è dato a lungo l'impressione che tutto fosse sotto controllo, mentre all'interno crescevano la frustrazione, la perdita di competenze e la distanza tra la base operativa e la dirigenza".
La riforma ha fuso due figure professionali distinte: gli specialisti doganali per le merci e le guardie di confine. Questo è stato assolutamente un errore, afferma il 56enne che ha cominciato la carriera come apprendista proprio alla Franzosini. "In molti uffici doganali le guardie di frontiera hanno sostituito gli esperti doganali specializzati nel traffico merci. La loro conoscenza delle tariffe, delle procedure speciali e delle autorizzazioni è ormai insufficiente, i processi decisionali si allungano e la risposta standard è 'torni quando c'è il responsabile'. Ma quello è raramente presente". Ne derivano ritardi, documenti inviati a destinatari sbagliati e uno "smantellamento pericoloso del controllo operativo statale".
Per i clienti finali, questo significa "più spese amministrative, più incertezza e costi più elevati". I costi aumentano a causa di ritardi e della necessità di delegare a specialisti. La digitalizzazione, invece di combattere gli abusi, li incentiva: "un'amministrazione doganale digitale senza know-how umano, come attualmente viene portata avanti, è cieca".
"In passato, il doganiere si trovava alla frontiera e vedeva la merce reale", argomenta lo specialista alla testa di un'azienda fondata nel 1929. "Oggi, invece, in Svizzera la dichiarazione e il controllo fisico sono sistematicamente separati: i dati sono centralizzati e i camion attraversano la frontiera senza essere necessariamente controllati. A ciò si aggiunge il fatto che le semplificazioni consentono dichiarazioni minime o fortemente ritardate. Il momento decisivo del controllo al passaggio del confine viene così indebolito o spostato. Infatti settimane dopo è quasi impossibile stabilire se le merci dichiarate corrispondano effettivamente a quelle fisiche. In questo modo vengono penalizzati gli operatori onesti".
"Chi dichiara tutto immediatamente può essere controllato e sanzionato, chi invece dichiara solo il minimo o fa slittare a dopo sfugge di fatto a un controllo efficace", sostiene l'imprenditore. "Questo non è un progresso, ma un errore del sistema a scapito degli attori onesti".
Ma perché insistere - chiede il giornalista dell'AZ - su una dichiarazione doganale completa e sui controlli alla frontiera? Da profano si potrebbe infatti pensare che gli spedizionieri traggano vantaggio da sistemi pieni di lacune. "Si sbaglia completamente", risponde l'intervistato. "In qualità di trasportatore serio ho bisogno di documenti completi e attendibili per poter dimostrare ai clienti e alle autorità che tutto è stato sdoganato correttamente. Un sistema senza controlli efficaci premia chi sfrutta le lacune e penalizza chi lavora correttamente. Per me, in qualità di trasportatore serio, le dichiarazioni semplificate da completare in un secondo momento sono una doppia fonte di costi e rischi".
Per Tepoorten la questione è comunque più ampia. "La Svizzera sceglie così la strada dello smantellamento unilaterale delle dogane, mentre altri paesi stanno rafforzando nuovamente i propri controlli: si tratta di una scelta strategicamente rischiosa".
Alla domanda se la Confederazione stia agevolando il transito e l'importazione di merci non dichiarate, l'intervistato risponde senza mezzi termini con un sì. "La mia valutazione non si basa sulla teoria, ma sull'esperienza pratica quotidiana", spiega, indicando nel Regno Unito "un esempio concreto di ciò che accade quando riorganizzazione dei controlli di confine, digitalizzazione accelerata e perdita di competenza si verificano simultaneamente". Oltre Manica, la riforma ha portato a "procedure digitali accelerate, dichiarazioni semplificate e controlli fisici gradualmente ridotti". Sono state segnalate capacità insufficienti, lacune nei controlli e nuovi sistemi instabili". Un rapporto del 2025 ha rivelato che solo circa il 5% degli animali vivi importati è stato controllato fisicamente, malgrado l'obiettivo sia il 100%, con una "minaccia considerevole per la biosicurezza".
Tepoorten avverte: "Meno controlli abbassano la soglia di inibizione per l'abuso. In questo ambiente, contrabbando, azioni di elusione e reti organizzate inevitabilmente trovano più spazio". Mentre Londra ora reagisce con più personale e tecnologia, "la Svizzera si muove nella direzione opposta", rischiando "più controlli all'estero, sanzioni e svantaggi competitivi per l'economia elvetica".
Le sue richieste alla politica sono precise: fra queste limitare fortemente le dichiarazioni semplificate e differite, nonché rivedere il profilo professionale unico presso l'UDSC. "La fusione è stata un errore. Servono specialisti adeguatamente formati". Inoltre chiede che la responsabilità doganale sia affidata solo ad attori con "una presenza effettiva e verificabile in Svizzera", per chiudere le porte agli abusi prima che sia troppo tardi.